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Usa-Cina, una chance per la pace in Medio Oriente

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L’incursione omicida di Hamas nel Sud di Israele, il 7 ottobre, ha scatenato una nuova serie di orribili spargimenti di sangue in Medio Oriente. Anche se la rappresaglia di Israele con l’invasione di Gaza riuscisse a eliminare la minaccia militare immediata rappresentata da Hamas, lascerà dietro di sé una popolazione palestinese sconvolta, sofferente e arrabbiata.

Il numero di morti, l’entità delle distruzioni e la quantità delle sofferenze a Gaza danneggeranno gravemente le relazioni di Israele con la più ampia comunità palestinese e i relativi fratelli arabi in tutta la regione. Inoltre, Israele sta danneggiando la propria immagine nella più ampia comunità internazionale. Ci vorrà tempo per raccoglierne i cocci.

È difficile vedere un aspetto positivo in questo terribile momento di violenza, ma vale la pena di considerare se lo shock causato dalla guerra possa spingere il conflitto israelo-palestinese, apparentemente insolubile, verso una soluzione. Potrebbe, questa tragedia, ch…

L’incursione omicida di Hamas nel Sud di Israele, il 7 ottobre, ha scatenato una nuova serie di orribili spargimenti di sangue in Medio Oriente. Anche se la rappresaglia di Israele con l’invasione di Gaza riuscisse a eliminare la minaccia militare immediata rappresentata da Hamas, lascerà dietro di sé una popolazione palestinese sconvolta, sofferente e arrabbiata.

Il numero di morti, l’entità delle distruzioni e la quantità delle sofferenze a Gaza danneggeranno gravemente le relazioni di Israele con la più ampia comunità palestinese e i relativi fratelli arabi in tutta la regione. Inoltre, Israele sta danneggiando la propria immagine nella più ampia comunità internazionale. Ci vorrà tempo per raccoglierne i cocci.

È difficile vedere un aspetto positivo in questo terribile momento di violenza, ma vale la pena di considerare se lo shock causato dalla guerra possa spingere il conflitto israelo-palestinese, apparentemente insolubile, verso una soluzione. Potrebbe, questa tragedia, che ha costretto tanto gli israeliani come i palestinesi a guardare nell’abisso, rivelarsi un punto di svolta che spianerà la strada verso una pace duratura?

Prendere sul serio questa possibilità e, più in generale, guardare al di là dell’orizzonte non è solo un esercizio di velleitarismo. Esplorare come l’attuale conflagrazione possa porre le basi per la pace può aiutare a fornire agli israeliani, ai palestinesi e alla comunità internazionale una tabella di marcia da seguire quando la polvere si sarà depositata.

Per cominciare, la portata e l’intensità del conflitto possono far capire a israeliani e palestinesi che è necessario interrompere il ciclo di violenza che affligge la regione da decenni. Certo, gli scontri precedenti hanno col tempo indurito gli atteggiamenti di entrambe le parti, è comprensibile.

Gli israeliani tendono a rispondere alle sporadiche aggressioni dei palestinesi con rappresaglie e imponendo severe restrizioni al popolo palestinese — un approccio che si è evoluto, in parte, dopo la precedente esperienza di Israele a Gaza.

Il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, nel 2005, non fece che spianare la strada ad Hamas, che prese il potere e iniziò a lanciare una serie di attacchi. Quella esperienza, insieme ai continui atti di violenza compiuti dai palestinesi in Cisgiordania, ha convinto molti israeliani che gli sforzi di pacificazione volti a restituire più terra sarebbero avventati, mentre mantenere lo status quo è un’alternativa molto più sicura.

Il problema è che lo status quo — l’occupazione della Cisgiordania e il blocco di Gaza — è intollerabile e inaccettabile per i palestinesi, che vedono nel mix di repressione e intransigenza diplomatica di Israele un casus belli. Per molti palestinesi, solo attraverso la resistenza attiva, compresa la violenza, possono far capire agli israeliani che il loro comodo status quo non è poi così comodo.

