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I consumi nel Paese degli incerti

(ansa)
Le aspettative con cui inizia il nuovo anno ci consegnano un’Italia bisognosa di interventi radicali di politica economica
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Il duplice insegnamento di Keynes, nella sua Teoria Generale del 1936, è che gran parte delle dinamiche macroeconomiche dipende da aspettative, ma che le aspettative si formano in un contesto psicologico segnato da un’incertezza fondamentale.

L’incertezza è fondamentale, cioè insormontabile, perché il futuro è per sua natura incerto: sfida le nostre migliori capacità di previsione. Esistono periodi “calmi”, in cui si può presumere che domani sarà più o meno come oggi, e comportarsi di conseguenza, altri invece in cui l’unica cosa certa è che “di doman non v’è certezza”. Manco a dirlo, l’orizzonte con cui si apre il 2024 è il secondo dei due.

Ed è questo quadro di incertezza che viene fotografato da due inchieste condotte da Coop sui comportamenti di consumo degli italiani. Ne emerge una tendenza a concentrarsi su progetti di breve durata, tralasciando impegni a lungo termine: “Quasi un cittadino su tre vorrebbe acquistare una casa (29%), o cambiare nazione (28%), ma già sa che non lo …

Il duplice insegnamento di Keynes, nella sua Teoria Generale del 1936, è che gran parte delle dinamiche macroeconomiche dipende da aspettative, ma che le aspettative si formano in un contesto psicologico segnato da un’incertezza fondamentale.

L’incertezza è fondamentale, cioè insormontabile, perché il futuro è per sua natura incerto: sfida le nostre migliori capacità di previsione. Esistono periodi “calmi”, in cui si può presumere che domani sarà più o meno come oggi, e comportarsi di conseguenza, altri invece in cui l’unica cosa certa è che “di doman non v’è certezza”. Manco a dirlo, l’orizzonte con cui si apre il 2024 è il secondo dei due.

Ed è questo quadro di incertezza che viene fotografato da due inchieste condotte da Coop sui comportamenti di consumo degli italiani. Ne emerge una tendenza a concentrarsi su progetti di breve durata, tralasciando impegni a lungo termine: “Quasi un cittadino su tre vorrebbe acquistare una casa (29%), o cambiare nazione (28%), ma già sa che non lo farà. Il 30% degli occupati vorrebbe cambiare lavoro, ma sa che non sarà possibile farlo”.

L’effetto di questa preoccupata prudenza è che la propensione al consumo tende a ridursi, e quella al risparmio tende a salire. Sempre per chi in Italia abbia qualcosa da risparmiare.

Si tratta di un comportamento comprensibile a livello individuale, ma che ha effetti macroeconomici indesiderabili. Una bassa propensione a consumare, infatti, tende a deprimere anche la propensione a investire: perché mai le imprese dovrebbero aumentare la capacità produttiva se le prospettive della domanda interna restano fiacche?

In un mondo dominato dalle aspettative, è facile che le aspettative si autorealizzino: un pessimismo generalizzato può generare comportamenti che alla fine lo confermano. Ma è anche vero il contrario: una inversione delle aspettative può portare a una inversione delle tendenze.

Ma allora l’economia è solo una questione di psicologia? Evidentemente no. La propensione al consumo è sensibile a fattori per nulla soggettivi. Uno di questi è la distribuzione del reddito, ossia il modo in cui la ricchezza nazionale prodotta nell’anno si ripartisce fra differenti gruppi sociali. Un tempo si sarebbe detto “classi”.

Resta il fatto che non è indifferente per un’economia in quale proporzione il reddito prodotto vada ai salari, ai profitti o alle rendite. E tanto meno è indifferente quanto un’economia sia marcata dalle diseguaglianze. La propensione al consumo, infatti, è maggiore nei redditi da lavoro che non negli altri redditi, ed è maggiore per i redditi medio-bassi.

L’Italia che cresceva con tassi non da prefisso telefonico era un Paese in cui gli aumenti del reddito andavano ai salari e ai redditi bassi. Da trent’anni invece un fenomeno inverso segna l’economia: la riduzione della quota dei salari sul reddito nazionale, dovuta a una mancata crescita dei salari reali, cioè del potere d’acquisto effettivo al netto dell’inflazione.

Le statistiche sono impietose: l’Italia è in coda a tutte le statistiche. Ed è uno dei pochi Paesi in Europa a non avere un salario minimo legale. La spiegazione più intuitiva è che i salari non sono cresciuti perché non è cresciuta la produttività. È il grande tema del “declino” italiano.

Ma la macroeconomia a volte è controintuitiva: e non è insensato dire che la produttività può non aumentare proprio perché non aumentano i salari, e dunque la propensione a investire resta bassa, con effetti negativi sulle dinamiche del reddito.

Le indagini della Coop fotografano una situazione, e non hanno certo l’obiettivo di sviscerarne le radici. Resta però il fatto che le aspettative con cui inizia il nuovo anno ci consegnano un’Italia bisognosa di interventi radicali di politica economica. Prima di raggiungere i propri obiettivi, infatti, una politica economica credibile potrebbe avere l’effetto di invertire le aspettative.

Massimo Amato insegna Storia economica all’Università Bocconi

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