Abuso d’ufficio e traffico di influenze: principio di diseguaglianza
di Carlo BoniniIl ministro della Giustizia Carlo Nordio
(agf)
La maggioranza di governo e la sua ruota di scorta Italia Viva cancellano il reato di abuso d’ufficio e riducono a simulacro quello di traffico di influenze. E lo fanno con la sgangherata tracotanza e la sguaiata euforia proprie della peggiore politica che sta restituendo a sé stessa l’ebrezza di essere finalmente libera dal controllo di legalità.
Con argomenti da bar sport viene venduta al Paese la storiella secondo cui le ragioni della nostra crescita economica asfittica, l’inconcludente ed elefantiaca amministrazione della cosa pubblica — soprattutto al livello locale, dunque nei comuni — la spoliazione della politica dalle sue prerogative abbiano un unico responsabile: l’odioso abuso di ufficio. “Un reato evanescente”, chiosa l’ineffabile ministro della giustizia Nordio, che una magistratura irresponsabile e una imperante cultura giustizialista avrebbero trasformato in micidiale strumento di intimidazione o, peggio, ricatto, nei confronti degli amministratori pubblici. Che ora, du…
La maggioranza di governo e la sua ruota di scorta Italia Viva cancellano il reato di abuso d’ufficio e riducono a simulacro quello di traffico di influenze. E lo fanno con la sgangherata tracotanza e la sguaiata euforia proprie della peggiore politica che sta restituendo a sé stessa l’ebrezza di essere finalmente libera dal controllo di legalità.
Con argomenti da bar sport viene venduta al Paese la storiella secondo cui le ragioni della nostra crescita economica asfittica, l’inconcludente ed elefantiaca amministrazione della cosa pubblica — soprattutto al livello locale, dunque nei comuni — la spoliazione della politica dalle sue prerogative abbiano un unico responsabile: l’odioso abuso di ufficio. “Un reato evanescente”, chiosa l’ineffabile ministro della giustizia Nordio, che una magistratura irresponsabile e una imperante cultura giustizialista avrebbero trasformato in micidiale strumento di intimidazione o, peggio, ricatto, nei confronti degli amministratori pubblici. Che ora, dunque, vengono finalmente restituiti alla libertà dell’azione politica senza il timore di vedersi iscritti nel registro degli indagati sulla base dell’esposto di qualche oppositore politico o di qualche associazione in difesa dell’ambiente o dei consumatori.
Naturalmente, come ogni volta che questa maggioranza si è dedicata ad allargare l’area di impunità dei reati cosiddetti dei colletti bianchi, anche in questa occasione per demolire una parte del sistema di tutela della trasparenza e imparzialità della pubblica amministrazione è stato necessario ignorare gli inviti del Quirinale e intorbidire l’acqua della discussione pubblica. Manipolandone i fondamentali. Non più tardi infatti del 2020, la norma del codice penale che disciplinava l’abuso di ufficio (l’articolo 323) aveva conosciuto un’importante riformulazione (la quarta in novant’anni di vita del codice) che aveva ulteriormente tipizzato (e dunque circoscritto) le condotte perseguibili dell’amministratore pubblico proprio per ridurre i margini di interpretazione e dunque di censura da parte della magistratura penale. Di più: con la riforma Cartabia, si era intervenuto anche sulla norma del codice di procedura penale (l’articolo 335) imponendo al pubblico ministero di procedere all’iscrizione nel registro degli indagati di una persona solo sulla scorta di “specifici elementi indizianti”. Detta altrimenti, la doppia riforma aveva di fatto risposto ai legittimi timori di quanti, nella seconda metà degli anni ’90 e nei primi anni 2000, avevano sollevato (anche da sinistra) legittime obiezioni sull’uso estensivo o addirittura strumentale di questo reato. E dunque sulla sua capacità oggettiva di paralizzare la pubblica amministrazione. La giurisprudenza dei tribunali aveva fatto il resto, alzando di molto la soglia probatoria richiesta alle Procure per poter ottenere non solo delle condanne per abuso di ufficio, ma anche soltanto dei rinvii a giudizio.
C’è di più. Nel 2003, le Nazioni Unite hanno approvato la Convenzione di Merida. Strumento indicato come “essenziale nella lotta globale alla corruzione” e ratificata dall’Italia nel 2009. Ebbene, l’abolizione del reato di abuso di ufficio è in aperto contrasto con i principi e le disposizioni di quella Convenzione. E dunque non è difficile immaginare che la nostra Consulta possa prima o poi dichiarare incostituzionale il vuoto normativo che l’abrogazione del reato di abuso a questo punto apre. Soprattutto nel momento in cui, con la stessa logica che muove l’aggressione ai reati contro la pubblica amministrazione, la maggioranza manomette il reato di traffico di influenze restringendone l’applicazione alla sola ipotesi in cui sia “finalizzata a commettere un reato”. Che altri non è che l’abuso di ufficio. Reato, per l’appunto, appena cancellato.
Diciamola in modo più semplice. L’abolizione del reato di abuso di ufficio e la sterilizzazione di quello di traffico di influenze consegnano il nostro Paese al principio di diseguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Perché la discrezionalità della politica e degli amministratori pubblici nella distribuzione di risorse e voci importanti della spesa pubblica in violazione di specifiche regole di condotta previste dalla legge non sarà più punibile. Un sindaco che affidi un appalto a un familiare o a un amico o a un amico di amici non sarà più perseguibile. A meno che non ne venga dimostrata la corruzione. Né sarà più punibile il rigoglioso sottobosco che cresce all’ombra della politica, dove il “favore” si sostituisce al “diritto”. Dove, per chi tratta con la pubblica amministrazione, il ricorso al “facilitatore” o “faccendiere” che dir si voglia fa parte dei costi della produzione.
È il trionfo di un’idea familista, clanica, della politica chiamata alla gestione della cosa pubblica. Di cui questa maggioranza e questo governo sono espressione genuina, come dimostrano le cronache di queste settimane sul “Sistema Verdini” negli appalti Anas. Ed è, naturalmente, l’ennesimo strappo che ci connota come eccezione in un’Unione Europea che, pensate un po’, si prepara ad approvare una direttiva che chiede l’introduzione del reato di abuso di ufficio a quei Paesi che ne siano sprovvisti.