✕

Gigante dai piedi d’argilla

(ansa)
La vicenda dell’Ilva ha una connotazione europea
2 minuti di lettura

La vicenda dell’Ilva di Taranto sintetizza la storia e il presente di un Paese un tempo grande potenza industriale, ma ora alla ricerca affannosa di una propria identità. È una storia italiana, ma che non riguarda solo l’Italia, ma l’Unione Europea. Vediamo perché.

I nodi al pettine oggi vengono da lontano. Concepito a metà anni Cinquanta, inaugurato dieci anni dopo lo stabilimento tarantino di Acciaierie d’Italia ha oramai quasi settant’anni. Il quarto (dopo Cornigliano, Piombino e Bagnoli) polo siderurgico italiano aprì i battenti al chiudersi del Miracolo Economico, quando la siderurgia pesante italiana era prossima a raggiungere una saturazione aggravata dagli accordi comunitari.

Taranto nacque più per ragioni sociali (e politiche) che a seguito di un lucido disegno di politica industriale. Non si poteva pretendere di più da un’Iri (la super-holding statale che tramite Finsider controllava l’Italsider, da cui l’Ilva di Taranto dipendeva) il cui compito era oramai quello di mettere…

La vicenda dell’Ilva di Taranto sintetizza la storia e il presente di un Paese un tempo grande potenza industriale, ma ora alla ricerca affannosa di una propria identità. È una storia italiana, ma che non riguarda solo l’Italia, ma l’Unione Europea. Vediamo perché.

I nodi al pettine oggi vengono da lontano. Concepito a metà anni Cinquanta, inaugurato dieci anni dopo lo stabilimento tarantino di Acciaierie d’Italia ha oramai quasi settant’anni. Il quarto (dopo Cornigliano, Piombino e Bagnoli) polo siderurgico italiano aprì i battenti al chiudersi del Miracolo Economico, quando la siderurgia pesante italiana era prossima a raggiungere una saturazione aggravata dagli accordi comunitari.

Taranto nacque più per ragioni sociali (e politiche) che a seguito di un lucido disegno di politica industriale. Non si poteva pretendere di più da un’Iri (la super-holding statale che tramite Finsider controllava l’Italsider, da cui l’Ilva di Taranto dipendeva) il cui compito era oramai quello di mettere insieme diavolo e acqua santa, ovvero efficienza economica con politiche di sviluppo territoriale nelle aree economicamente depresse.

L’Ilva di Taranto risolse il problema nel breve periodo, alleviando l’endemica arretratezza del territorio. Al contempo, però, generò problemi strutturali, destinati a durare nel tempo.

Quarto polo in un settore in rallentamento, dal principio fu caratterizzato da grossi problemi di inefficienza e sottoutilizzo. Inevitabilmente, orientò l’economia del territorio verso la “monocoltura” siderurgica, contribuendo per decenni a convogliare energie creative e imprenditoriali in un’unica direzione. Gettò le basi per un degrado ambientale oggi giustamente considerato non più sostenibile. Un gigante dai piedi d’argilla, ma un gigante necessario, che garantiva occupazione e consenso politico.

Quando, a fine anni Ottanta, la capogruppo Finsider viene posta in liquidazione dall’Iri, l’Ilva di Taranto ne è lo stabilimento principale, ma anche la più acuta spina nel fianco, incapace di generare efficienza economica anche in un quadro di progressivo smantellamento e/o privatizzazione degli altri capisaldi della siderurgia nazionale.

La storia più recente dell’Ilva, quella seguita alla sua cessione alla famiglia Riva a metà anni Novanta, al commissariamento del 2012 e al successivo ingresso di ArcelorMittal, è la logica conseguenza degli eventi sin qui richiamati, a cui si aggiungono le problematiche di un impianto a ciclo integrale (il maggiore in Europa) ancora attivo in un Paese che vede progressivamente ridursi l’incidenza dei settori “pesanti”, a vantaggio (sperabilmente) di altri modelli di industrializzazione più adeguati nel quadro della divisione internazionale del lavoro.

Perché una vicenda “europea”? Fino a un decennio fa la scabrosa vicenda dello stabilimento Ilva avrebbe turbato i sonni governativi “limitatamente” al tema occupazionale (a Taranto e nell’importante indotto locale, oltre che negli altri stabilimenti del gruppo che trasformano l’acciaio pugliese). In un mondo caratterizzato da tensioni geopolitiche crescenti, che vedono coinvolti tutti i Paesi leader nella produzione di acciaio grezzo (Cina, India, Giappone, Stati Uniti, Russia), la domanda più che lecita riguarda la convenienza non tanto economica, non solo “sociale” ma squisitamente “geoeconomica” del continuare ad alimentare (a questo punto, inevitabilmente con fondi pubblici) un settore che va acquisendo un rinnovato rilievo strategico, in cui però praticamente nessun membro dell’Unione è leader globale. La vicenda tarantina trascende, quindi, i confini nazionali. Richiede un più diretto e consapevole coinvolgimento dell’Unione Europea nel quadro delle sfide di politica internazionale che quest’ultima si troverà a fronteggiare di qui ai prossimi anni.

Leggi i commenti