La sfida del prossimo Vertice Europeo straordinario previsto a Bruxelles il 1 febbraio prossimo, si sostanzia nella chiusura della revisione del bilancio intermedio della Ue e con esso dello strumento di sostegno all’Ucraina per 50 miliardi di euro. Decisioni queste messe sul tavolo dei leader dopo il nulla di fatto dell’ultimo Vertice di metà dicembre. Al di là del messaggio di superficie circa le modalità di superamento di quello che si spera essere un momentaneo stallo decisionale della Ue, fenomeno peraltro non infrequente, questo ennesimo snodo politico è espressione di una situazione indicativa della difficoltà dell’Unione Europea a procedere celermente e comunque in linea con lo spostamento quasi epocale degli equilibri geopolitici in corso oramai da mesi. L’intesa già raggiunta a ventisei e bloccata dal veto di Orbán il mese scorso pone l’Unione Europea — viste le elezioni del Parlamento Europeo e quelle per la Casa Bianca di quest’anno — nella paradossale situazione di impote…
La sfida del prossimo Vertice Europeo straordinario previsto a Bruxelles il 1 febbraio prossimo, si sostanzia nella chiusura della revisione del bilancio intermedio della Ue e con esso dello strumento di sostegno all’Ucraina per 50 miliardi di euro. Decisioni queste messe sul tavolo dei leader dopo il nulla di fatto dell’ultimo Vertice di metà dicembre. Al di là del messaggio di superficie circa le modalità di superamento di quello che si spera essere un momentaneo stallo decisionale della Ue, fenomeno peraltro non infrequente, questo ennesimo snodo politico è espressione di una situazione indicativa della difficoltà dell’Unione Europea a procedere celermente e comunque in linea con lo spostamento quasi epocale degli equilibri geopolitici in corso oramai da mesi. L’intesa già raggiunta a ventisei e bloccata dal veto di Orbán il mese scorso pone l’Unione Europea — viste le elezioni del Parlamento Europeo e quelle per la Casa Bianca di quest’anno — nella paradossale situazione di impotenza a fronte della necessità di “muoversi”, paralizzata com’è dalle singole dinamiche di politica interna imposte dal citato ciclo elettorale. Situazione evidente in Italia alla luce del dibattito «su tutto tranne che sull’Europa» ma non meno problematica in Paesi quali la Germania, la Francia e la stessa Spagna, tutti presi da fragilità interne. Anche con le rispettive opinioni pubbliche, sollecitate da molti leader sulle “paure” piuttosto che sulle “speranze”. Ad una lettura più approfondita è il perdurare del “diritto di veto” in seno al Consiglio su alcune materie di rilievo a rendere impotenti ieri e paralizzati oggi dal funzionamento “ingessato” dell’Unione Europea e di converso a limitare la sua capacità di assumere una improcrastinabile soggettività sul piano internazionale.
La postura dell’ultimo Consiglio Esteri e in particolare dell’Alto rappresentante Borrell sul conflitto a Gaza cosi come la pur lenta formazione della missione Aspide nel Mar Rosso sono certamente segnali di minor balbettío ma non ancora all’altezza di quanto ci si attenderebbe dall’Europa. Sul diritto di veto e sulla necessità di eliminarlo o quanto meno di porvi un freno si è perso molto tempo in passato quando forse uno slancio in avanti avrebbe reso almeno l’avvio di un serio dibattito meno arduo di quanto non sia oggi. Tutte le ipotesi di formale superamento di tale vincolo implicherebbero una revisione dei trattati, processo che comporterebbe diversi anni per il suo perfezionamento. Un’enormità considerata la velocità impressa dall’andamento delle relazioni internazionali. Dove non arriva il diritto dovrebbe poter entrare la politica. Non rimane dunque che “alla politica provare a salvare la politica”. Tra le ipotesi che hanno circolato in questi anni vi sarebbe quella dell’eliminazione dell’abuso del diritto di veto, vale a dire il non utilizzare questa facoltà su un dossier come forma di pressione per ottenere vantaggi su un altro dossier. È il caso dell’Ungheria di questi mesi che lega la luce verde alla revisione del bilancio fino a quando non si vedrà riconosciuti i fondi tuttora bloccati per le sue inadempienze sullo “stato di diritto”. Anche una formalizzazione di tale regola (diritto di veto applicabile solo al dossier in esame) necessiterebbe di una revisione dei trattati. Potrebbe però essere oggetto di una “dichiarazione politica” di molti Stati membri (almeno 20) da depositarsi a margine di una riunione del Consiglio Europeo. La storia dell’Unione Europea ha mostrato esempi di gesti politici visionari. Sarebbe un gesto importante anche all’indomani delle prossime elezioni per il Parlamento Europeo. Immaginando che il risultato politico delle stesse ci consegni un’Europa capace di guardare avanti piuttosto che un arcipelago di nostalgie vetero nazionaliste. Mentre il resto del mondo continuerebbe a muoversi senza di noi.