La parola chiave è “accelerazione”. Sembra che tutti siano presi dalla fregola di andare sempre più in fretta. Il ministro dei Trasporti davanti alla decisione di mettere il limite dei 30 all’ora nella città di Bologna ha affermato: dobbiamo pensare a chi lavora. E sottintende: loro devono andare in fretta. Chi si ferma è perduto. Corrono con le loro biciclette elettriche i rider, corrono i furgoncini delle consegne di pacchi di Amazon, corrono tutti in auto. L’orologio delle nostre vite sembra accelerato di colpo dopo che la pandemia ha imposto uno stop all’andatura rapida.
Nella lingua italiana ci sono due termini antichi sinonimi: “celere” e “svelto”. “Accelerare” è invece entrato nell’uso tardi. È presente negli scritti di Machiavelli, il quale, espulso dalla vita politica attiva di Firenze, aveva c…
La parola chiave è “accelerazione”. Sembra che tutti siano presi dalla fregola di andare sempre più in fretta. Il ministro dei Trasporti davanti alla decisione di mettere il limite dei 30 all’ora nella città di Bologna ha affermato: dobbiamo pensare a chi lavora. E sottintende: loro devono andare in fretta. Chi si ferma è perduto. Corrono con le loro biciclette elettriche i rider, corrono i furgoncini delle consegne di pacchi di Amazon, corrono tutti in auto. L’orologio delle nostre vite sembra accelerato di colpo dopo che la pandemia ha imposto uno stop all’andatura rapida.
Nella lingua italiana ci sono due termini antichi sinonimi: “celere” e “svelto”. “Accelerare” è invece entrato nell’uso tardi. È presente negli scritti di Machiavelli, il quale, espulso dalla vita politica attiva di Firenze, aveva cominciato a ragionare a metà del 1500 sui cambiamenti sopravvenuti nella vita quotidiana delle persone. Il segretario fiorentino coglie tra i primi la necessità di andare sempre più rapidamente. Questa è la modernità nata per la prima volta grazie ai mercanti e alla partita doppia. Come ha spiegato in un libro, Accelerazione e alienazione (Einaudi), il sociologo tedesco Hartmut Rosa, il tempo è il bene più prezioso che abbiamo e la maggioranza di noi pensa di accumularlo andando più svelto, essendo più rapido, insomma: correndo. Rosa spiega che tre sono le accelerazioni che ci riguardano. La prima è imposta dalla tecnologia e funziona grazie al personal computer prima, e gli smartphone poi, i computer da tasca, e naturalmente a Internet. Il tempo sembra schiacciare lo spazio, che pare contrarsi per effetto della velocità progressiva dei mezzi di trasporto: uomini e merci. La logistica è diventata dominante: i tempi del trasporto di cose e persone. Il secondo tema riguarda la cosiddetta accelerazione sociale: la contrazione del presente è la conseguenza della crescita esponenziale dei ritmi dell’innovazione. Niente è più stabile e duraturo. Se ciascuno di noi calcola quante attività svolge in un giorno e lo confronta con quello che facevano i nostri padri e nonni, si renderà conto di quanto tutto corra in modo spasmodico. Mangiamo sempre più in fretta e dormiamo sempre meno. Uno studioso americano, Jonathan Crary, in un libro intitolato icasticamente 24/7 (Einaudi), spiega come il sonno sia oggi un oggetto di conquista per le attività umane. Tanto che probabilmente è l’accelerazione sociale a spingere quella tecnologica, e non più il contrario.
La terza accelerazione riguarda la competizione sociale: risparmiare tempo è diventato un modo per competere con gli altri. Nessun posto di lavoro si conserva più per tutto il corso dell’esistenza di un individuo. L’unità di misura di tutti noi è diventata la “prestazione” che si definisce come “lavoro compiuto nell’unità di tempo”. Il cosiddetto taylorismo, fondato sul cronometro, ha spostato dalla fabbrica all’intera società il proprio dominio.
Ma c’è anche un altro aspetto che si è insinuato nelle nostre menti: vogliamo vivere più cose, o meglio: vivere più vite contemporaneamente. Rosa allude al fatto che il problema della nostra finitezza pone in crisi la nostra idea di futuro, visto che una vita sola non basta più; ma poiché ne abbiamo una sola, che fare? Intensificare le vite parallele. Tutti noi corriamo, ma da fermi, così che il tapis roulant è la perfetta metafora di questa epoca. Niente sfugge a questa regola della corsa, neppure la politica. I tempi delle decisioni, come la stessa sorte dei politici – successo e insuccesso – sono regolati da un orologio che gira vorticoso e consuma ogni cosa e persona. Forse lo stesso ministro Salvini farebbe bene a riflettere su questa corsa senza sosta e ad adottare la regola bolognese del 30 all’ora anche nella propria carriera politica. Chi va piano va sano e va lontano? Non recitava così il vecchio proverbio?