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Le nuove regole dell’Europa

Bruxelles, 1 febbraio: Charles Michel e Ursula von der Leyen 

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L’Europa è debole, tentennante, non riesce a parlare con una voce sola né a far valere i propri interessi in un mondo in subbuglio. Come una litania, la sintesi delle inadeguatezze europee viene intonata da chi se ne compiace perché si oppone al progetto di integrazione. Ma la ripete anche chi se ne rammarica, riconoscendo la difficoltà di andare avanti come vorrebbe. La diagnosi è condivisa, le terapie molto diverse. Eppure quel che viviamo da tempo dentro e fuori l’Unione europea dovrebbe ispirare qualche passo più deciso.

Le regole vanno ripensate. Erano state fissate per un’Europa più piccola con un’agenda più limitata, ora servono per un nuovo allargamento e per un’azione a più ampio raggio. Si sa, mettere mano ai Trattati è complicato e rischioso — il ricordo delle bocciature francese e olandese del 2005 brucia ancora — ma valutarne alcuni aggiornamenti non è più un tabù. E poi anche a Trattati vigenti si può innovare, snellire, favorire un ruolo più incisivo dell’Ue. Insieme al…

L’Europa è debole, tentennante, non riesce a parlare con una voce sola né a far valere i propri interessi in un mondo in subbuglio. Come una litania, la sintesi delle inadeguatezze europee viene intonata da chi se ne compiace perché si oppone al progetto di integrazione. Ma la ripete anche chi se ne rammarica, riconoscendo la difficoltà di andare avanti come vorrebbe. La diagnosi è condivisa, le terapie molto diverse. Eppure quel che viviamo da tempo dentro e fuori l’Unione europea dovrebbe ispirare qualche passo più deciso.

Le regole vanno ripensate. Erano state fissate per un’Europa più piccola con un’agenda più limitata, ora servono per un nuovo allargamento e per un’azione a più ampio raggio. Si sa, mettere mano ai Trattati è complicato e rischioso — il ricordo delle bocciature francese e olandese del 2005 brucia ancora — ma valutarne alcuni aggiornamenti non è più un tabù. E poi anche a Trattati vigenti si può innovare, snellire, favorire un ruolo più incisivo dell’Ue. Insieme al voto a maggioranza, uno dei punti qualificanti, anche se non in cima ai pensieri dei cittadini europei, è il superamento del dualismo tra presidenti di Consiglio europeo e Commissione.

Non c’è solo da evitare scene penose come la contesa della poltrona tra Charles Michel e Ursula von der Leyen davanti al presidente turco Erdogan; si tratta di assicurare coerenza e credibilità alla linea europea, andando oltre l’attuale assetto disfunzionale. Affidare le due cariche alla stessa persona comporterebbe un progresso, l’Europa avrebbe finalmente un unico numero di telefono, che Henry Kissinger attendeva invano. Le competenze delle due istituzioni resterebbero immutate e l’unione personale eviterebbe cacofonie avvantaggiando entrambe. Già l’Alto Rappresentante per la politica estera assomma in sé le funzioni di presidente del Consiglio Esteri e di vicepresidente della Commissione.

Il Trattato di Lisbona consente questa soluzione. In seno alla Convenzione alcuni membri, tra cui Giuliano Amato, vollero che l’incompatibilità per il presidente del Consiglio europeo fosse limitata al solo esercizio di un mandato nazionale (art. 15.6 Tue). Oggi l’ipotesi è sostenuta dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani («questa struttura bi-cefala ha fatto il suo tempo»). Certo, sono da mettere in conto le resistenze di non pochi Stati membri. Quanti vedono nella presidenza del Consiglio europeo un presidio dei governi a bilanciamento del potere della Commissione sono riluttanti a unificare le due funzioni. La fusione delle cariche rischia di essere irrealistica, per le gelosie dei governi nei riguardi della Commissione e del suo protagonismo spesso considerato eccessivo. Quest’ultima dispone di una struttura articolata e pesante rispetto al Consiglio, un semplice segretariato, ed è vista con diffidenza dai Paesi timorosi che essa finisca col fagocitare l’intero Consiglio.

Invece i ruoli sarebbero preservati e il Consiglio europeo continuerebbe a proporre il presidente della Commissione (art. 17.7 Tue), mantenendo le prerogative dei governi. Del resto, a Bruxelles la gestione di pandemia, Pnrr e guerre ha messo in luce un intreccio di filiere intergovernative e comunitarie che dovrebbe indurre a razionalizzare l’organigramma dell’Ue. Da qui l’opportunità di dotarsi di strumenti di rappresentanza e di azione più efficaci, senza pregiudicare l’equilibrio dei poteri.

L’annuncio delle dimissioni anticipate di Charles Michel, poi ritirato, poteva spingere a valutare l’unificazione delle due cariche, anche per uscire dall’imbarazzo di un’eventuale presidenza di Orbán del Consiglio in mesi delicati per l’Ue. Michel resterà al suo posto fino al termine del suo mandato, ma sfide cruciali incalzano l’Europa, dall’ingresso di nuovi membri alla difesa comune, dai rapporti transatlantici al ruolo globale dell’Unione, dalla transizione energetica a quella digitale e a molto altro.

Sarebbe miope rifugiarsi dietro il manuale Cencelli europeo, che sinora ha riservato un posto ciascuno a popolari, socialisti e liberali per i vertici delle tre principali istituzioni, per rinunciare a possibili nuove strade, per quanto impervie. E sarebbe sbagliato, proprio in un anno elettorale decisivo, dimenticare il famoso monito di Konrad Adenauer di settanta anni fa, all’indomani del fallimento della Comunità europea di difesa, ma ancora attuale: «L’unità dell’Europa era un sogno di pochi, è stata una speranza per molti, oggi è una necessità per tutti».

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