A trent’anni di distanza, e a margine delle celebrazioni di Berlusconi fondatore di Forza Italia, torna alla mente Piero Gobetti: il “berlusconismo”, nell’arco della sua parabola, ha costituito una sorta di “autobiografia della nazione”, al pari dell’altra stagione del Novecento a cui si riferiva l’intellettuale torinese in quei primi anni Venti che furono purtroppo anche gli ultimi della sua breve vita sfolgorante.
Certo, Berlusconi e il suo movimento non sono stati “l’invasione degli Hyksos”, secondo la celebre definizione di Benedetto Croce. Il filosofo evocava l’apparizione quasi dal nulla di un antico e misterioso popolo asiatico che poi scomparve nei meandri della storia con la stessa rapidità con cui era comparso.
Berlusconi non prese forma dal nulla, come molti pensavano negli anni Novanta. Era invece il prodotto di una certa Italia, maggioritaria nel desiderio di benessere unito all’individualismo: con punte libertarie e uno scarso senso delle istituzioni. Qui ha ragione Giov…
A trent’anni di distanza, e a margine delle celebrazioni di Berlusconi fondatore di Forza Italia, torna alla mente Piero Gobetti: il “berlusconismo”, nell’arco della sua parabola, ha costituito una sorta di “autobiografia della nazione”, al pari dell’altra stagione del Novecento a cui si riferiva l’intellettuale torinese in quei primi anni Venti che furono purtroppo anche gli ultimi della sua breve vita sfolgorante.
Certo, Berlusconi e il suo movimento non sono stati “l’invasione degli Hyksos”, secondo la celebre definizione di Benedetto Croce. Il filosofo evocava l’apparizione quasi dal nulla di un antico e misterioso popolo asiatico che poi scomparve nei meandri della storia con la stessa rapidità con cui era comparso.
Berlusconi non prese forma dal nulla, come molti pensavano negli anni Novanta. Era invece il prodotto di una certa Italia, maggioritaria nel desiderio di benessere unito all’individualismo: con punte libertarie e uno scarso senso delle istituzioni. Qui ha ragione Giovanni Orsina, il politologo della Luiss che ha svolto la relazione storica al convegno di Forza Italia.
Berlusconi ha dato voce a un Paese imprevisto ma reale, con solide radici in una società in rapida trasformazione. Spregiudicato e cinico quanto basta, maestro della comunicazione politica, popolare come pochi in quanto inventore della tv commerciale, era l’ideal-tipo dell’italiano che si era scrollato di dosso il passato: dunque le ideologie ma anche le grandi passioni civili del Novecento. Tuttavia capace di conservare, del passato, alcuni segmenti utili alla sua personale battaglia, che era soprattutto elettorale.
Oggi la cancellazione della storia è totale, si vive in un eterno presente. Allora, all’inizio degli anni Novanta, subito dopo la caduta del muro di Berlino, era un po’ diverso.
Berlusconi rappresentava il modernizzatore anti-comunista, l’uomo che pretendeva di identificarsi con l’Italia produttiva, protesa verso forme di libertà economica in sintonia con quel modello “reaganiano” che aveva dominato il decennio Ottanta, gli anni d’oro dell’imprenditore milanese.
Il problema nasce quando la discesa nel campo politico coincide, nientemeno, con la promessa della “rivoluzione liberale”. Anche qui Berlusconi è molto abile nel vendere agli italiani, quasi fosse un “future” finanziario, la speranza di una destra conservatrice in stile europeo o americano.
Ma presto si capisce che quel “partito liberale di massa” non prenderà mai corpo. L’interesse di Berlusconi è di regnare sulla coalizione da lui riunita sotto il suo ombrello, con i vari partiti (An, Lega, centristi vari) misurati nella loro forza.
E ora? Anche Orsina si è fermato sulla soglia di questo interrogativo. Ma non è difficile prevedere il prossimo futuro. Forza Italia era il movimento di Berlusconi e non potrà esistere senza di lui. O meglio, può sopravvivere come atto di fede di una generazione abbastanza anziana, grata alla memoria dell’uomo che nutrì le loro illusioni giovanili.
Qualcosa di molto simile accadde nel Dopoguerra con il Msi: ebbe un senso a destra finché esisteva una base di nostalgici, dopodiché dovette trasformarsi con Fini in An; e in seguito con Giorgia Meloni in Fratelli d’Italia.
La domanda è: qual è l’obiettivo ultimo della presidente del Consiglio, forte di un consenso tuttora solido? Assorbire via via una parte dell’elettorato berlusconiano: questo è evidente. Ma non sarà facile per i motivi sopra esposti.
Riuscire dove ha fallito Berlusconi, cioè costruire un grande partito conservatore e liberale? Si può dubitare che l’aggettivo “liberale” appartenga al lessico meloniano.
Un partito conservatore, questo sì. Qualcosa tra Reagan e Thatcher, ma attraverso il filtro di una destra radicale tutta italiana. Con Berlusconi sullo sfondo, come evocazione emotiva e nulla più.