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Se i social ci condannano alla solitudine

Dal caso della ristoratrice a quello della Ferragni, l’aggressività è il tono preponderante e ci allontana dagli altri
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I social network ci vogliono soli e arrabbiati. E anche se le due condizioni non sono di per sé intrecciate, lo diventano una volta che accendiamo il telefonino: lì il nostro isolamento spesso si trasforma in aggressività con il risultato di allontanarci ancora di più dagli altri. Che la solitudine sia il problema del XXI secolo ormai è ampiamente documentato da statistiche su tutte le fasce d’età, dagli adolescenti agli anziani, ma questo malessere può trasformarsi in un circolo vizioso.

Succede quando scambiamo il problema con la soluzione, quando ci rifugiamo negli amici fittizi di Facebook o nei commenti di X (ex Twitter), quando controlliamo freneticamente le reazioni ai nostri post e contiamo like e condivisioni sperando di anestetizzare il nostro disagio. Vogliamo credere di far parte di una comunità, ma per essere visibili dobbiamo urlare sempre più forte, alimentare a dismisura la nostra rabbia. Diventati delle monadi solitarie e perso qualsiasi freno al nostro linguaggio, e…

I social network ci vogliono soli e arrabbiati. E anche se le due condizioni non sono di per sé intrecciate, lo diventano una volta che accendiamo il telefonino: lì il nostro isolamento spesso si trasforma in aggressività con il risultato di allontanarci ancora di più dagli altri. Che la solitudine sia il problema del XXI secolo ormai è ampiamente documentato da statistiche su tutte le fasce d’età, dagli adolescenti agli anziani, ma questo malessere può trasformarsi in un circolo vizioso.

Succede quando scambiamo il problema con la soluzione, quando ci rifugiamo negli amici fittizi di Facebook o nei commenti di X (ex Twitter), quando controlliamo freneticamente le reazioni ai nostri post e contiamo like e condivisioni sperando di anestetizzare il nostro disagio. Vogliamo credere di far parte di una comunità, ma per essere visibili dobbiamo urlare sempre più forte, alimentare a dismisura la nostra rabbia. Diventati delle monadi solitarie e perso qualsiasi freno al nostro linguaggio, eccoci finalmente pronti, trasformati in utenti perfetti per i social network. E se tutto ciò può sembrare casuale, in realtà è l’opposto: il sistema è regolato al dettaglio dagli algoritmi che decidono non solo il funzionamento del social ma anche i nostri comportamenti. Lo spiega bene Paolo Landi nel libro La dittatura dell’algoritmo (KrillBooks). Su Facebook o X, scrive, finiamo in stanze chiuse dove rafforziamo le nostre opinioni, incontriamo persone che la pensano come noi e ci convinciamo che quello che stiamo vedendo sia vero anche quando si tratta di palesi falsità. “Le echo rooms, contribuiscono a una radicalizzazione dell’opinione pubblica, dove il pensiero non circola più, ma si rinchiude in aeree protette dove è spesso l’odio la scorciatoia per uscirne”. Quando crediamo di essere accidentalmente finiti in un gruppo che condivide le nostre idee, o quando critichiamo un comportamento e troviamo altre mille persone ancora più feroci e intransigenti di noi, in realtà è tutta opera dell’algoritmo che conosce e orienta i nostri comportamenti. Zuckerberg e Musk vogliono che i social siano sempre al centro della nostra vita e per inchiodarci ore e ore al telefonino hanno capito che la tolleranza non funziona e soprattutto non è redditizia. L’odio invece si, è perfetto perché crea commenti su commenti in un crescendo di furia che fa felice l’algoritmo e chi ha deciso di posizionare la sua inserzione pubblicitaria proprio nel cuore delle discussioni più accese.

E allora è tutto bianco o nero, non ci sono sfumature, non ci sono dubbi. Niente discussioni pacate ma solo nemici da abbattere. O sei un santo o sei un truffatore. Le vie di mezzo non sono previste. Lo ha provato sulla sua pelle Giovanna Pedretti, il cui corpo è stato ritrovato domenica privo di vita nel fiume Lambro. Lei, proprietaria della pizzeria Le Vignole a Sant’Angelo Lodigiano dopo aver risposto a un commento di un cliente che si era lamentato perché nel tavolo accanto c’erano persone gay e disabili, è passata in poche ore dalle lodi incondizionate alle critiche più aspre dopo che qualcuno ha ipotizzato che il post fosse falso e che lei cercasse di fare pubblicità al suo locale. Le conseguenze sono a volte tragiche e inaccettabili come in questo caso, ma anche quando non si arriva a questi epigoni, finire stritolati nell’ingranaggio è purtroppo semplicissimo. Al punto che è successo persino alla regina delle influencer, Chiara Ferragni che in poche ore da signora dei like è si è trasformata nel pungiball su cui sfogare tutto il disprezzo social. Le sue responsabilità verranno giudicate dalle procure, ma il cambio di status è stato istantaneo.

Se il sistema è spietato, chirurgico, per questo dobbiamo imparare a difenderci. Il telefonino che doveva renderci liberi, connetterci con il mondo intero ci ha resi schiavi come nessun altro oggetto del XX secolo aveva mai fatto prima. Lo stesso hanno fatto i social network che creano dipendenza. Abbandonarli è difficile, quasi impossibile. Il loro potere è indiscutibile, come quello dei padroni della Silicon Valley. Chiediamoci allora almeno come lo stanno usando e in cosa lo trasformeranno in futuro.

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