Di conseguenza, i palestinesi continuano a lottare e gli israeliani rispondono stringendo la morsa. Ciascuna delle due parti incolpa l’altra e il ciclo di violenza prosegue.

Ma questa volta le cose potrebbero andare diversamente. Gli israeliani sono sbigottiti dal fallimento delle decantate istituzioni di sicurezza nazionale del loro Paese. Superiorità militare, minacce deterrenti, sorveglianza onnipresente, recinzioni, muri e posti di blocco: questi pilastri della politica di difesa israeliana non hanno impedito ad Hamas di massacrare circa 1.200 persone il 7 ottobre e di sequestrare circa 240 ostaggi, molti dei quali sono ancora prigionieri. Qualcosa deve cambiare.

Lo stesso vale per i palestinesi. Il terrore nichilista di Hamas ha portato solo morte e distruzione su vasta scala a Gaza, rendendo evidente la necessità di un cambiamento di rotta. Anche in Cisgiordania si assiste a un forte aumento della violenza tra palestinesi e israeliani.

Se l’attuale ciclo di guerra conducesse a un simultaneo cambiamento politico tra israeliani e palestinesi, potrebbe risultarne un risveglio reciproco, e non un’ulteriore ciclo continuo di violenza. In effetti, a Gaza, in Cisgiordania e nello stesso Israele questo cambiamento politico potrebbe essere all’orizzonte.

Il dominio di Hamas a Gaza è presumibilmente finito a causa della campagna di Israele per smantellarlo e della crescente disaffezione della popolazione locale. Anche prima dell’attuale ondata di violenza, molti abitanti della Striscia erano pronti per un’alternativa all’estremismo di Hamas.

Un sondaggio d’opinione condotto solo pochi giorni prima dell’attacco ha mostrato che il 67 per cento degli abitanti aveva poca o nessuna fiducia nel governo guidato da Hamas, che solo il 20 per cento sosteneva l’appello di Hamas alla distruzione di Israele e che la maggioranza preferiva una soluzione pacifica al conflitto.

È vero che il continuo spargimento di sangue incoraggerà alcuni palestinesi a gravitare verso cause estremiste. Ma a prescindere da come e quando finirà l’attuale conflitto, Gaza non sarà più sotto il controllo di Hamas.

In Cisgiordania, la sclerotica Autorità Palestinese — ampiamente considerata dai residenti sia della Cisgiordania che di Gaza come corrotta e inefficace — continua a barcollare con scarso sostegno pubblico. Pur essendo stato eletto nel 2005 per un mandato di quattro anni, il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas è ancora in carica; da allora non si sono più tenute elezioni presidenziali. Circa l’80 per cento dei palestinesi ritiene che il presidente, che ha ormai 87 anni, debba dimettersi. È chiaro che la leadership dell’Autorità palestinese va ben oltre la sua data di scadenza.

In Israele, anche la carriera politica del Primo Ministro Benjamin Netanyahu è probabilmente finita. Il giorno più letale nella storia del Paese si è verificato sotto il suo mandato — un colpo devastante per un politico che ha costruito la sua carriera sull’idea che solo la sua leadership fosse in grado di mantenere gli israeliani al sicuro. E non aiuta il fatto che le riforme giudiziarie che il suo governo stava portando avanti prima dello scoppio della guerra abbiano prodotto uno scontro paralizzante nella società israeliana.

Il sostegno a Netanyahu nei sondaggi sta crollando. Lui nega ogni responsabilità rispetto alla crisi attuale, ma si moltiplicano le accuse alla sua leadership divisiva, che avrebbe creato le premesse per la grave falla nella sicurezza del 7 ottobre.

Certo, la prospettiva di un cambio di governo concomitante a Gaza, in Cisgiordania e in Israele potrebbe portare a un lungo periodo di incertezza e far emergere forze ancora più radicali. Ma potrebbe anche portare al potere un nuovo gruppo di leader israeliani e palestinesi più disposti a dare una possibilità alla pace.

