Il grandissimo problema della destra di governo alle prese con l’occupazione dei luoghi di cultura è che non è una questione volumetrica, la famosa egemonia culturale che ora si vorrebbe ribaltare: fuori il pluridecennale dominio della sinistra, dentro la destra. Purtroppo non basta avere i numeri, occupare gli spazi, sedere su ogni poltrona o strapuntino disponibile per cambiare l’arredo della casa comune, la carta da parati del luogo dove tutti abitiamo: bisogna avere pensieri e visioni e opere, a volte eresia e coraggio, talento e capacità di intercettare i bisogni, decifrarli o anticiparli. Serve tempo, molto tempo. Bisogna indicare una rotta che sappia diventare desiderio condiviso. Volumi o valori, è molto diverso. In questo senso temo che Sangiuliano e Mollicone e Lollobrigida e i molti seguaci delle saghe nordiche e dei mondi di mezzo che pensano di fare così, toccare un interruttore e cambiare il senso della storia, presidiare presidenze e maggioranze nei cda e nelle giurie, …
Il grandissimo problema della destra di governo alle prese con l’occupazione dei luoghi di cultura è che non è una questione volumetrica, la famosa egemonia culturale che ora si vorrebbe ribaltare: fuori il pluridecennale dominio della sinistra, dentro la destra. Purtroppo non basta avere i numeri, occupare gli spazi, sedere su ogni poltrona o strapuntino disponibile per cambiare l’arredo della casa comune, la carta da parati del luogo dove tutti abitiamo: bisogna avere pensieri e visioni e opere, a volte eresia e coraggio, talento e capacità di intercettare i bisogni, decifrarli o anticiparli. Serve tempo, molto tempo. Bisogna indicare una rotta che sappia diventare desiderio condiviso. Volumi o valori, è molto diverso. In questo senso temo che Sangiuliano e Mollicone e Lollobrigida e i molti seguaci delle saghe nordiche e dei mondi di mezzo che pensano di fare così, toccare un interruttore e cambiare il senso della storia, presidiare presidenze e maggioranze nei cda e nelle giurie, possano andare incontro a qualche frustrazione. Esempio. Tu puoi anche comporre un consiglio di amministrazione o un’assemblea di giurati che assegni il premio Strega o il David di Donatello a Pirillo Flacco, e una compagine di votanti che candidi agli Oscar Fratullo da Sorbello. Puoi farli vincere a casa tua, con la forza della maggioranza politica. Varcate le Alpi è possibile il pernacchio. Per vincere il Nobel per la Fisica bisogna aver fatto, poniamo il caso di Giorgio Parisi, una scoperta riconosciuta nel mondo come un traguardo della scienza. Per vincere l’Oscar, il Cesar, il Pulitzer, il Goncourt o financo appunto lo Strega serve ma non basta che un gruppo di persone affini che ti apprezzano (gli amici, dispregiativo gli “amichetti”) ti candidino e ti promuovano alla competizione: la devi poi vincere nel mondo, quella competizione. Devi essere riconosciuto da giurie non sempre e non tutte permeabili, non completamente almeno, certamente non dai tuoi compagni di partito. Alcuni dei giurati parlano coreano o giapponese e non conoscono Gianni Letta né Giovanbattista Fazzolari, la nuova star fra i consiglieri. Letta non se ne abbia a male, c’è del degrado nella classe dirigente ma è un degrado democratico.
C’è poi un piccolo problema di comunicazione, come direbbe un influencer. Ho sentito Giorgia Meloni dire che è finita l’era degli amici degli amici, che ora comincia l’era del merito, vanno avanti i migliori. Sarebbe formidabile, se fosse così la voterei pure io. Perché lo sappiamo tutti che è sempre stato un club, a destra a sinistra nel cielo a cinquestelle al centro, quello di chi ha assegnato i posti di comando e di potere. Non è che il ministro Dario Franceschini, tra i più longevi alla Cultura, una leggenda assoluta dentro e fuori dal Pd per capacità di collocare ovunque i suoi candidati, non l’abbia fatto. Ma Galan, ma Bondi? Vi ricordate che è stato ministro della Cultura Sandro Bondi, ai tempi di Berlusconi? E indietro, più indietro. Rocco Buttiglione, Giuliano Urbani, nella preistoria Giulio Andreotti. Andreotti insegnava che è dalla Cultura e dallo Sport che si generano bacini elettorali: tutti i paesi hanno una banda, una filodrammatica. Tutte le famiglie del Paese hanno un figlio in una polisportiva. Dai qualcosa a ciascuno di loro e li avrai tutti per te. Torniamo a Meloni. Dice che basta così, ora vanno avanti i migliori non quelli con la tessera di partito ma poi nei dibattiti tv, nelle telefonate private chiamano i famigli, valvassori e valvassini, per spiegarsi meglio: ora che abbiamo vinto tocca a noi. Allora, scusate, non capisco. Sono due cose diverse. O è finita l’epoca dei clan o adesso è il turno del vostro: nel primo caso sarebbe un proposito benemerito, nel secondo è uguale a sempre a parti inverse. Per nulla interessante, in senso evolutivo.
