Negli ultimi tempi si è scritto molto dei preparativi dell’Idf in vista della prossima fase della guerra a Gaza (“fase tre”), il cui obiettivo principale è la transizione dalla massiccia campagna aerea-terrestre ad attacchi più mirati. Si prevede una significativa riduzione delle forze a Gaza, con attacchi ininterrotti(dal cielo, dalla terra e dal mare) contro obiettivi di Hamas in superficie e nel sottosuolo, nonché incursioni ampie e brevi sui centri di gravità e i vertici dell’organizzazione. Inoltre, sarà imposta con le armi una ampia zona cuscinetto eliminando la minaccia diretta agli insediamenti circostanti, in contemporanea con l’iniziativa congiunta con l’Egitto tesa a chiudere i tunnel. Allo stesso tempo, continuerà la campagna contro Hamas al di fuori di Gaza, con l’obiettivo di danneggiarne i leader e le fonti di finanziamento nonché gli armamenti in Cisgiordania, nella regione e ovunque nel mondo. La “fase tre”, una guerra attiva di logoramento, fornisce a Israele un vant…
Negli ultimi tempi si è scritto molto dei preparativi dell’Idf in vista della prossima fase della guerra a Gaza (“fase tre”), il cui obiettivo principale è la transizione dalla massiccia campagna aerea-terrestre ad attacchi più mirati. Si prevede una significativa riduzione delle forze a Gaza, con attacchi ininterrotti(dal cielo, dalla terra e dal mare) contro obiettivi di Hamas in superficie e nel sottosuolo, nonché incursioni ampie e brevi sui centri di gravità e i vertici dell’organizzazione. Inoltre, sarà imposta con le armi una ampia zona cuscinetto eliminando la minaccia diretta agli insediamenti circostanti, in contemporanea con l’iniziativa congiunta con l’Egitto tesa a chiudere i tunnel. Allo stesso tempo, continuerà la campagna contro Hamas al di fuori di Gaza, con l’obiettivo di danneggiarne i leader e le fonti di finanziamento nonché gli armamenti in Cisgiordania, nella regione e ovunque nel mondo. La “fase tre”, una guerra attiva di logoramento, fornisce a Israele un vantaggio strategico e mira a conseguire l’obiettivo primario della guerra, ossia la distruzione delle capacità militari e di governo di Hamas. Come hanno dimostrato l’esperienza di Israele in Cisgiordania e la lotta globale contro l’Isis, eliminare un’infrastruttura terroristica vasta e complessa, in particolare a Gaza, è un processo prolungato e intricato, non una soluzione rapida.
Pertanto, le dichiarazioni politiche sulla “guerra fino all’eliminazione di Hamas” possono essere fuorvianti, nel momento in cui con “guerra” si intende il conflitto nella sua intensità attuale. Saranno necessari molti mesi, se non anni per raggiungere l’obiettivo di sconfiggere Hamas e la manovra di terra costituisce la base fondamentale per il prosieguo della campagna. Questa è una fase necessaria, ma non sufficiente, nonostante la serie di impressionanti successi ottenuti in un lasso di tempo relativamente breve in una delle aree di combattimento più complesse al mondo.
La transizione alla “fase tre” procurerà a Israele dei vantaggi, ma costituirà anche delle sfide. Il ritiro di gran parte delle forze da Gaza attenuerà il rischio di disordini, ridurrà le perdite e minimizzerà il consumo di munizioni e, aspetto altrettanto importante, eviterà l’occupazione prolungata e che la responsabilità della popolazione di Gaza ricada su Israele. Il congedo della maggior parte dei riservisti riduce gli alti costi del conflitto, consentendo all’economia e a settori vitali come l’alta tecnologia di riprendere l’attività. È fondamentale rivitalizzare l’economia per permettere a Israele di ripristinare gli insediamenti distrutti nell’attacco e di affrontare ulteriori sfide future. Tra tali sfide, complesse quanto lo smantellamento di Hamas, rientrano il contrastare la minaccia di Hezbollah nel nord, il ritorno dei residenti alle loro case, la soluzione del blocco del traffico marittimo dal Mar Rosso per mano degli Houti e la gestione degli sviluppi del programma nucleare iraniano.
Inoltre, il passaggio alla “fase tre” potrebbe consentire a Israele di dedicarsi a plasmare la futura realtà di Gaza, una questione urgente, rimandata a causa della dipendenza del Primo Ministro dall’ala di estrema destra del suo governo. Per costruire un’alternativa al dominio di Hamas nella Striscia di Gaza danneggiando fisicamente l’organizzazione serve un atto politico, in assenza del quale i risultati militari sul campo potrebbero andare in fumo. Il fatto che Washington e il mondo intero siano consapevoli che Israele non tornerà alla realtà precedente il 7 ottobre, e che la guerra a Gaza non si fermerà, ma cambierà solo forma, è di estrema importanza ed è espressione della legittimità e del riconoscimento della necessità di sradicare Hamas. Tuttavia mentre è in corso l’operazione di terra è necessario coordinare con gli Stati Uniti le aspettative sul dopo, alla luce della diversa concezione americana della “fase tre”. Gli americani pensano a una campagna mirata (soprattutto aerea) e incursioni su piccola scala, ipotizzando forse anche il futuro ritiro di tutte le forze israeliane da Gaza fino alla Linea Verde.
Allo stesso tempo, in preparazione del passaggio alla “fase tre” e successive, Israele deve fare tutto il possibile ai fini dell’obiettivo supremo della liberazione degli ostaggi: dar fondo alla pressione militare su Hamas sul campo e mettere sul tavolo proposte di ampio respiro. Con il passaggio alla “fase tre” Sinwar potrebbe di nuovo erroneamente pensare che Israele si sia indebolito. È nostro dovere dimostrargli che sbaglia ancora una volta: non ci sarà un cessate il fuoco permanente, come lui chiede, Israele continuerà ad attaccare Hamas con determinazione e senza limiti di tempo. Il tempo non giocherà a suo favore ed è giusto che Sinwar raggiunga un accordo sugli ostaggi il prima possibile.
Infine, il passaggio alla fase successiva, più mirata, permetterà a Israele di iniziare il “day after” in ambito interno, di avviare le indagini militari necessarie anche per la prosecuzione dei combattimenti e di procedere a un esame di coscienza pubblico e nazionale che, come suggerisce il nome, è nei nostri cuori. Il cambio di governo in Israele è soprattutto una questione di sicurezza, perché un governo che ha la responsabilità ultima del più grande fallimento nella storia del nostro Paese è destinato inevitabilmente a essere compromesso da considerazioni politiche straniere e non è in grado di salvare Israele dalla crisi in cui è precipitato. Non è una questione politica ma una necessità esistenziale.
L’autore è presidente e fondatore di “Mind Israel”
Traduzione di Emilia Benghi