✕

Autonomia differenziata, la vittoria della secessione che sognava Bossi

Roma, il ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli in Senato

 
È la fine dell’Italia per come l’abbiamo conosciuta, con la polverizzazione del potere centrale e la creazione di un numero ancora imprecisato di staterelli semi-sovrani. Con esiti paradossali
2 minuti di lettura

Il giorno è arrivato. Con la scontata approvazione della cosiddetta Autonomia differenziata, da parte del Senato, inizia oggi il processo di disarticolazione dello Stato. Arriva a compimento un disegno che parte da lontano, quella che l’economista Gianfranco Viesti ha chiamato la secessione dei ricchi.

Era il progetto originario, mai rinnegato, della vecchia Lega bossiana ed è significativo che a condurlo in porto sia il ministro Roberto Calderoli, legato per storia personale a quella antica stagione separatista.

Le Regioni ordinarie che ne faranno richiesta potranno siglare intese con lo Stato per avere piena ed esclusiva autonomia su 23 materie, dalla Salute all’Istruzione, dallo Sport all’Ambiente, passando per Energia, Trasporti, Cultura e Commercio Estero. E naturalmente potranno trattenere sul territorio regionale il gettito fiscale legato all’erogazione dei servizi sulle materie trasferite sotto il loro controllo.

In sostanza, come vanno dicendo autorevoli economisti e cos…

Il giorno è arrivato. Con la scontata approvazione della cosiddetta Autonomia differenziata, da parte del Senato, inizia oggi il processo di disarticolazione dello Stato. Arriva a compimento un disegno che parte da lontano, quella che l’economista Gianfranco Viesti ha chiamato la secessione dei ricchi.

Era il progetto originario, mai rinnegato, della vecchia Lega bossiana ed è significativo che a condurlo in porto sia il ministro Roberto Calderoli, legato per storia personale a quella antica stagione separatista.

Le Regioni ordinarie che ne faranno richiesta potranno siglare intese con lo Stato per avere piena ed esclusiva autonomia su 23 materie, dalla Salute all’Istruzione, dallo Sport all’Ambiente, passando per Energia, Trasporti, Cultura e Commercio Estero. E naturalmente potranno trattenere sul territorio regionale il gettito fiscale legato all’erogazione dei servizi sulle materie trasferite sotto il loro controllo.

In sostanza, come vanno dicendo autorevoli economisti e costituzionalisti, è la fine dell’Italia per come l’abbiamo conosciuta, con la polverizzazione del potere centrale e la creazione di un numero ancora imprecisato di staterelli semi-sovrani. Con esiti paradossali, opposti a quella pretesa maggiore efficienza che viene propagandata dai fautori del disegno di legge.

Come ha correttamente fatto notare Giuseppe Pisauro, non c’è soltanto una questione di equità e di rispetto dei diritti costituzionali dei cittadini che abitano nelle regioni del Sud (ci arriveremo tra un attimo con la storia di Gabriella).

Il problema è proprio la presunta maggiore efficacia delle nuove Regioni nello spendere i soldi delle nostre tasse. Perché con il disegno di legge Calderoli si produrrebbe «una frammentazione inaccettabile delle politiche pubbliche».

Nel Paese del Nimby, del “mai nel mio cortile”, si immagini soltanto che potrebbe accadere con il passaggio alla competenza legislativa regionale sulle «grandi reti nazionali di trasporto» o sulla «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia».

L’altra questione gigantesca è il rispetto della Costituzione, che assegna alla Repubblica il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

Per questo il ddl Calderoli ha previsto i Lep, ossia i livelli essenziali di prestazioni al di sotto dei quali non potrebbero scendere i servizi pubblici. Ma — e bisogna citare sempre Pisauro — questi Lep sono di fatto «una foglia di fico» per coprire la vergogna di uno Stato che accetta come immodificabili le attuali diseguaglianze.

Prendiamo la Sanità. Da molti anni esistono i Lea, i livelli essenziali di assistenza, ma questo non impedisce le macroscopiche differenze fra le prestazioni ospedaliere al Sud e al Nord visto che i Lea vanno poi finanziati.

E arriviamo dunque a Gabriella, la lettrice di Palermo che ha scritto una toccante lettera a Repubblica. Gabriella è la mamma di un bambino di 7 anni che è stato ricoverato a Palermo. Ha toccato con mano la sanità del Mezzogiorno, fatta di «approssimazione, insoddisfazione, imprecisione, competizione, solitudine, insofferenza. E come se non bastasse anche i diritti quotidiani vanno conquistati: la carta igienica, il cambio lenzuola, l’olio per l’insalata che sparisce ad ogni pasto».

Scappata con il bambino da Palermo, ha trovato un letto al Gaslini di Genova, dove — scrive Gabriella — «ognuno sa cosa deve fare e quando, bene e con chiarezza». Il bambino ora sta bene, è tornato a casa. Ma a Gabriella è rimasta in gola una domanda: «Perché a Genova ci siamo sentiti curati e a Palermo no?».

Qualcuno davvero sarebbe disposto a scommettere che, lasciando ancora più soldi alla Liguria, migliorerà domani la situazione della sanità in Sicilia?

Leggi i commenti