L’ultimo round di guerra tra Israele e Hamas ha ripercussioni che vanno ben oltre il Medio Oriente e proprio per questo gli Stati Uniti e la comunità internazionale sono impegnati in un’intensa attività diplomatica per evitare che il conflitto si allarghi. In prospettiva, la comunità internazionale potrebbe e dovrebbe costruire sul suo crescente impegno nella regione per rilanciare un processo di pace ormai fermo.

Nonostante i riferimenti alla necessità di una soluzione che contempli due Stati, i diplomatici americani non hanno fatto quasi nulla per abbinare le parole ai fatti. Ma ora il conflitto israelo-palestinese è al centro dell’attenzione: gli alti funzionari statunitensi volano in questi giorni di guerra più a Tel Aviv che a Kiev. Quando finirà l’attuale spargimento di sangue, i politici americani dovranno cogliere il momento per portare avanti i negoziati.

Gli Stati Uniti avranno bisogno di un notevole aiuto da parte dei partner europei e mediorientali, ma Washington dovrà tenere conto anche dell’arrivo della Cina sulla scena.

Woodside, California (Stati Uniti), 15 novembre: Joe Biden e Xi Jinping

 (reuters)

Nel solo 2023, la Cina è stata mediatrice nella normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, ha ospitato Abbas a Pechino per discutere del processo di pace e ha approfondito i legami con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e altre monarchie del Golfo.

La guerra tra Israele e Hamas ha creato l’opportunità per gli Stati Uniti e la Cina di collaborare per promuovere le prospettive di pace in Medio Oriente, un tema che è stato al centro dell’agenda di Washington e Pechino, che negli ultimi mesi hanno riavviato un dialogo strategico.

Sia gli Stati Uniti che la Cina sono interessati a domare l’intensificarsi della rivalità geopolitica tra loro; in questo senso, collaborare per contribuire a promuovere la causa della pace tra israeliani e palestinesi sarebbe un ottimo punto di partenza.

L’impegno diplomatico della Cina potrebbe essere particolarmente importante per tenere a freno l’Iran, tuttora un pericoloso burattinaio in Medio Oriente, che fornisce fondi e armi ad Hamas, Hezbollah e altri gruppi estremisti.

La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, il che conferisce al governo cinese una notevole influenza sulla Repubblica islamica. Da parte sua, un Iran isolato guarda alla Cina come alla sua ancora di salvezza diplomatica.

Con i colloqui per la normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele sospesi, ma non certo morti, gli Stati Uniti e la Cina potrebbero collaborare con una coalizione di potenze regionali per rendere l’Iran meno disposto — e meno capace — a esacerbare le spaccature settarie, infiammare le forze anti-israeliane e fomentare problemi in tutta la regione.

Sullo sfondo delle atrocità di Hamas e delle devastazioni provocate dalle rappresaglie israeliane, un accordo di pace tra israeliani e palestinesi sembra lontano, ma nessuno immaginava, sotto lo shock della guerra dello Yom Kippur del 1973, che Israele ed Egitto avrebbero firmato un trattato di pace sei anni dopo.

Le guerre possono portare a nuovi inizi, poiché mettono i combattenti di fronte a dure realtà che richiedono una soluzione. Per gli israeliani e i palestinesi, la dura realtà è che ci sono circa sette milioni di ebrei israeliani e sette milioni di palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, con questi ultimi in procinto di raggiungere la maggioranza demografica.

In queste circostanze, non esiste la soluzione di un solo Stato. Gli israeliani non permetteranno mai che il loro Paese sia governato da una maggioranza palestinese. Allo stesso tempo, Israele non può governare a tempo indeterminato su milioni di palestinesi che vivono in un limbo senza Stato.

L’unica via per la pace è una soluzione a due Stati in cui israeliani e palestinesi vivano in sicurezza l’uno accanto all’altro. Lo shock di questa guerra potrebbe far riconoscere a entrambe le parti questa realtà.

(Traduzione di Luis E. Moriones)

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