Perché all’Europa serve una difesa comune
di Marta DassùChe Donald Trump vinca o meno le elezioni del novembre 2024, l’Europa deve porsi il problema di costruire una difesa comune. È un obiettivo perseguito in teoria da parecchi decenni. Ma che non si traduce nella pratica per le ragioni che cercheremo di spiegare. Sono tempi di guerra. Tuttavia gli europei sembrano vivere in una sorta di mondo parallelo, fatto di pace (che non c’è più ai nostri confini orientali e meridionali) e basato sulla protezione a basso costo da parte degli Stati Uniti (che non si può più dare per scontata).
Cominciamo allora da qui, dal fattore Washington. Secondo una tesi abbastanza diffusa, un’eventuale presidenza Trump 2 metterebbe fine alla Nato. Non credo: anche in una logica America-first, agli Stati Uniti non conviene sacrificare…
Che Donald Trump vinca o meno le elezioni del novembre 2024, l’Europa deve porsi il problema di costruire una difesa comune. È un obiettivo perseguito in teoria da parecchi decenni. Ma che non si traduce nella pratica per le ragioni che cercheremo di spiegare. Sono tempi di guerra. Tuttavia gli europei sembrano vivere in una sorta di mondo parallelo, fatto di pace (che non c’è più ai nostri confini orientali e meridionali) e basato sulla protezione a basso costo da parte degli Stati Uniti (che non si può più dare per scontata).
Cominciamo allora da qui, dal fattore Washington. Secondo una tesi abbastanza diffusa, un’eventuale presidenza Trump 2 metterebbe fine alla Nato. Non credo: anche in una logica America-first, agli Stati Uniti non conviene sacrificare l’alleanza con l’Europa, lasciando che la Russia e in parte la Cina ne traggano vantaggi nella competizione con Washington. Tuttavia Donald Trump, con più radicalità di quanto abbia fatto durante la sua prima presidenza, imporrà agli europei di sostenere il grosso dello sforzo della difesa continentale, lasciando all’America un ruolo di dissuasione nucleare e di bilanciamento dall’esterno. Trump 2 potrebbe insomma puntare non sul burden sharing, vecchia richiesta americana (secondo cui gli europei devono aumentare le loro spese militari, come sta avvenendo), ma sul burden shifting: lo spostamento sull’Europa dell’onere della difesa euro-atlantica. Cosa che lascerebbe agli Stati Uniti maggiori capacità di concentrarsi sul fronte che ritengono primario, quello indo-pacifico.
Secondo un rapporto del Center for Renewing America, la strategia americana dovrebbe muovere dall’assunto che i membri europei della Nato siano in grado di bilanciare la Russia, potenza in declino. Mentre l’America sarà impegnata con la vera potenza rivale, la Cina. Per Washington, la Nato dovrà diventare un’organizzazione “dormiente” (“a dormant Nato”, si legge nel rapporto). Tesi che suona bizzarra, visto che l’invasione russa dell’Ucraina ha rilanciato la Nato, favorendo l’adesione di Paesi neutrali (Finlandia e Svezia) e incentivando il buy American in campo militare.
Resta il fatto che, come dimostrano i problemi emersi nel Congresso americano sugli aiuti all’Ucraina, una parte del mondo politico statunitense dà segnali di disimpegno dall’Europa. E Washington appare “distratta” dal conflitto medio-orientale. Anche nel caso di una conferma elettorale di Joe Biden, il contributo europeo all’Alleanza atlantica dovrà necessariamente aumentare: una Nato più europea dovrà combinarsi a un ruolo molto più rilevante dell’Ue nelle politiche di sicurezza.
Siamo in grado di muoverci in questo senso? In teoria, la risposta è sì: sommata insieme, la spesa europea per la difesa è già superiore alla spesa della Russia, che pure è in rapida crescita. Ma esistono quattro tipi di ostacoli. Il primo è la diversità di percezioni fra Paesi dell’Ue in materia di politica estera: difficile avere una difesa europea senza una politica estera comune. Se sull’Ucraina siamo rimasti per ora coesi (con l’eccezione di Orbán), le divisioni sul fronte medio-orientale hanno confermato il problema. Si aggiunge la mancanza di fiducia reciproca: per i Paesi del “fianco Est” dell’Europa, gli Stati Uniti restano comunque un alleato più credibile di gran parte degli europei stessi. Terzo fattore è la frammentazione industriale: come ha ricordato Roberto Cingolani, Ceo di Leonardo, in una intervista al Financial Times, la difesa europea è azzoppata dal fatto che gli Stati nazionali continuano a investire nei propri sistemi d’arma, cosa che crea una serie impressionante di duplicazioni e impedisce l’emergere di “campioni industriali europei”. Il risultato è che la spesa per la difesa non genera una capacità aggregata all’altezza delle sfide attuali. Il passaggio da politiche nazionali di approvvigionamento a un vero e proprio procurement europeo – che esiste ma è scarsamente finanziato - sarebbe indispensabile. E potrebbe essere facilitato dallo svuotamento dei vecchi arsenali, dovuto alle forniture all’Ucraina. Infine, e certo non in ultimo, gli europei devono avere chiaro che la difesa costa ma è un investimento necessario. Siamo ancora lontani dall’esserne consapevoli.
Per i tempi che stiamo vivendo, l’Europa della difesa fa progressi troppo lenti. La sicurezza europea non più essere semplicemente delegata agli Stati Uniti. Il ciclo elettorale del 2024 lo confermerà. Gli Stati membri dell’Ue devono ragionare, in materia di sicurezza e difesa, su una scala europea: è il modo per superare gli ostacoli citati e i vincoli di risorse. Non sarà un passaggio politico facile. Ma appare ormai indispensabile.