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Trump-Haley, la posta in gioco

Nikki Haley e Donald Trump

 

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L’ex presidente costruisce la sua ultima menzogna sul fronte della discriminazione. E punta a scatenare le paure degli americani
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Con l’avvio formale della corsa per la Casa Bianca 2024 ai caucus dell’Iowa, e con l’attenzione già proiettata al New Hampshire dove si voterà la prossima settimana, Donald Trump ha tradito nervosismo e paura: ha perso la calma contro Nikki Haley.

Proprio lunedì 15 gennaio, Martin Luther King Day, la giornata dell’emancipazione, dei diritti civili e del pacifismo, Trump ha capito che la figlia di immigrati indiani della prima generazione, una donna, l’emblema di quello che le minoranze possono fare grazie al sogno americano, potrebbe minacciarlo davvero.

Haley è anche diventata la rappresentante ufficiale di quell’establishment del Paese e del Partito repubblicano che fa ancora riferimento ai valori dei Padri pellegrini e dei Padri fondatori. Un establishment dal quale Trump è escluso per i suoi imbrogli e le sue menzogne, e che lui ovviamente detesta.

Così Trump si è scagliato contro Haley con accuse prive di fondamento: come aveva fatto con Barack Obama, ha detto che lei, per questi…

Con l’avvio formale della corsa per la Casa Bianca 2024 ai caucus dell’Iowa, e con l’attenzione già proiettata al New Hampshire dove si voterà la prossima settimana, Donald Trump ha tradito nervosismo e paura: ha perso la calma contro Nikki Haley.

Proprio lunedì 15 gennaio, Martin Luther King Day, la giornata dell’emancipazione, dei diritti civili e del pacifismo, Trump ha capito che la figlia di immigrati indiani della prima generazione, una donna, l’emblema di quello che le minoranze possono fare grazie al sogno americano, potrebbe minacciarlo davvero.

Haley è anche diventata la rappresentante ufficiale di quell’establishment del Paese e del Partito repubblicano che fa ancora riferimento ai valori dei Padri pellegrini e dei Padri fondatori. Un establishment dal quale Trump è escluso per i suoi imbrogli e le sue menzogne, e che lui ovviamente detesta.

Così Trump si è scagliato contro Haley con accuse prive di fondamento: come aveva fatto con Barack Obama, ha detto che lei, per questioni anagrafiche, non ha diritto alla presidenza.

Ames, Iowa (Stati Uniti): sostenitrici di Nikki Haley

 

Questo nervosismo scomposto di Trump è giustificato. Mentre scriviamo non abbiamo ancora i risultati dell’Iowa, ma dai primi exit poll emerge che Haley al caucus potrebbe portare a casa il 20% delle preferenze.

In New Hampshire il distacco è di soli sette punti, con Trump al 39% delle preferenze e Haley al 32% e potrebbe colmarsi: se in Iowa i risultati confermeranno le proiezioni, Haley farà meglio di quel che ci si aspetta, se dovesse davvero arrivare diciamo attorno al 20% andrà già oggi in New Hampshire come vincitrice morale e sull’onda dell’entusiasmo, della novità, dell’underdog che ha tenuto testa a Trump, potrebbe anche vincere. In quello scenario, confermerà di essere l’unico candidato in grado di battere Trump. Anche perché poi ci sarà la Carolina del Sud, difficile, ma è il suo Stato ed è stata governatore.

Così Trump, attaccato dal centro, ha costruito la sua ultima menzogna sul fronte della discriminazione: ha detto che Nikki Haley, pelle bruna, donna pacata, intelligente, garbata, non potrà essere presidente degli Stati Uniti d’America perché quando è nata, nel 1972, i suoi genitori non erano cittadini americani e dunque lei non era americana.

Lo ha fatto con la sua solita rabbia, puntando a scatenare le paure di quegli americani che nelle gelide spianate dell’Iowa sono meno a contatto con la diversità, con l’immigrazione, con l’innovazione, da sempre la linfa vitale del Paese.

Ma siamo alle solite: l’accusa è priva di fondamento. Le condizioni anagrafiche per poter aspirare alla presidenza degli Stati Uniti sono semplici, occorre essere nati in questo Paese.

Chiunque fosse nato anche per caso negli Stati Uniti, magari perché i genitori erano di passaggio, è automaticamente cittadino americano. È il grande valore della Ius Soli — che noi rifiutiamo, paralizzando così l’integrazione in Italia dei figli dei nostri immigrati.

Il principio è recitato in modo chiarissimo nel XIV emendamento della Costituzione americana, Sezione 1, Clausola 1. Ma sappiamo che Donald Trump ha qualche problema con la Costituzione americana. È stato il primo presidente a tentare il “golpe”, chiedendo al suo vicepresidente Mike Pence di non ratificare il risultato elettorale, e a scatenare le insurrezioni degli estremisti di destra il 6 gennaio del 2021.

Se Trump è recidivo nelle sue menzogne è perché ha capito che nell’era dell’economia digitale le bugie sono più forti della verità e si agita, attacca, continuando a mentire.

Ora dice persino che le insurrezioni del 6 gennaio sono state organizzate dall’Fbi contro di lui! Se la caverà anche questa volta: calpestando la Costituzione nei suoi articoli centrali per l’emancipazione ad esempio di figli di immigrati come Nikki Haley.

Cosa avrebbe pensato King di questo paradosso? Non possiamo saperlo. Ma sappiamo che nel suo storico discorso I have a dream (“Ho un sogno”) King chiedeva di aprire le porte della libertà, non di chiuderle, invocava il suono del “campanello della libertà” in ogni angolo della nazione.

Chiedeva di prendersi per mano, non di introdurre codici di comportamento. E sappiamo che non si riferiva soltanto ai suoi fratelli. Sessant’anni dopo le libertà civili più recenti sono state tuttavia codificate in modo particolarizzato e coercitivo generando timori nell’elettorato.

Trump, sempre geniale, con la sua folle aggressività, con le sue menzogne, cavalca questo risentimento per la forzatura di certi comportamenti e si presenta come l’unico politico libero da complessi comportamentali.

Un paradosso che può crescere nell’era dei cambiamenti tecnologici, sociali, dell’innovazione del progresso, la vera forza del Paese, che Trump invece cucina abilmente in modo negativo, sempre capitalizzando sulle paure: il contrario di quel che è l’America, sempre pronta ad essere la prima a varcare le nuove frontiere. Sarebbe bellissimo se fosse una donna di origine indiana a smascherarlo, a dimostrare che “il re è nudo” — e bugiardo — confermando la promessa del sogno di King.

Una volta di più l’Iowa, come già fece con Obama, può scrivere un’altra grande pagina di storia americana. E se non fosse l’Iowa, puntiamo sul New Hampshire, dove il sogno di vittoria di Nikki Haley potrà diventare possibile.

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