L’apertura di un ulteriore fronte in Yemen con l’intervento militare anglo-americano allarga ulteriormente e verso il mar Rosso il conflitto concentrato sulla Striscia di Gaza. Il Canale di Suez si ripropone così a distanza di quasi settanta anni dal secondo conflitto arabo israeliano nel 1956. La nuova centralità di quel tratto di mare strategico è oggi funzionale all’interesse di chi — Iran in particolare — auspica la regionalizzazione degli scontri per isolare Israele dopo aver già ostacolato il completamento degli accordi Abramo con l’intesa tra Tel Aviv e Ryad. Di qui il moltiplicarsi di attacchi indiscriminati degli Houti, armati da Teheran, alle navi che transitano da Bar el Mandeb verso Suez. Risultato finora superiore alle stesse aspettative dello sciiti yemeniti, vista la diminuzione di oltre metà del traffico mercantile in quell’area; con quel che ne consegue in termini di costi economici. Effetti collaterali non casuali per chi cerca, nel disinteresse per la causa palestin…
L’apertura di un ulteriore fronte in Yemen con l’intervento militare anglo-americano allarga ulteriormente e verso il mar Rosso il conflitto concentrato sulla Striscia di Gaza. Il Canale di Suez si ripropone così a distanza di quasi settanta anni dal secondo conflitto arabo israeliano nel 1956. La nuova centralità di quel tratto di mare strategico è oggi funzionale all’interesse di chi — Iran in particolare — auspica la regionalizzazione degli scontri per isolare Israele dopo aver già ostacolato il completamento degli accordi Abramo con l’intesa tra Tel Aviv e Ryad. Di qui il moltiplicarsi di attacchi indiscriminati degli Houti, armati da Teheran, alle navi che transitano da Bar el Mandeb verso Suez. Risultato finora superiore alle stesse aspettative dello sciiti yemeniti, vista la diminuzione di oltre metà del traffico mercantile in quell’area; con quel che ne consegue in termini di costi economici. Effetti collaterali non casuali per chi cerca, nel disinteresse per la causa palestinese, di operare pressioni anche verso le cancellerie occidentali e alle rispettive opinioni pubbliche considerate come “società decadenti” pronte a modulare la difesa dei “principi” in linea con gli interessi economici. Mentre dunque la variante “Mar Rosso” di questi ultimi giorni configura già di per sé la temuta regionalizzazione del conflitto, fermare con la forza i ripetuti attentati alla libera navigazione rappresenta di converso, nella decisione della Casa Bianca, l’unico modo di non allargare “strutturalmente” il conflitto. Nell’assunto che un efficace contrasto e neutralizzazione degli attacchi dallo Yemen, darebbe al contempo anche a Teheran un adeguato segnale politico e militare scoraggiando l’Iran dal perseguire benefici geopolitici da una crescente impraticabilità del Canale di Suez. Un tale livello di deterrenza “attiva” esercitato da Washington (e Londra) con gli attacchi aereonavali in territorio yemenita non è evidentemente praticabile dall’Unione Europea.
Bruxelles deve in ogni caso muoversi velocemente, soprattutto dopo la sua impalpabile azione politica di questi mesi. Del resto, dopo le pesanti ricadute economiche del conflitto in Ucraina, ostacoli ulteriori e persistenti nella navigazione attraverso il Mar Rosso sarebbero foriere di ulteriori, negative conseguenze economiche. Il Consiglio Ue è dunque chiamato ad esaminare le opzioni di una presenza navale europea — dopo un primo vaglio degli Ambasciatori in Comitato Politico e di Sicurezza a Bruxelles — messe sul tavolo dall’Alto Rappresentante per la Politica estera Borrell. Regole di ingaggio da inserire in un determinato quadro giuridico cosi come l’ampiezza dell’area marittima da tutelare. Le navi militari impiegate a difesa della libera navigazione sotto mandati nazionali e già in buona parte presenti nell’area, potranno essere poste all’interno di operazioni già esistenti quali quella Ue di Atalanta o quella di monitoraggio ad Hormuz (Agenor) cui aderiscono una dozzina di Paesi. La decisione di una base legale dando flessibilità alle missioni già in corso consentirebbe un’operatività maggiore rispetto
all’ipotesi di istituire una nuova missione “ad hoc” procedura che allungherebbe i tempi oltre l’auspicata luce verde dei Ministri degli esteri nella riunione del 22 gennaio prossimo.
Un segnale europeo di tutela condivisa e coordinata è in linea con il tradizionale approccio della Ue. Anche l’Italia starebbe muovendosi in questa linea considerato il margine di azione condiviso con molti Stati membri che prevede il sostegno politico a Washington ma non l’allineamento circa azioni dirette sul terreno. Una postura insomma di “spendibile” difesa della libertà di navigazione cosi palesemente messa a repentaglio dagli Houti. Il tutto mantenendo adeguata capacità di interlocuzione in quell’area con la maggior parte dei Paesi. L’Italia ha tutto l’interesse a favorire un’azione europea coerente e non divisiva data l’assoluta rilevanza di uno snodo strategico sul Mediterraneo. Il dibattito interno anche a livello istituzionale dovrebbe svolgersi con adeguata consapevolezza delle direttrici di politica estera per noi prioritarie.
Anche per questo motivo una deterrenza europea inquadrata in regole di ingaggio “solo a protezione dei traffici” dovrà non solo organizzarsi con rapidità ed efficacia ma anche spiegarsi con chiarezza. All’opinione pubblica interna e agli altri interlocutori della regione.