I partiti di fronte al Mar Rosso
di Stefano FolliBruxelles, 22 gennaio: il ministro degli Esteri Antonio Tajani
(ansa)La politica estera non è il terreno idoneo per guadagnare consensi elettorali, alle volte anzi si perdono. Tuttavia è il campo propizio per migliorare il profilo internazionale di un Paese e per misurare la maturità della sua classe dirigente.
Tant’è che nella storia della Prima Repubblica — definizione impropria ma chiara — il momento culminante si ebbe quando furono superate le vecchie divisioni della Guerra Fredda e in Parlamento si condivisero le scelte fondamentali rispetto all’Europa e alla Nato.
Poi sappiamo come andarono le cose con gli euromissili e l’attacco all’Achille Lauro nel Mediterraneo. Ma in ogni caso l’Italia non fu più spaccata come nei primi anni della democrazia repubblicana.
In anni molto recenti, un merito del governo Draghi è stato quello di imporre l’aiuto politico e militare a Kiev nel segno della prospettiva euro-atlantica. La sua linea ebbe una larga maggioranza alle Camere, al punto d’essere ereditata nel 2022 dall’esecutivo guidato dalla stessa persona c…
La politica estera non è il terreno idoneo per guadagnare consensi elettorali, alle volte anzi si perdono. Tuttavia è il campo propizio per migliorare il profilo internazionale di un Paese e per misurare la maturità della sua classe dirigente.
Tant’è che nella storia della Prima Repubblica — definizione impropria ma chiara — il momento culminante si ebbe quando furono superate le vecchie divisioni della Guerra Fredda e in Parlamento si condivisero le scelte fondamentali rispetto all’Europa e alla Nato.
Poi sappiamo come andarono le cose con gli euromissili e l’attacco all’Achille Lauro nel Mediterraneo. Ma in ogni caso l’Italia non fu più spaccata come nei primi anni della democrazia repubblicana.
In anni molto recenti, un merito del governo Draghi è stato quello di imporre l’aiuto politico e militare a Kiev nel segno della prospettiva euro-atlantica. La sua linea ebbe una larga maggioranza alle Camere, al punto d’essere ereditata nel 2022 dall’esecutivo guidato dalla stessa persona che al tempo di Draghi era, sì, all’opposizione, ma aveva condiviso la politica verso l’Ucraina attaccata dai russi.
Ora si presenta l’occasione per confermare l’unità, o almeno la larga convergenza dei gruppi parlamentari in una vicenda che tocca da vicino l’interesse nazionale. Come è noto, l’Italia si appresta ad andare in Mar Rosso insieme a Francia e Germania, nel quadro di un’iniziativa dell’Unione, per contrastare anche con l’uso della forza la minaccia quotidiana alla libertà di navigazione. È l’unica scelta possibile, visto lo scenario di guerra che gli yemeniti Houti, sostenuti dall’Iran, hanno voluto realizzare.
È un passo avanti verso la creazione di una «difesa comune» europea, come dice il ministro degli Esteri per rendere più digeribile la pillola? Volendo, lo si può leggere anche così, ma al momento è un accordo fra tre nazioni, le più importanti dell’Unione, che hanno deciso di occuparsi del loro destino senza delegarlo in tutto ad americani e inglesi e senza mettere la testa sotto la sabbia. È ovvio che la missione dovrà integrarsi con quella in corso ad opera di Usa e Regno Unito. Ma non sarà unificata e dal punto di vista politico il significato è rilevante.
Ma il vero interrogativo investe il Parlamento. Come si comporterà quando dovrà votare l’autorizzazione? È un punto che in particolare tocca Pd e 5S, in quanto è prevedibile che a sinistra Fratoianni e Bonelli saranno contrari, mentre Calenda e Renzi, insieme a +Europa, si pronunceranno a favore senza esitare.
Ecco un tipico caso in cui la politica estera e di Difesa ha bisogno della più larga convergenza in Parlamento. Sul Mar Rosso non è una scelta di destra o di sinistra, come agiremo non dipende da un’ideologia o da un calcolo di corto respiro.
Senza dubbio la missione gode dell’appoggio silenzioso del Quirinale, la cui attenzione su questi temi è nota. E con la stessa coerenza si sarebbe comportato un governo d’altro colore che avesse a cuore l’interesse dell’Italia. Non si riesce a immaginare perciò una ragione valida per cui qualcuno dei maggiori partiti debba prendere le distanze. Persino i 5S non dovrebbero sottrarsi, al di là di qualche distinguo.
Semmai potrebbero essere frenati dalla volontà di non mescolare i loro voti con quelli della maggioranza. O dal desiderio di accrescere l’imbarazzo del Pd in vista delle elezioni, così da portargli via un po’ di consensi.
Tuttavia sarebbe davvero un calcolo miope per un partito, o movimento che sia, fermarsi al piccolo cabotaggio. Chi ha espresso un presidente del Consiglio dovrebbe ricordarlo e mostrare il volto della serietà. È in corso la presidenza italiana del G7 e altre occasioni, anche a breve, per scegliere tra interesse di partito e interesse dello Stato non mancheranno.