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Il paradosso dell’energia

(ansa)

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Importiamo il 74% del nostro fabbisogno annuo, ma restano ferme molte richieste di nuovi impianti. E la politica contraddittoria del governo non aiuta
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I numeri di un incredibile paradosso sono presto detti. In linea con le richieste europee il governo, nell’ambito del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, ha stabilito a luglio 2023 di produrre circa 70 GigaWatt (GW) di potenza da fonti di energia rinnovabile (Fer) entro il 2030. Le domande di installazione di impianti di produzione Fer da parte di imprenditori privati disponibili ad investire da subito i propri capitali, in attesa di autorizzazione, a settembre scorso ammontavano invece a circa 315 GW, ossia più di 4 volte l’obiettivo fissato dal governo. L’81% di questi 315 GW sono al Sud e nelle isole, ossia in quei territori su cui maggiormente occorre intervenire, secondo l’Europa, per ripianare gli squilibri economici.

Quegli squilibri che determinan…

I numeri di un incredibile paradosso sono presto detti. In linea con le richieste europee il governo, nell’ambito del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, ha stabilito a luglio 2023 di produrre circa 70 GigaWatt (GW) di potenza da fonti di energia rinnovabile (Fer) entro il 2030. Le domande di installazione di impianti di produzione Fer da parte di imprenditori privati disponibili ad investire da subito i propri capitali, in attesa di autorizzazione, a settembre scorso ammontavano invece a circa 315 GW, ossia più di 4 volte l’obiettivo fissato dal governo. L’81% di questi 315 GW sono al Sud e nelle isole, ossia in quei territori su cui maggiormente occorre intervenire, secondo l’Europa, per ripianare gli squilibri economici.

Quegli squilibri che determinano una grande disuniformità nelle opportunità di lavoro e di sviluppo e quindi nella distribuzione della ricchezza. Con i ritmi attuali di autorizzazione, pari a circa 3 GW all’anno in sette anni non riusciremo a soddisfare neanche le richieste europee e ci vorrebbero più di 100 anni per soddisfare le richieste dei privati. Ecco il paradosso: importiamo ogni anno circa il 74% dell’energia di cui abbiamo bisogno e teniamo in lista d’attesa enormi richieste di produzione di energia. Certo sono ben noti i problemi tecnici del sistema elettrico dovuti ad una rapida crescita della potenza Fer installata (potenziamento delle reti, necessità di accumulo di parte dell’energia prodotta, necessità di monitorare e controllare le reti in modo più efficiente e capillare) ma su questo Terna ed Enel hanno stanziato miliardi e già oggi i primi 30 GW installati non creerebbero problemi a Terna. Certamente c’è da tener conto anche di tutta la rilevante problematica della sostenibilità ambientale, sociale e culturale individuando le cosiddette “aree idonee” per l’installazione delle Fer (aree di cui si attende ancora la conclusione dell’iter legislativo dal 2021). A ciò si aggiungano tutti i tempi lunghissimi per ottenere le varie autorizzazioni tra i numerosi Enti amministrativi che si dividono le competenze. Tempi di svariati anni, a seconda del procedimento autorizzativo, contro i pochi mesi previsti dalle direttive europee. In questo contesto è determinante la pesante assenza di una visione strategica da parte del governo che crea, con interventi legislativi intempestivi, contradditori e non coordinati, una instabilità dei mercati e continui stop&go a tutta la filiera, come lamentano da tempo tutte le principali associazioni Fer, in particolare quelle del fotovoltaico e dell’eolico.

Uno scenario che continua a rallentare investimenti, occupazione e autonomia energetica dell’Italia. Basti pensare che per ogni 30 GW installati si ridurrebbe di circa 10 miliardi di metri cubi all’anno la richiesta di gas che compriamo da altri Paesi (circa l’intero valore di gas che importiamo in un anno dall’Azerbaijan) e si svilupperebbero investimenti per circa quaranta miliardi di euro e occupazione per un centinaio di migliaia di posti di lavoro. L’attuale modello di gestione delle Fer è quindi nel suo complesso totalmente inadeguato. Occorre un regime legislativo (governativo e regionale) stabile che assicuri una ragionevole prospettiva di remunerazione degli investimenti facendo da traino vero per le iniziative private.

Bisogna riformulare radicalmente il modello autorizzativo con misure straordinarie, al fine di ridurre drasticamente i tempi. Occorre intervenire affinché i grandi gestori della rete nazionale potenzino più rapidamente l’ammodernamento degli elettrodotti assecondando programmi più ambiziosi di sviluppo delle Fer per il nostro Paese. Un Paese nel quale una reale volontà politica di un forte sviluppo delle Fer potrebbe contribuire significativamente a risolvere gli squilibri territoriali, se non per apprezzabili scopi solidaristici, almeno per meri scopi economici perché si abbatterebbero di molto le emissioni climalteranti e i relativi costi sociali e perché una migliorata autonomia energetica con costi dell’energia ridotti e meno oscillanti, oltre a generare gli enormi benefici citati, contribuirebbe a garantire più stabilità per tutti e maggiori spazi di competitività al motore produttivo del Paese, collocato soprattutto al Nord.

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