Un giorno è successo. Non è facile dire quando, però è successo. Non coincideva con l’avvento dei social, ma ne ha rafforzato la capacità di infiltrazione nelle vite di tutti. Forse si tratta di un salto evolutivo, di un avanzamento della specie; o forse, in quanto Sapiens, siamo sempre stati così, pericolosamente vocati al gregge, a fare i topi del pifferaio di turno. Detto in altri termini, una larga porzione di umanità adulta o semi-adulta si è scoperta influenzabile e dunque influenzata: prima che cittadini, acquirenti, lettori, spettatori, siamo simpaticamente diventati follower. E questa non è una cosa bella, né brutta. È una cosa vera. Chi si sente immune, indenne, in realtà ha comunque qualche suo influencer di riferimento e di fiducia — magari su una piattaforma per gente attempata, come Facebook. Pure fosse un influencer anti-influencer, uno che moralisticamente contestasse, che so, Chiara Ferragni, in fondo prova a fare lo stesso lavoro. E non uso la parola a caso: perché g…
Un giorno è successo. Non è facile dire quando, però è successo. Non coincideva con l’avvento dei social, ma ne ha rafforzato la capacità di infiltrazione nelle vite di tutti. Forse si tratta di un salto evolutivo, di un avanzamento della specie; o forse, in quanto Sapiens, siamo sempre stati così, pericolosamente vocati al gregge, a fare i topi del pifferaio di turno. Detto in altri termini, una larga porzione di umanità adulta o semi-adulta si è scoperta influenzabile e dunque influenzata: prima che cittadini, acquirenti, lettori, spettatori, siamo simpaticamente diventati follower. E questa non è una cosa bella, né brutta. È una cosa vera. Chi si sente immune, indenne, in realtà ha comunque qualche suo influencer di riferimento e di fiducia — magari su una piattaforma per gente attempata, come Facebook. Pure fosse un influencer anti-influencer, uno che moralisticamente contestasse, che so, Chiara Ferragni, in fondo prova a fare lo stesso lavoro. E non uso la parola a caso: perché giuro che in una scuola media, l’anno scorso, un certo numero di ragazzine — alla mia stupida domanda su cosa volessero fare da grandi — hanno risposto: “Chiara Ferragni”. Che è per l’appunto una categoria professionale: a cui aspirano di iscriversi in milioni di persone, tentando con mezzi a portata di tutti il grande salto.
Quello di monetizzare la propria stessa faccia, prima ancora che le proprie parole, più o meno ispirate e ispiranti. Sto refertando l’ovvio, descrivendo ciò che è sotto gli occhi di chiunque, ovvero sullo schermo su cui digito anche questo pezzo. Però c’è un aspetto che da un lato il caso Ferragni, dall’altro e in conseguenza l’intempestivo intervento dell’autorità di garanzia in materia aiutano a mettere a fuoco: se l’influencer è un professionista, o in modo eccentrico un commerciante, è bene che conosca i suoi oneri. «Il lavoro degli influencer»: la formula è questa. I princìpi etici non si possono introiettare su prescrizione, ma qualche regola si può imporre. È anacronistico tenere nel mirino soltanto Google, Zuckerberg, Musk e le loro aziende, quando a produrre contenuti ben più infiltranti e persuasivi sono singoli signore e signori Nessuno diventati all’improvviso Qualcuno. Se una volta postavi il capo di lingerie comprato per pochi euro, la fotografia dell’insalata o il ciondolo regalato da nonna e oggi posti il capo firmato, il panettone d’eccezione, il ciondolo donato e ti rivolgi a migliaia o milioni di “influenzabili”, è arrivato il momento di considerare qualche limite. Non allo scarso acume, perché sarebbe impossibile, ma almeno all’azione truffaldina, all’opportunismo selvaggio e ambiguamente redditizio, all’istigazione all’acquisto, al gioco d’azzardo, talvolta perfino (penso a certi youtuber finiti in cronaca nera) al suicidio/omicidio. Forse il vero salto di specie a cui stiamo assistendo è quello degli influencer da cameretta che diventano aziende a gestione più o meno familiare. Holding con fatturati imponenti basati — lo dico con un disgustoso anglicismo da manager — sulla “reputation”. Qualcosa, oggettivamente, di impalpabile. E — c’era bisogno di constatarlo? — fragilissimo.
Fatto è che mio cugino, mia zia, l’amico delle superiori, una volta diventati davvero Qualcuno, possono influenzarmi su tutto. Credevo che mi volessero vendere, a seconda delle rispettive qualità e inclinazioni, la loro faccia, l’intimità, il dolore, le gag, le “challenge”, gli abiti, il pandoro, e invece mi vendono notizie, informazioni, visioni del mondo. Le loro verità autocertificate. Sono, in un gesto solo, piazzisti, manager, editori, produttori di una tv in streaming ininterrotto formato smartphone. È bene che sappiano, a questo punto, di non godere di particolari immunità. E di non vivere, come qualche volta potrebbero illudersi o pretendere, in un deserto morale.