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La protesta degli agricoltori: il doppio schiaffo dei nuovi kulaki

I trattori che invadono le strade sono l’epifenomeno di un disagio socio-economico reale, che interroga sia la destra sovranista sia la sinistra ambientalista
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La protesta dei kulaki moderni, a Bruxelles, è un doppio schiaffo in faccia alle ipocrisie della politica contemporanea. Gli agricoltori che invadono le strade coi trattori, mettono a ferro e fuoco la capitale belga, incendiano copertoni, abbattono le statue dei filantropi dell’800, tirano uova e rovesciano letame davanti al Parlamento, sono l’epifenomeno di un disagio socio-economico reale, che interroga sia la destra sovranista sia la sinistra ambientalista.

Alla prima chiede conto dei benefici promessi e mai garantiti degli anni passati: la difesa strenua degli interessi nazionali e la tutela corporativa delle categorie, il diritto intangibile ai sussidi e il rifiuto irriducibile dei vincoli comunitari.

Alla seconda imputa i sacrifici certi e sempre sottovalutati degli anni futuri: i costi proibitivi della riconversione e i fermi biologici alla produzione, la stangata sui carburanti fossili e la morsa degli obblighi burocratici.

A entrambe, e a noi tutti, ricorda a sua volta due c…

La protesta dei kulaki moderni, a Bruxelles, è un doppio schiaffo in faccia alle ipocrisie della politica contemporanea. Gli agricoltori che invadono le strade coi trattori, mettono a ferro e fuoco la capitale belga, incendiano copertoni, abbattono le statue dei filantropi dell’800, tirano uova e rovesciano letame davanti al Parlamento, sono l’epifenomeno di un disagio socio-economico reale, che interroga sia la destra sovranista sia la sinistra ambientalista.

Alla prima chiede conto dei benefici promessi e mai garantiti degli anni passati: la difesa strenua degli interessi nazionali e la tutela corporativa delle categorie, il diritto intangibile ai sussidi e il rifiuto irriducibile dei vincoli comunitari.

Alla seconda imputa i sacrifici certi e sempre sottovalutati degli anni futuri: i costi proibitivi della riconversione e i fermi biologici alla produzione, la stangata sui carburanti fossili e la morsa degli obblighi burocratici.

A entrambe, e a noi tutti, ricorda a sua volta due cose: la transizione ambientale non è un pranzo di gala, e il modo in cui viene gestita sarà decisivo per definire i profili identitari degli schieramenti politici e tracciarne i perimetri elettorali.

Eravamo stati facili profeti, già prima dell’estate scorsa, a immaginare che il Green Deal sarebbe diventato il cuore della battaglia per il voto europeo del 9 giugno. Non il conflitto tra fascismo e antifascismo né la contesa tra Dio-Patria-Famiglia e Pride-Gender-Lgbtq+.

La vera faglia tra destre e sinistre in Europa saranno le norme sulla Casa Green, sul blocco delle auto benzina e diesel, sul prezzo del gasolio delle macchine agricole, sui fertilizzanti nei campi, sul Nutriscore, cioè il sistema di etichettatura dei prodotti alimentari.

Questioni concrete, che riguardano la vita di tutti i giorni e sulle quali si giocherà la partita del consenso. Questioni — come scrive Giovanni Orsina sulla Stampa — che evocano “due umanità”: una che preme pulsanti tutto il giorno, l’altra che di questi gesti subisce gli effetti ordinativi e organizzativi in termini di “fare, muovere, toccare, incollare, assemblare, sollevare, trasportare, guidare, ordinare, piantare, innaffiare, raccogliere…”.

Esiste cioè un “mondo della tastiera” che decide, abita sistemi globali e astratti e si identifica con i partiti dell’establishment. E un “mondo della materia” che agisce in contesti locali e concreti, subisce le decisioni dell’élite e per questo preferisce le correnti della protesta.

Milano, 1 febbraio: la protesta dei trattori (afp)

Stendiamo un velo pietoso sulla doppia morale del governo, che tratta col guanto di velluto le manifestazioni violente degli “agrovandali” di questi giorni mentre usa il pugno di ferro con gli “ecovandali” e i “sovversivi” dei rave-party.

E consegniamo per un attimo all’oblio il fatto che una discreta quota di quelli che urlano e sfasciano (cioè gli impresari agricoli) — oltre ad aver usato per decenni lo sportello bruxellese come un bancomat, tra quote latte in Padania e arance all’ammasso in Sicilia — oggi fa parte a sua volta dell’umanità che digita i tasti, visto che ad arare i campi ci manda la bassa manovalanza africana sfruttata e sottopagata.

