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2024, l’anno delle regole

(reuters)

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Perché la causa intentata dal New York Times a ChatGpt può davvero portare a una rivoluzione
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A fine anno è tradizione cercare di cimentarsi a fare previsioni sul futuro. Quasi mai ci si interroga sul diritto: ovviamente tutto o quasi può tramutarsi in legge e perciò anche i cambiamenti sociali, politici od economici posso essere ostacolati o agevolati da particolari provvedimenti normativi, ma in questo caso ci riferiamo a quel diritto privato e degli affari che in genere viene considerato materia da specialisti e che invece impatta la vita di milioni di persone.

Cosa ci aspetta per il 2024? Ebbene una prima rivoluzione potrebbe arrivare proprio dalla causa che il New York Times ha intentato contro OpenAI (proprietaria di ChatGpt) e su cui Repubblica ha riferito approfonditamente il 28 dicembre. Il NYT, in buona sostanza, rivendica i diritti d’autore su quanto pub…

A fine anno è tradizione cercare di cimentarsi a fare previsioni sul futuro. Quasi mai ci si interroga sul diritto: ovviamente tutto o quasi può tramutarsi in legge e perciò anche i cambiamenti sociali, politici od economici posso essere ostacolati o agevolati da particolari provvedimenti normativi, ma in questo caso ci riferiamo a quel diritto privato e degli affari che in genere viene considerato materia da specialisti e che invece impatta la vita di milioni di persone.

Cosa ci aspetta per il 2024? Ebbene una prima rivoluzione potrebbe arrivare proprio dalla causa che il New York Times ha intentato contro OpenAI (proprietaria di ChatGpt) e su cui Repubblica ha riferito approfonditamente il 28 dicembre. Il NYT, in buona sostanza, rivendica i diritti d’autore su quanto pubblica ChatGpt. In alcuni casi le risposte dell’intelligenza artificiale sono pressoché identiche ad articoli pubblicati dal quotidiano newyorchese, il quale vuole essere quindi pagato. In parole povere, se vincesse OpenAI l’intero mondo della proprietà intellettuale verrebbe scosso: pensate che la vera ricchezza oggi scaturisce dai prodotti della mente protetti dal diritto. Apple, Microsoft, Google, Oracle, Meta non a caso capitalizzano migliaia di miliardi in borsa. Se tale diritto si affievolisce, come auspicano alcuni studiosi, i quali temono che la troppa protezione soffochi l’innovazione, l’intero sistema economico occidentale, non solo i giornali, attraverserà periodi molto turbolenti. D’altro canto, se il fenomeno che dominerà il pianeta nel futuro prevedibile -l’avvento dell’intelligenza artificiale- non riuscisse a svilupparsi per ostacoli normativi (come pagare i diritti d’autore a tutti le milioni di fonti esistenti), non solo si rischierebbe di arrestare il progresso ma anche di lasciare in mano agli sviluppatori che operano in Stati (a volte canaglia) permissivi nei confronti di chi viola la proprietà intellettuale altrui la vittoria in questa sfida tecnologica. Allacciamo le cinture.

Problemi simili potrebbero scaturire dal diffondersi dei canoni Esg (Enviromental, Social and Governance) nel mondo del diritto, non più come scelta volontaria dettata da motivi reputazionali o di efficienza, ma come prescrizioni di legge. Nel 2024 dovrebbe entrare in vigore la temuta Direttiva Europea cosiddetta Corporate Sustainability Due Diligence che mira ad obbligare le imprese di una certa dimensione (500 dipendenti e 150 milioni di fatturato come parametro minimo a partire dal 2026) con sede in Europa (anche se i proprietari sono extraeuropei) a gestire l’impatto ambientale e sociale non soltanto per gli impianti produttivi o le attività direttamente controllati, ma a tener conto di tutta la catena del valore includendovi l’approvvigionamento, la produzione e la distribuzione. L’obbligo si sostanzia in un dovere di due diligence (verifica) che permetta di controllare se l’impresa, i suoi partner e fornitori rispettino pratiche sostenibili ed eticamente corrette. Non può sfuggire che il peso ricade su tutti, piccoli e grandi. Anche le Pmi europee sono fornitrici o distributrici delle imprese più grandi e si approvvigionano all’estero. Insomma, diventeremo i guardiani del buon comportamento mondiale il che non è di per sé una brutta cosa, salvo che questo non si tramuti in un vantaggio sleale per i concorrenti di quegli Stati che hanno standard meno severi su diritti umani e sostenibilità.

La parola magica appare anche in un’altra Direttiva che entra in vigore nel 2024, la Corporate Sustainability Reporting Directive, secondo cui le imprese di grandi dimensioni e le piccole e medie imprese di interesse pubblico, devono includere nella relazione sulla gestione informazioni necessarie alla comprensione dell’impatto dell’impresa sulle questioni di sostenibilità (soprattutto in materia ambientale), nonché informazioni necessarie alla comprensione del modo in cui le questioni di sostenibilità influiscono sull’andamento dell’impresa, sui suoi risultati e sulla sua situazione. Oltre a richiedere notevoli costi aggiuntivi alle aziende ed esercizi divinatori (come le mie politiche aziendali contribuiranno a tenere l’aumento del clima entro 1,5°?), non è ben chiaro che tipo di responsabilità potrà sorgere a carico degli amministratori e delle società stesse in caso di bilancio non corretto. Naturalmente, nel resto del mondo si guarderà incuriositi ai nuovi standard europei.

Fermiamoci qui. Tre sono le lezioni che possiamo trarre da questo breve excursus: la prima è che il dibattito pubblico si concentra sui panettoni Balocco e ignora temi che sembrano tecnici ma che hanno conseguenze enormi sull’economia (e sui posti di lavoro). La seconda è che la legislazione delle buone intenzioni sembra a volte non tenere in conto l’eterogenesi dei fini e le conseguenze non intenzionali delle regole che si vogliono imporre. La terza è che il diritto pone spesso scelte tragiche: nel caso NYT-OpenAi qualunque sia la decisione finale porterà inconvenienti la cui portata non è ancora chiara.

Buon 2024.

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