Ma diciamo due parole su cosa sia l’egemonia culturale. Tocca riferirsi ad Antonio Gramsci, spiace per Sangiuliano. Egemonia culturale, dice il filosofo, è il potere di chi sia in grado di proporre una “direzione intellettuale e morale” ( “I Quaderni”, 1935) che si impone alla collettività. Che determini desideri e pratiche quotidiane collettive, saperi e conoscenze condivise, fino a interiorizzarle. Si potrebbe anche scomodare Gobetti, Biografia di una Nazione, ma non esageriamo con la tracotanza intellettuale. L’ultimo in questo Paese che ha costruito un’egemonia culturale è stato Silvio Berlusconi. I cummenda e i danè, le belle donne che basta avere soldi per averle, le metti a libro paga, gli aerei privati brandizzati, Topolanek in piscina, le televendite, la morale pret a porter, le leggi su misura, le lampade abbronzanti i trapianti di capelli l’elisir di lunga vita, l’eterna giovinezza, la mamma. Chi è furbo vince chi è fesso soccombe. L’egemonia culturale, oggi, è senza il minimo dubbio dettata dal denaro. E’ chi ha più soldi che influenza i consumi, i costumi. Chi ha più seguaci, in inglese followers. La dottoressa del reparto dove mi reco per le cure (sempre un pensiero alla sanità pubblica, scusate la digressione) non conosce Kim Kardashian. Cosa fa, mi ha chiesto? Ha 364 milioni di followers su Instagram, ho risposto. Sì ma come mai, cosa fa, ha domandato mentre aggiustava la flebo. E’ famosa per il fatto di essere famosa, ha una linea di cosmetici, è proprio da radical chic non sapere chi siano le Kardashian – le ho fatto notare. Facendo partire il timer ha risposto “Vivo a Velletri e mi alzo presto la mattina, ho i doppi turni”.
C’è dunque una quota di popolazione, forse concentrata a Velletri, che non desidera quello che le Kardashian e gli influencer del mondo intero hanno da offrire. Bisogna sempre tenere presenti le minoranze. Bisogna, insieme, riconoscere che in quel sistema – la popolarità che genera visione e influenza: i numeri, non importa aver scoperto una supernova – ci siamo tutti. La domanda che mi faccio, vi faccio, è questa: è la moltitudine o è l’elite a stabilire l’egemonia culturale? Cioè. E’ cultura egemonica “Pare Parecchio Parigi” che vince al botteghino o “Rapito” candidato ai Cesar? E’ la youtuber che cambia il cellophane ai telefoni o è Matteo Garrone candidato all’Oscar? Perché poi. Se Calvino è Calvino, e Pavese e Primo Levi e Umberto Eco e l’autore dell’Amica Geniale chiunque egli sia, e Sorrentino e Martone e Guadagnino e Alice Rhorwacher e Marco Bellocchio sono apprezzati nel mondo non è perché sono di sinistra, ammesso che lo siano o siano stati. (Molti no, Pasolini non era ortodosso né organico, segna ancora oggi l’orizzonte). E’ perché erano e sono fuoriclasse. Siamo ansiosi di conoscere i fuoriclasse della nuova classe dirigente di destra. Ma forse il tempo dei fuoriclasse è finito. Forse è il tempo della classe, questo. Di chi vota e mette like, si torna ai volumi. Ai numeri. Noi veniamo da un secolo in cui per costruire una reputazione, non una popolarità effimera, ci voleva tantissimo tempo. Bisognava, in generale, aver fatto delle cose che segnassero un punto nella storia e che restassero persino dopo la propria morte: cose che non finiscono quanto chiudi il profilo Instagram o perdi le elezioni e cade il governo, avanti un altro al posto tuo. Ma forse non siamo al passo. Forse l’egemonia culturale oggi la fa chi asseconda la domanda e non chi la genera, è possibile. Quindi insediarsi all’Officina Pasolini per farne sale conferenze e parcheggi, presidiare i centri sperimentali, le scuole e le bande, gli enti lirici e i teatri: va bene, funziona. Da chi dipende? Da chi prepotente si insedia o da chi docile approva? L’egemonia culturale è di chi ha soldi e potere o da chi ha talento e visione? Cultura alta, cultura bassa, elite e pop: inseguire, assecondare, rompere. Lifestyle, consumi, o comunità, valori. E’ questo il bivio del tempo. Se basti occupare la casa o essere in grado di costruirne una. Non è scontata la risposta, purtroppo.