Anche questo fa parte delle grandi contraddizioni della Modernità. Ma diciamo comunque che il “mondo della materia” (gli agricoltori/allevatori) si sta ribellando al “mondo della tastiera” (la nomenklatura Ue).

La contrapposizione riflette certamente l’attrito tra tecno-utopismo e turbo-populismo di quest’epoca. Ma anche un malessere effettivo di famiglie e aziende, cittadini e consumatori. Ai quali — per ridurre il riscaldamento climatico nei prossimi 30 anni — si chiede di sostenere subito il costo di riconversione delle filiere che lo producono.

Come dire: un sicuro tributo concreto nell’immediato (più imposte e meno aiuti) in cambio di un incerto vantaggio teorico nel 2050 (l’abbattimento delle emissioni di Co2). È in questo mismatch temporale che si consuma la battaglia.

Se restiamo alla Vandea contadina, l’alluvione generata dal clima impazzito è un danno tanto quanto il rincaro del gasolio per i trattori. E agli agricoltori, qui ed ora, tocca sostenerle entrambe, senza che il secondo possa impedire la prima. Forse lo impedirà tra qualche decennio, sempreché anche cinesi e indiani facciano la loro parte (come nota ancora Orsina). Nel frattempo, paga e taci: questo lamentano gli “agrovandali”.

Una prassi che si estende anche ad altri campi, secondo il “Pacchetto Verde” confezionato dall’Unione. Sul fronte immobiliare, la Direttiva Casa Green fissa per l’edilizia pubblica e le nuove costruzioni solo energia solare dal 2026, per l’edilizia residenziale classe energetica E entro il 2030 e classe energetica D entro il 2033. Vuol dire massicce ristrutturazioni per quasi 2 milioni di edifici.

Sul fronte auto, la proposta della Commissione vieta dal 2035 la vendita di nuove vetture a benzina e diesel e l’obbligo per i costruttori di fabbricare solo veicoli a emissione zero.

All’Europa “della tastiera” che fissa queste regole il “popolo della materia” rivolge le domande più ovvie: “Dobbiamo per forza buttare le vecchie caldaie a metano, per montare impianti fotovoltaici che costano fino a 10 mila euro?”. Oppure: “Dobbiamo per forza rottamare le macchine a benzina, e comprare quelle elettriche che non costano mai meno di 25 mila euro?”.

Le risposte urgenti, per onore ed onere, le deve dare la destra. Perché è la destra che oggi governa ed è dalla destra che già in campagna elettorale i forgotten men e i ceti medi impoveriti, i vecchi forconi e i nuovi gilet jaune avevano preteso tutela senza se e senza ma, contro l’Europa Matrigna.

Oggi contro Bruxelles e contro “il disastro Von der Leyen” marcia solo Salvini, inferocito da un crollo nei sondaggi che rischia di far scarrocciare la Lega addirittura dietro Forza Italia.

Meloni — ormai quasi stampella nera di Ursula — non cavalca né condanna la protesta. Ma non può far finta di niente: è stato il suo partito a reintrodurre l’Irpef sui terreni agricoli, a votare la nuova Pac e l’obbligo di tenere a riposo il 4% dei campi coltivati.

Dunque, de te fabula narratur: una parte di chi soffre e paga il prezzo della globalizzazione e del riscaldamento climatico l’ha votata proprio perché lei aveva promesso protezione a ogni costo.

Tocca alla Sorella d’Italia, adesso, decidere quale tipo di destra vuole incarnare: quella radicale, movimentista ed euro-fobica di ieri (pronta a surfare ancora sull’onda del risentimento e dell’esclusione di interi pezzi della società) o quella razionale, moderata ed euro-pragmatica di domani (capace di domare la rabbia e incanalarla dentro un percorso di scelte difficili ma condivise con le istituzioni comunitarie)?

Un compito tutt’altro che agevole, che su un piano diverso interroga anche la sinistra. La lotta contro il Global Warming è una sfida planetaria, che va affrontata con tutta la determinazione possibile.

Ma va anche gestita, se è vero (come ha detto la ministra del Tesoro Usa Janet Yellen alla Cop 26 di Glasgow) che impegnerà «una cifra globale tra i 100 e i 150 mila miliardi di dollari nei prossimi tre decenni». Chi e come li pagherà?

Dunque, la sinistra resta chiusa nella torre d’avorio dell’ambientalismo da combattimento (secondo cui il capitalismo che inquina si abbatte, non si riforma) o al contrario strizza l’occhio alla piazza contadina (per puro spirito di opportunismo e di opposizione anti-meloniana)?

Anche in questo caso — pena l’ennesima disfatta elettorale — il riformismo impone una scelta intermedia e di buon senso, tra chi tira la zuppa alla Gioconda e chi lancia il letame a Place du Luxembourg.

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