Onu, ultima chiamata
di Laura MirakianNew York, 22 dicembre: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
La crisi in Medio Oriente, provocata dal brutale attacco di Hamas del 7 ottobre, e la concomitante aggressione russa all’Ucraina rischiano di infliggere il colpo di grazia al sistema internazionale centrato sulle Nazioni Unite, sede per eccellenza deputata a perseguire la pace e la sicurezza mondiale. Il calo di credibilità dell’Onu alimenta la percezione popolare che “le Nazioni Unite non servono a nulla”. Diciamo subito che non è esattamente vero.
Primo, guerre e crisi non si spengono come per incanto premendo un bottone. Secondo, va riconosciuto quantomeno il merito delle Agenzie umanitarie, a partire dal polo di Roma, che provvedono alla sopravvivenza di intere popolazioni in pericolo.
Terzo, ancor prima, che le Nazioni Unite sono un’entità dinamica che trae legittimità ed efficienza dagli Stati che ne sono parte, e che accompagna l’evolversi nel tempo dei fenomeni sociali, politici, economici che segnano la storia delle genti e delle forze profonde che ne determinano assetti…
La crisi in Medio Oriente, provocata dal brutale attacco di Hamas del 7 ottobre, e la concomitante aggressione russa all’Ucraina rischiano di infliggere il colpo di grazia al sistema internazionale centrato sulle Nazioni Unite, sede per eccellenza deputata a perseguire la pace e la sicurezza mondiale. Il calo di credibilità dell’Onu alimenta la percezione popolare che “le Nazioni Unite non servono a nulla”. Diciamo subito che non è esattamente vero.
Primo, guerre e crisi non si spengono come per incanto premendo un bottone. Secondo, va riconosciuto quantomeno il merito delle Agenzie umanitarie, a partire dal polo di Roma, che provvedono alla sopravvivenza di intere popolazioni in pericolo.
Terzo, ancor prima, che le Nazioni Unite sono un’entità dinamica che trae legittimità ed efficienza dagli Stati che ne sono parte, e che accompagna l’evolversi nel tempo dei fenomeni sociali, politici, economici che segnano la storia delle genti e delle forze profonde che ne determinano assetti ed equilibri di potere; in altri termini sono lo “specchio del mondo”.
Basti pensare che agli albori, nel 1945, gli Stati membri erano 51, oggi sono 193, dopo gli anni della decolonizzazione, le vicende che hanno segnato la fine dell’Urss e della ex Jugoslavia e, complice la globalizzazione, l’emergere della Cina e di molti altri attori tra coloro che chiamavamo addirittura “terzo mondo”.
È questo “ex terzo mondo” che oggi lamenta la scarsa considerazione alle proprie priorità e reclama diritto di partecipazione nelle sedi decisionali sia politiche sia economiche.
«Una grande frattura si staglia all’orizzonte», è l’allarme lanciato da Guterres all’Assemblea generale a settembre. E si ripetono i richiami dello stesso Guterres e dei vertici delle Istituzioni di Bretton Woods, Fmi e Banca mondiale perché si ponga rimedio a una architettura finanziaria mondiale che è “non-funzionale ed ingiusta” nel contesto della sfavorevole congiuntura mondiale che penalizza i più vulnerabili.
Quarto, e non ultimo, che i centri decisionali soffrono di un “peccato originale”, una struttura ereditata dagli esiti della Seconda guerra mondiale in cui cinque Stati, i vincitori, siedono nel Consiglio di Sicurezza in permanenza e con diritto di veto, e che tra gli stessi si susseguono veti incrociati che di fatto paralizzano il processo decisionale. Anche nelle sedi economiche, pochi detengono posizioni che consentono di dominare il campo.
In altri termini, una struttura obsoleta. Senza cedere alla retorica delle più ciniche valutazioni e della presunta inerzia del Segretario generale Guterres, è evidente che il sistema delle Nazioni Unite oggi, in un mondo frammentato e policentrico, fatica a perseguire gli obiettivi primari sanciti nella Carta, mantenere pace e sicurezza internazionale, favorire la cooperazione internazionale, incoraggiare il rispetto dei diritti e delle libertà per tutti.
Da tempo i Paesi più accorti, tra cui l’Italia, registrano tale incongruenza proponendo un aggiornamento del sistema, centrato su una riforma del Consiglio di Sicurezza che dia migliore rappresentatività ai nuovi protagonisti e al contempo diluisca il dominio storico dei pochi: un cantiere tuttora aperto, che il presidente Mattarella ha da ultimo evocato in occasione della Conferenza degli Ambasciatori svoltasi alla Farnesina, e su cui gli stessi Stati Uniti stanno riflettendo.
Abbiamo due strade di fronte a noi, e possiamo aggiungerne una terza. La prima, irrigidirsi nella difesa dello status quo, a costo di veder crescere istituzioni parallele a guida di Paesi quali Cina e Russia, conflittuali con i valori di democrazia, libertà, diritti umani che l’Occidente promuove, in uno scenario di contrapposizione endemica e di competizione per acquisire consensi nel Sud Globale.
La seconda, concentrarsi sul deficit strutturale del sistema con riforme che pongano la sicurezza collettiva su basi più solide: in sostanza, un percorso di ricerca “dell’interesse comune” della comunità globale nel mondo di oggi. Già negli anni ’90, a fronte di guerre e massacri nell’ex Jugoslavia, Zlatko Dizdarevic e Gigi Riva scrissero il volumetto L’Onu è morta a Sarajevo e Kofi Annan, precorrendo i tempi, evocava la necessità di una riedizione aggiornata dell’interesse comune. Non se ne fece nulla.
La terza strada, la più promettente, consiste nel riconoscere che oggi le sfide geopolitiche si incrociano con inedite sfide planetarie che riguardano tutti e che nessuno può affrontare da solo, cambiamenti climatici, salute e pandemie, diseguaglianze e migrazioni, sicurezza energetica e alimentare, nuove tecnologie e intelligenza artificiale, e non ultimo il rischio di proliferazione nucleare a cascata.
Concentrarsi su temi mirati rappresentativi dell’interesse globale potrebbe valere un consenso presso tutti gli attori e riuscire a rivitalizzare le istituzioni multilaterali.
Temi ineludibili per il G7 che l’Italia presiederà quest’anno e successivamente per il Summit of the Future, programmato da Guterres a New York. Ben sapendo che se non si aggiornano assetti e regole internazionali rimane solo la logica della prepotenza, e che questa potrebbe essere l’ultima chiamata.