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Meloni-Salvini, una competizione tra sovranisti

È una gara a chi è più populista, più demagogo e più reazionario. Ma il nodo si stringe intorno al coacervo di incongruità della premier. Basta prendere ad esempio il caso Salis e il rapporto con Orbán
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Senza dubbio questo governo e questa maggioranza sono sempre più lo specchio del melonismo. Un impianto costruito a immagine e somiglianza di Giorgia Meloni. Il punto, però, è proprio questo. Ed è il principale paradosso con cui deve fare i conti questa destra. Esiste un’immagine nitida della premier? E l’esecutivo può essere uno specchio fedele di una forma che appare perennemente cangiante e mutevole?

Quel che accade in questi giorni, a Roma come a Bruxelles, rivela esattamente l’impossibilità di descrivere un contorno netto. La presidente del Consiglio assume il profilo che serve in quel preciso istante in cui si presenta la necessità. Una sorta di moderna Fregoli. L’esito è grottesco, sull’attività del suo esecutivo e sul piano politico del suo partito.

La squadra governativa e la coalizione, infatti, si stanno connotando sempre più per l’assenza di prospettiva. Non si tratta di capire per quanto tempo continuerà a salire lo scalone di Palazzo Chigi. Ma di quale idea compless…

Senza dubbio questo governo e questa maggioranza sono sempre più lo specchio del melonismo. Un impianto costruito a immagine e somiglianza di Giorgia Meloni. Il punto, però, è proprio questo. Ed è il principale paradosso con cui deve fare i conti questa destra. Esiste un’immagine nitida della premier? E l’esecutivo può essere uno specchio fedele di una forma che appare perennemente cangiante e mutevole?

Quel che accade in questi giorni, a Roma come a Bruxelles, rivela esattamente l’impossibilità di descrivere un contorno netto. La presidente del Consiglio assume il profilo che serve in quel preciso istante in cui si presenta la necessità. Una sorta di moderna Fregoli. L’esito è grottesco, sull’attività del suo esecutivo e sul piano politico del suo partito.

La squadra governativa e la coalizione, infatti, si stanno connotando sempre più per l’assenza di prospettiva. Non si tratta di capire per quanto tempo continuerà a salire lo scalone di Palazzo Chigi. Ma di quale idea complessiva sottintenda ogni sua scelta.

Non si capisce quale sia il progetto di Paese di questa destra da qui ai prossimi cinque o dieci anni. Come, in sintesi, potrà cambiare l’Italia e l’Europa. Ogni mossa è infatti rivolta al passato, a restaurare quel che c’era e non a costruire quel che ci sarà. È il potere per il potere. È la conservazione di una posizione di comando. È davvero una sorta di andreottismo — senza le capacità di Andreotti — in salsa nera.

In questo quadro la coerenza è per forza di cose praticata solo a parole. Anzi, esattamente come fa chi persegue una linea leaderistica e personalistica, viene giustificata esclusivamente da una presunta linearità biografica. Come se bastasse a legittimare ogni scelta.

Le contraddizioni, però, sono una costante di questa classe dirigente. Il tutto viene celato sotto un tappeto virtuale tessuto con il filo della propaganda. Si offre così alla pubblica opinione e al proprio elettorato l’immagine della donna tutta d’un pezzo come una sorta di complessivo ombrello protettivo.

Sotto quel tappeto la polvere si accumula: ogni granello è una fobia familiar-complottista o una rincorsa per non perdere la competizione reazionaria e populista con l’alleato più difficile, il segretario della Lega Matteo Salvini.

La conferma è arrivata sulla vicenda di Ilaria Salis. Con il vicepresidente del Consiglio pronto a prendere le distanze da Palazzo Chigi. È una gara — e di certo non è la prima e non sarà l’ultima — a chi è più populista, più demagogo e più reazionario.

Ma il nodo si sta stringendo intorno al coacervo di incongruità di Meloni. Basta, appunto, prendere ad esempio il caso Salis e il rapporto con il premier ungherese, Viktor Orbán. Dinanzi ai ceppi cui è stata legata la cittadina italiana, la presidente del Consiglio cerca di correre ai ripari.

Quella sequenza fotografica in cui Ilaria Salis si presenta in tribunale con le catene ai piedi è terrificante. Il suo principale alleato, però, la pensa in modo opposto. E anzi si augura che la maestra non faccia più il suo lavoro.

Fin qui il testa-coda è solo interno alla sua maggioranza. Al di fuori dei confini nazionali, il capo del governo magiaro è uno dei suoi principali alleati. Il sovranismo li unisce. A settembre scorso è stata ospite d’onore a Budapest al summit sulla famiglia. Quando serve, dunque, smette i panni istituzionali e indossa quelli battaglieri della destra viscerale.

Non solo. È lei che negli ultimi Consigli europei ha cercato di mediare con Orbán. Senza successo. Anzi, il sovranista d’Ungheria, bloccando la riforma del bilancio europeo, ferma anche i nuovi fondi contro l’immigrazione clandestina. Questione cui la destra italiana dovrebbe essere attenta. Ma niente. Quel che Meloni ottiene con una mano, se lo fa levare dall’altra.

Nello stesso tempo invita il partito del capo ungherese, Fidesz, a entrare nell’Ecr, i Conservatori europei. E questo avviene mentre lo stesso Orbán torna a sparare a zero contro l’Unione europea e contro la presidente della Commissione, la tedesca Ursula von der Leyen.

La stessa von der Leyen che a giorni alterni visita l’Italia e si fa fotografare insieme all’inquilina di Palazzo Chigi nella speranza di essere confermata a luglio nel suo incarico. E lo scatto è ben accetto da Meloni che ha bisogno di mostrarsi credibile a Bruxelles e che non esclude di votare il bis all’amica Ursula tentando fare entrare proprio l’Ecr nel circuito istituzionale europeo che conta.

Ma la piroetta la deve triplicare in Italia. Proprio perché sempre Salvini non solo scarica Ilaria Salis, ma spara alzo zero contro l’Ue in difesa degli agricoltori. E soprattutto conferma che non voterà mai per von der Leyen.

Meloni è dunque concava nell’interesse politico-personale più che in quello nazionale e convessa nella campagna elettorale. Ogni mossa viene compiuta accettando un sacrificio sul tabernacolo dell’incoerenza, ossia l’unica arma concreta per la sopravvivenza.

La leader della destra italiana è diventata un ibrido composto dai tratti genetici tipici della destra più arrogante e di quelli più utilitaristici di chi difende la poltrona.

L’obiettivo è non perdere il controllo e non far disperdere qualche privilegio ferroviario, qualche aspettativa di egemonia culturale fondata sulle nomine o diverse posizioni di vantaggio televisivo.

Ma un grande Paese può davvero crescere in questo modo? Senza una visione complessiva. E senza un progetto politico che non si limiti all’azione di corto muso.

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