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Duelli simmetrici nelle coalizioni

Lo scontro tra i due maggiori schieramenti dimostra che entrambi hanno interesse a radicalizzarsi
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Cosa ci aspetta nei prossimi mesi? Un assaggio lo abbiamo avuto già con il question time alla Camera: un confronto aspro, urticante, ma insoddisfacente tra la presidente del Consiglio e l’opposizione di sinistra. Si dirà: non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima.

Peraltro l’inizio di una campagna elettorale giocata sui toni della radicalizzazione, e i cui contenuti tendono a sconfinare nella propaganda, è davanti agli occhi. Nemmeno in passato le campagne elettorali si risolvevano in un confronto tra anime belle.

La differenza è che adesso abbondano i colpi bassi, come l’attacco di Giorgia Meloni a questo giornale inquadrato come nemico politico. Segno di nervosismo, senza dubbio, nonché rottura di un codice non scritto, ma di solito rispettato in tempi recenti, per cui si critica magari la testata ma non si tira in ballo la priorità.

Viceversa ci fu un’epoca in cui la polemica era animata dal Pci contro i “giornali borghesi”, volti a celare la verità e danneggiare il popol…

Cosa ci aspetta nei prossimi mesi? Un assaggio lo abbiamo avuto già con il question time alla Camera: un confronto aspro, urticante, ma insoddisfacente tra la presidente del Consiglio e l’opposizione di sinistra. Si dirà: non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima.

Peraltro l’inizio di una campagna elettorale giocata sui toni della radicalizzazione, e i cui contenuti tendono a sconfinare nella propaganda, è davanti agli occhi. Nemmeno in passato le campagne elettorali si risolvevano in un confronto tra anime belle.

La differenza è che adesso abbondano i colpi bassi, come l’attacco di Giorgia Meloni a questo giornale inquadrato come nemico politico. Segno di nervosismo, senza dubbio, nonché rottura di un codice non scritto, ma di solito rispettato in tempi recenti, per cui si critica magari la testata ma non si tira in ballo la priorità.

Viceversa ci fu un’epoca in cui la polemica era animata dal Pci contro i “giornali borghesi”, volti a celare la verità e danneggiare il popolo. È curioso, ma forse neanche tanto, che argomenti molto simili siano ripresi oggi da destra.

In ogni caso lo scontro tra i due maggiori schieramenti dimostra che entrambi hanno interesse a radicalizzarsi, per la buona ragione che è l’unico mezzo per nascondere la povertà di temi concreti.

La presidente del Consiglio deve enfatizzare gli scarsi risultati del destra-centro, al di là della retorica roboante. E il fronte Pd-5S ha bisogno di far dimenticare l’inconsistenza dell’opposizione, ben testimoniata dai sondaggi: la sinistra è sempre allo stesso punto, sul filo dei decimali, e su un piede di quasi parità tra Elly Schlein e il suo concorrente Giuseppe Conte.

Chi già oggi, fine gennaio, si lamenta per l’eccesso di populismo, non sa cosa lo attende nei prossimi mesi. Ognuno ha la sua personale asticella, da cui può dipendere un destino politico: per la premier è il 30 per cento; per Schlein tra il 20 e il 22 per cento.

Tuttavia non bisogna esagerare nel presentare il voto europeo (e in parte quello regionale) come una disfida storica tra due donne leader. Soprattutto perché la segretaria del Pd non ha ancora deciso se presentarsi come capolista.

Voci autorevoli, come sappiamo, la stanno sconsigliando. Ma lei non ignora che la sua rinuncia, nel momento in cui invece la leader di FdI decide per il “sì”, avrà l’effetto di un boomerang politico. Giorgia Meloni partirebbe con un evidente vantaggio psicologico, prima ancora che elettorale.

Comunque sia, al di là di una campagna che sarà personalizzata più che in passato, il tema del duello non può offuscare l’altro aspetto, il più significativo: la guerra intestina nei due campi.

C’è una simmetria tra il confronto Meloni-Salvini e quello analogo tra Schlein e Conte. Ma ci sono anche differenze non banali. A sinistra Schlein soffre l’attivismo spregiudicato del suo finto alleato. È una condizione scomoda che la segretaria risolve evitando ogni frattura coi 5S, emarginando i gruppi centristi o comunque legati a una tradizione riformista di fatto cancellata. S’insegue un patto di unità d’azione che richiederebbe al Pd un’identità salda, capace di dare a questo partito una leadership incontestabile. Allo stato delle cose, invece, la debolezza incoraggia le mire di Conte sull’alleanza a due: in vista di farsi incoronare come leader e candidato a Palazzo Chigi.

A destra invece la premier non ha il problema di un Salvini a ridosso. Ne ha uno diverso. Il capo della Lega è ormai il riferimento della destra aggressiva. Ciò esaspera la campagna, peraltro in sintonia con Conte sull’altro versante.

E crea imbarazzo alla presidente del Consiglio che non ha voglia di farsi sospingere verso l’estrema destra europea, dove Salvini avrebbe facile gioco a imporsi. Ognuno deve sciogliere i nodi all’interno delle coalizioni, prima di pensare ai duelli.

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