Caso Sinibaldi, l’autoritarismo culturale
di Maura GancitanoMarino Sinibaldi
Sta accadendo qualcosa di preoccupante alla cultura in Italia. La notizia che Marino Sinibaldi sia stato congedato da presidente del Centro per il Libro e la Lettura — in modo frettoloso e senza il rispetto dovuto alla sua attività — dimostra come i tempi siano ostili per chi si occupa di opere artistiche e culturali e non è in linea con le posizioni del governo.
In poco più di un anno, infatti, molte persone di inattaccabile competenza sono state esautorate e sostituite da altre quasi sempre meno competenti — e a dirlo sono i percorsi e le esperienze, più che l’opinione personale — ma più vicine al potere politico.
Nell’intervista a Repubblica, Sinibaldi ha dichiarato che a decidere le nomine è «un piccolo cerchio asfittico di persone con gusti molto simili che mettono a repentaglio il pluralismo, che è il concime della cultura».
Qui sta il punto. Non stiamo assistendo a un rinnovamento culturale, in cui vengono ricordati autori dimenticati e si promuove una cultura conservatrice in …
Sta accadendo qualcosa di preoccupante alla cultura in Italia. La notizia che Marino Sinibaldi sia stato congedato da presidente del Centro per il Libro e la Lettura — in modo frettoloso e senza il rispetto dovuto alla sua attività — dimostra come i tempi siano ostili per chi si occupa di opere artistiche e culturali e non è in linea con le posizioni del governo.
In poco più di un anno, infatti, molte persone di inattaccabile competenza sono state esautorate e sostituite da altre quasi sempre meno competenti — e a dirlo sono i percorsi e le esperienze, più che l’opinione personale — ma più vicine al potere politico.
Nell’intervista a Repubblica, Sinibaldi ha dichiarato che a decidere le nomine è «un piccolo cerchio asfittico di persone con gusti molto simili che mettono a repentaglio il pluralismo, che è il concime della cultura».
Qui sta il punto. Non stiamo assistendo a un rinnovamento culturale, in cui vengono ricordati autori dimenticati e si promuove una cultura conservatrice in un modo nuovo. Se fosse così, potrebbe trattarsi di un’occasione preziosa per tutti.
Al contrario, quello che avviene è un’esclusione — che sta diventando sistematica — di tutto ciò che non rientra in un gusto preciso e non è comodo alla narrazione politica dominante.
Una pratica molto simile a quello che la filosofa ungherese Ágnes Heller ha definito «orbanismo», cioè il sistema che ha portato Viktor Orbán a cancellare in Ungheria ogni tipo di dissenso.
L’orbanismo seleziona i progetti, le persone, le idee che si allineano alla visione politica al potere, isolando ed escludendo tutto ciò che è fastidioso.
Secondo Heller, gli osservatori europei hanno visto a lungo l’orbanismo come una specialità esclusiva dell’Europa orientale, ma per lei è vero il contrario: il regime di Orbán può servire da modello per la conquista e l’uso del potere politico in molti Paesi europei.
E, come l’orbanismo insegna, per imporre la propria visione non è necessario esautorare chiunque non sia in linea con il potere: è sufficiente attaccare persone molto competenti e molto in vista, in modo che le altre capiscano già cosa conviene fare per non essere trattate allo stesso modo.
Per questa ragione, quella a cui stiamo assistendo non è la creazione di una nuova “egemonia culturale”. Per come la intendeva Antonio Gramsci, infatti, l’egemonia doveva essere un potere acquisito dalle persone comuni, soprattutto quelle ai margini della società, e non una selezione operata da pochi.
Qualcosa di plurale, condiviso, molteplice, in grado di dare forma alla realtà del Paese. Quando si agiscono scelte selettive dall’alto, al contrario, dovremmo parlare piuttosto di un autoritarismo culturale, che rende sempre più difficile la libera circolazione delle idee e che cerca di appiccicare etichette di partito a autori, opere e personaggi — Dante, Tolkien, Atreju — che dovrebbero essere un patrimonio comune.
Quello che è accaduto a Sinibaldi dimostra ancora una volta che il luogo comune secondo cui la cultura in Italia non interessa a nessuno è del tutto falso. Si tratta, al contrario, di una questione centrale.
Libri, spettacoli, arte, televisione e cinema sono strategici perché modellano l’immaginario, selezionano ciò che esiste e ciò che viene escluso, offrono dignità e potere alle storie e intrecciano le identità di un Paese.
Per questo la cultura è sempre politica, ed è per questo che la cultura attrae sempre di chi detiene il potere politico. Eppure, alla tentazione di controllare la cultura il politico deve resistere, perché la libertà della cultura è ciò che garantisce che siamo ancora in una democrazia e non in un regime autoritario.
Ecco perché agli operatori culturali e agli intellettuali non dovrebbe mai essere chiesto di mettersi al servizio del potere politico. La cultura è politica, ma non deve mai essere al servizio del potere.
Deve essere scomoda e al servizio della libertà di espressione, soprattutto quando esprime dissenso. E il potere politico non dovrebbe mai mettere a tacere chi fa cultura, come invece sta accadendo.