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Riforme, dove germoglia il populismo

Roma, la premier Giorgia Meloni alla Camera per il Question Time 
L’intervento
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Caro Direttore,

nel valutare la proposta di riforma costituzionale dell’attuale maggioranza che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio non ci si può fermare, come è avvenuto finora, agli aspetti giuridici. Bisogna chiedersi come la politica interagirebbe con le nuove istituzioni e quali conseguenze si produrrebbero.

La rapidità nella formazione dei governi e la maggiore autorevolezza e capacità di realizzare i programmi che l’investitura diretta conferirebbe al premier — di cui parlano i favorevoli — la diminuzione del ruolo del Parlamento e l’attenuazione delle prerogative del Presidente della Repubblica — di cui parlano i critici — sono argomenti importanti nelle valutazioni delle Camere o dei cittadini, se vi sarà un referendum.

Ma questi argomenti non esauriscono affatto la discussione. Per sapere se una forma costituzionale è buona o cattiva, serve il bagno della realtà: bisogna chiedersi, aldilà dell’aspetto giuridico, come le nuove istituzioni influiranno sul…

Caro Direttore,

nel valutare la proposta di riforma costituzionale dell’attuale maggioranza che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio non ci si può fermare, come è avvenuto finora, agli aspetti giuridici. Bisogna chiedersi come la politica interagirebbe con le nuove istituzioni e quali conseguenze si produrrebbero.

La rapidità nella formazione dei governi e la maggiore autorevolezza e capacità di realizzare i programmi che l’investitura diretta conferirebbe al premier — di cui parlano i favorevoli — la diminuzione del ruolo del Parlamento e l’attenuazione delle prerogative del Presidente della Repubblica — di cui parlano i critici — sono argomenti importanti nelle valutazioni delle Camere o dei cittadini, se vi sarà un referendum.

Ma questi argomenti non esauriscono affatto la discussione. Per sapere se una forma costituzionale è buona o cattiva, serve il bagno della realtà: bisogna chiedersi, aldilà dell’aspetto giuridico, come le nuove istituzioni influiranno sul dibattito politico e come reagiranno i cittadini al momento del voto.

Per farlo, bisogna prendere in considerazione il fenomeno di questi anni: l’irrompere sulla scena politica del populismo, cioè l’uso sempre più spregiudicato di argomenti, spesso dissociati da una base di realtà, che mirano a sollecitare gli stati d’animo degli elettori e a trascinarli su posizioni radicali. Il populismo è in crescita in tutti i Paesi, favorito dall’emergere sulla scena pubblica dei social dove è assente l’intermediazione della realtà fornita finora dagli organi di stampa e da altri corpi intermedi.

Il problema quindi non è se sulla carta funzioni meglio il sistema parlamentare o presidenziale. La domanda politica che si deve porre è: in una situazione in cui il linguaggio dell’estremismo diventa il linguaggio prevalente della lotta politica, quale sistema istituzionale è più penetrabile da questo linguaggio e quale è in grado di opporvi maggiore resistenza?

Posto il problema in questi esatti termini, la risposta diviene evidente: quando viene affidata agli elettori la scelta fra due persone che otterrebbero dall’elezione un vasto potere, tutto diventa lecito: la demonizzazione dell’avversario e la militarizzazione dei propri sostenitori è la strada maestra del successo.

Lo mostra l’America dell’assalto al Campidoglio di Trump, così come lo mostrava l’Argentina di Perón, ma anche di Milei che ha fatto la campagna elettorale esibendo un tosaerba, con tutta la violenza implicita in questo messaggio. Rispetto alla semplificazione inerente ai sistemi presidenziali, i Parlamenti e le leggi elettorali proporzionali costituiscono un baluardo contro il populismo. Consentono posizioni più articolate; costringono a fare prevalere posizioni più equilibrate; tolgono forza alle pulsioni estreme.

Finora queste considerazioni non sono emerse nel dibattito italiano, come invece dovrebbero. Il Financial Times ha pubblicato un articolo sulla situazione politica francese in cui si legge: “Il rischio del populismo è più serio in Francia a causa dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica rispetto ai sistemi parlamentari come Paesi Bassi, Svezia o Germania”. Questo è il punto essenziale.

Per l’attuale maggioranza, che ha avuto come cavallo di battaglia il passaggio dell’Italia al sistema presidenziale, non è facile fermarsi a riflettere se questa sia oggi una buona idea per il Paese. Ma nel sostenere il presidenzialismo la destra parlava dall’opposizione e non aveva responsabilità di governo.

Oggi la stessa Meloni, che si è vista imporre dai populisti della sua coalizione una posizione sul Mes che avrebbe preferito non prendere e che magari domani potrebbe trovarsi costretta da quelle stesse componenti a riaprire la questione dell’aborto, dovrebbe considerare a fondo questi argomenti.

Essi non riguardano le costruzioni dei giuristi. Sono invece questioni essenziali per sapere se una riforma non sufficientemente meditata non aggraverà il problema della governabilità del Paese e non metterà in pericolo l’esistenza stessa delle istituzioni democratiche.

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