I rischi per l’Europa
di Bernard GuettaSaranno diverse da qualsiasi altra. A causa delle due guerre alle nostre frontiere e dell’allontanamento degli Stati Uniti in sottofondo, le elezioni europee del prossimo giugno verteranno per la prima volta sulle sfide immediate per la nostra comune sicurezza.
Non saranno elezioni di metà mandato. Non si tratterà neppure di unire le forze – socialiste e centriste, conservatrici e verdi – che già ora stanno convergendo sulle quanto è più essenziale sia al Parlamento europeo sia al Consiglio europeo. No, si tratterà di affrontare le tre minacce che incombono, di decidere i modi migliori a disposizione della nostra Unione per reagire come si conviene e delegare il parlamento a passare all’azione.
A est, Vladimir Putin vuole piegare l’Ucraina prima che questa possa disporre di aerei da combattimento e prima di dover firmare un nuovo ordine di mobilitazione che inciderebbe sulla sua autorità. Non appena si concluderà il disgelo e sparirà il fango, c’è da mettere in conto un’offensiva russa, ed è in quel momento preciso – quando negli Stati Uniti le primarie arriveranno al culmine, quando nell’Unione si aprirà la campagna elettorale, e quando lui stesso si sarà fatto rieleggere – che Vladimir Putin potrà proporre un cessate-il-fuoco.
Per lui quello sarà il modo di garantirsi una porzione dell’Ucraina prima che il prolungarsi della guerra diventi molto problematico. Donald Trump e le estreme destre europee caldeggeranno l’accettazione di quell’offerta. Le opinioni pubbliche dei Paesi occidentali si divideranno e Putin ne uscirà vincitore. Come minimo, si farà applaudire da una parte considerevole dello scacchiere occidentale e, nel caso in cui riuscisse a far accogliere la sua proposta, guadagnerebbe il tempo necessario a preparare altre aggressioni, come fece dopo l’annessione della Crimea.
Se non vogliamo che il presidente russo porti avanti le sue mire imperialistiche e continui ad aggravare la divisione delle democrazie, dobbiamo riproporci l’obiettivo di obbligarlo ad ammettere la sua sconfitta e a richiamare le sue truppe affinché in futuro una Russia democratica possa contribuire a rafforzare e stabilizzare il nostro continente comune.
A sud la situazione è diversa. Lì non c’è un nemico, ma un caos sempre più dilagante nel quale si mescolano l’affermazione politica delle monarchie petrolifere, l’ansimante ricerca della sopravvivenza da parte del regime iraniano, la determinazione di Hamas di annientare lo Stato ebraico facendogli perdere la ragione, e la cecità di una destra israeliana che con l’uso della forza crede di potersi sottrarre alla creazione di uno Stato palestinese. Se non vogliamo che questo caos ci investa, non dobbiamo più esitare a mettere in discussione i nostri accordi commerciali con gli israeliani e i nostri aiuti economici ai palestinesi per indurli a negoziare la coesistenza di due Stati.
A ovest, infine, la sfida è più grande ancora. A prescindere da chi sarà il prossimo presidente, gli Stati Uniti continueranno a prendere le distanze dall’Europa e Donald Trump, se tornerà alla Casa Bianca, smantellerà l’Alleanza atlantica e stringerà accordi con Putin a spese degli ucraini e dei ventisette Paesi dell’Unione. Ha già iniziato a farlo, inducendo i suoi simpatizzanti della Camera a bloccare gli aiuti all’Ucraina ma, una volta eletto, riconoscerà la sovranità russa sul Donbass e sulla Crimea per distendere i rapporti con Cina e Russia.
Presto o prestissimo – perché il problema degli americani non è più la Russia, ma la Cina, e perché Donald Trump vede in noi rivali da mettere in disparte – potremo trovarci soli faccia a faccia con Putin e con il caos in Medio Oriente. Non dobbiamo attendere quel momento a braccia conserte: al contrario, dobbiamo mettere in comune tutto quello che possiamo per espandere le industrie paneuropee degli armamenti che ci permetteranno di garantire la nostra autonomia strategica, di restare al fianco dell’Ucraina e forse, se ci sarà ancora tempo, di trasformare la Nato in un’alleanza tra due potenze, gli Stati Uniti d’America e l’Unione europea.
Viviamo sotto molteplici minacce, ma il pericolo maggiore per noi sarebbe quello di crederci impotenti e perduti, mentre non lo siamo. Alla pari con la Cina, siamo la seconda economia più importante del mondo e potremmo consolidare la posizione perché la crescita cinese sta rallentando e i britannici vogliono provare a riavvicinarsi all’Unione con collaborazioni a livello industriale, civile e militare. La nostra moneta è solida. Abbiamo tutti i mezzi per investire nella nostra sicurezza. Nel contempo, ogni cosa nell’Unione sta per cambiare.
Non ci sono più tabù su una Difesa comune. Già adesso stiamo ordinando munizioni in comune e, aldilà dei mercanteggiamenti di Orbán, l’Unione è unanime nel suo sostegno all’Ucraina. Altrettanto unanime è nei confronti della questione israelo-palestinese, perché tutti gli Stati membri caldeggiano la creazione di uno Stato palestinese. Con posizioni condivise rispetto alle due crisi più importanti di questo periodo, l’Unione muove i primi passi verso la costituzione di un’unione politica e, sempre unanimemente, ha appena avviato i negoziati per l’adesione dell’Ucraina.
Questo significa che poco alla volta l’Unione si allargherà ad altri otto nuovi Paesi, ma… attenzione: non potrà riuscirci se si accontenterà di sperare nell’abrogazione del diritto di veto quando molti Paesi che ne fanno parte vi sono vincolati. Bisognerà essere molto più audaci e incamminarsi verso un’Unione che faccia coesistere, sotto una stessa bandiera, gradi diversi di integrazione.
Questo accade già oggi con la zona euro o l’Area Schengen, alle quali non tutti i Ventisette vogliono appartenere. Dovremo ispirarci a quella esistente, per inventare l’Unione del domani, l’Unione di un secolo nel quale la nostra unità politica garantirà la nostra influenza e la nostra sovranità.
Traduzione di Anna Bissanti