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Lavoro, il lato oscuro del part-time

(ansa)

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Cresce la componente involontaria dell’orario ridotto, quella cioè decisa dal datore di lavoro e non dal lavoratore. E riguarda soprattutto le donne
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È già da un po’ che si commentano i dati positivi sull’occupazione: l’Istat certifica l’ennesimo record storico italiano a ottobre con il 61,8 per cento di tasso di occupazione, dato che comunque non schioda il nostro Paese dall’ultimo posto in Europa.

Nel commentare in modo ottimistico il nostro mercato del lavoro viene però da pensare che non è tutto oro che luccica, perché le ore lavorate sono in diminuzione e, dato di cui sorprendentemente non si parla, negli ultimi anni assistiamo a una continua crescita del part-time, soprattutto della quota involontaria. E la popolazione in età attiva è in calo.

Quando si parla di lavoro povero e precario si parla esclusivamente della paga oraria. Il mercato del lavoro italiano è sempre più polarizzato. In alto il lavoro “scelto” di medio-alte competenze in cui si inizia a ridurre o a rimodulare un orario più a misura di persona.

Ma cresce anche il lavoro povero dove non c’è solo chi lavora tantissimo e guadagna pochissimo. Ma anche chi da cont…

È già da un po’ che si commentano i dati positivi sull’occupazione: l’Istat certifica l’ennesimo record storico italiano a ottobre con il 61,8 per cento di tasso di occupazione, dato che comunque non schioda il nostro Paese dall’ultimo posto in Europa.

Nel commentare in modo ottimistico il nostro mercato del lavoro viene però da pensare che non è tutto oro che luccica, perché le ore lavorate sono in diminuzione e, dato di cui sorprendentemente non si parla, negli ultimi anni assistiamo a una continua crescita del part-time, soprattutto della quota involontaria. E la popolazione in età attiva è in calo.

Quando si parla di lavoro povero e precario si parla esclusivamente della paga oraria. Il mercato del lavoro italiano è sempre più polarizzato. In alto il lavoro “scelto” di medio-alte competenze in cui si inizia a ridurre o a rimodulare un orario più a misura di persona.

Ma cresce anche il lavoro povero dove non c’è solo chi lavora tantissimo e guadagna pochissimo. Ma anche chi da contratto vorrebbe il lavoro a tempo pieno (full time) e invece non può svolgere più di 3-4 ore al giorno. Ad essi vanno aggiunti coloro che hanno solo la busta paga part-time, ma di fatto lavorano a tempo pieno.

Di questo si discute nel recente studio di Liliana Cuccu, Vicente Royuela & Sergio Scicchitano, 2023 dal titolo Navigating the Precarious Path: Understanding the Dualisation of the Italian Labour Market through the Lens of Involuntary Part-Time Employment. Nello studio si mostra che la quota del part-time tra il 2004 e il 2019 è quasi triplicata, passando dal 12 al 21 per certo: più di 1 lavoratore su 5 ha ora un contratto di lavoro part-time.

La cosa ancora più preoccupante è la crescita smisurata della componente involontaria del part-time, quella cioè decisa dal datore di lavoro e non dal lavoratore. Nel 2004 la quota preponderante era quella volontaria, pari al doppio della quota involontaria.

Negli anni successivi la situazione si è invertita: il part-time volontario è rimasto più o meno stabile all’8 per cento mentre quello involontario è schizzato al 13 per cento con un valore tre volte più alto rispetto a 15 anni prima.

L’aumento del part-time e della sua quota involontaria non è che un’ulteriore testimonianza del dualismo del mercato del lavoro.

La crescita del part-time involontario si concentra infatti tra le donne, i giovani con bassa istruzione, nel terziario e nel Mezzogiorno. Ci preme sottolineare il dato che riguarda il lavoro delle donne. Il part-time ora conta per il 35 per cento tra le donne (rispetto al 9 per cento tra gli uomini): 1 donna su 3 ha un contratto part-time (meno di 1 uomo su 10).

La componente involontaria conta per il 21 per cento tra le donne, valore tre volte più alto rispetto agli uomini: più di 1 donna su 5 ha un contratto part-time e non ha scelto di averlo. In altri termini su 10 donne con contratto part-time, 6 vorrebbero lavorare di più.

Appare inutile ricordare che una maggiore incidenza del part-time tra le donne non ha che l’effetto di indebolire il loro potere contrattuale in Italia, poiché, spesso, per le donne il lavoro e il salario rappresentano condizioni ancora più importanti affinché i loro diritti non siano solo formali ma pienamente esigibili.

Il paradosso è che invece la richiesta di trasformazione di lavoro a tempo pieno in part-time per necessità (spesso temporanee) della persona, ovvero volontario, resta invece scoraggiato dai datori di lavoro e pertanto poco diffuso.

Indicazioni per la politica economica: si discute molto dell’introduzione del salario minimo nel nostro Paese. Noi riteniamo che senza dubbio il salario minimo possa avere l’effetto di migliorare le condizioni (di molti) dei lavoratori poveri in Italia, ma è solo un primo passo.

È necessario pensare ad una politica industriale e del lavoro integrata: le politiche del lavoro degli ultimi anni non hanno funzionato. Occorre puntare sul lavoro dignitoso, sul diritto soggettivo alla formazione in tutti i contratti, su nuovi modelli di organizzazione del lavoro, investire su orientamento al lavoro, innovazione.

L’ultimo rapporto sulla povertà in Italia della Caritas ci dice che 1 persona su 4 che si rivolge ai loro sportelli per i beni di prima necessità o assistenza ha un lavoro. Se “c’è ancora domani”, occorre davvero sbrigarsi. Il lavoro povero non è una disgrazia, è il fallimento politico di un Paese civile.

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