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Autonomia differenziata, lettere dall’Italia sbriciolata

Milano, 28 gennaio: un presidio della Flc Cgil contro l'autonomia differenziata (fotogramma)
Scrivo dal Regno delle Due Sicilie. Mi piacerebbe sapere se le cose vanno meglio per chi vive, che so, nel Ducato di Modena e Reggio
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Caro cittadino del Granducato di Toscana, come va la vita? Scrivo dal Regno delle Due Sicilie, dove attendo di conoscere i tempi d’attesa previsti per un controllo medico.

Mi piacerebbe sapere se le cose vanno meglio anche per chi vive, che so, nel Ducato di Modena e Reggio. Così suppongo, ma certe distanze geografiche non sono così facili da superare. Tanto meno se diventano confini — mentali? Emotivi? Socioeconomici? Politici? — invalicabili.

Nello spirito che promuove e difende l’autonomia differenziata soffia l’anima antica del federalismo in salsa nordista — un secessionismo “diffuso”, polverizzato: ciascuno fa patria a sé. Ma voglio esagerare: forse c’è anche traccia di un grande incompiuto.

Quel processo risorgimentale che — pretendeva o sperava Manzoni — avrebbe reso l’Italia “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.

E invece la classe dirigente e politica che vuole differenziare le autonomie, dimenticati i nonni e bisnonni mazziniani o cavouriani, con…

Caro cittadino del Granducato di Toscana, come va la vita? Scrivo dal Regno delle Due Sicilie, dove attendo di conoscere i tempi d’attesa previsti per un controllo medico.

Mi piacerebbe sapere se le cose vanno meglio anche per chi vive, che so, nel Ducato di Modena e Reggio. Così suppongo, ma certe distanze geografiche non sono così facili da superare. Tanto meno se diventano confini — mentali? Emotivi? Socioeconomici? Politici? — invalicabili.

Nello spirito che promuove e difende l’autonomia differenziata soffia l’anima antica del federalismo in salsa nordista — un secessionismo “diffuso”, polverizzato: ciascuno fa patria a sé. Ma voglio esagerare: forse c’è anche traccia di un grande incompiuto.

Quel processo risorgimentale che — pretendeva o sperava Manzoni — avrebbe reso l’Italia “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.

E invece la classe dirigente e politica che vuole differenziare le autonomie, dimenticati i nonni e bisnonni mazziniani o cavouriani, confonde con lo statalismo il concetto di Stato; azzoppa l’Unità faticosamente conquistata con ambigue istanze centrifughe.

Il cittadino della regione virtuosa non sbaglia a pensare di dovere riscuotere i vantaggi di quella virtù, ma il cittadino della regione non virtuosa deve considerarsi reietto e condannato?

Eppure una regione è solo una porzione minima di un assetto statuale, richiama confini antichi, entro quel perimetro inscrive abitudini, tradizioni, una lingua che è riduttivo chiamare dialetto, magari anche un certo modo di stare al mondo.

È tanto, ma è troppo poco perché una piccola patria basti a sé stessa. Così abbiamo creduto, o qualcuno ha creduto per noi, nel cuore di quell’ardimentoso Ottocento che ha scommesso sulla possibilità che un’intera penisola diventasse nazione.

Il bello è che la parola in questione, con la maiuscola, ha animato le più smaglianti, e in qualche caso perfino nobili, bibliografie destrorse: la premier ne conosce la sostanza, e usa il lemma nazione con frequenza e intensità.

Ma che nazione sbriciolata e differenziata, come si dice della raccolta rifiuti, è una nazione fatta di serie A e di serie B?

Una specie di rovescio del libro Cuore, nelle cui pagine l’immigrato calabrese, trasferitosi in una scuola di Torino, trovava un maestro incoraggiante e accogliente.

Prima gli italiani? No, prima i clienti regionali priority e poi quelli economy. Se avanza tempo, se avanzano risorse. E no, quasi sicuramente non avanzano.

È deprimente pensare a un’Italia da sempre (Dante la disegnava bene!) malata di campanilismo, di rioni e di parrocchie, incapace nel 2024 di proiettarsi oltre l’orizzonte asfittico, e antistorico, di uno ius loci da padroncini. La stessa Italia che ancora non concede lo ius soli ai nuovi italiani. Tant’è.

Dall’ex Regno di Sicilia, nei panni di giovane reporter nella città in cui era cresciuto, Catania, Federico De Roberto si stupiva della scarsa affezione dei concittadini per le istituzioni della nuova patria.

“La democrazia è al ribasso”, scriveva nel 1880, deluso dall’indifferenza per l’anniversario della proclamazione dello Stato unitario. Nota una ghirlanda dedicata a Mazzini, ma nei dintorni non c’è anima viva. “Un popolano, a cui domandai sul proposito, mi disse: a picca a picca si lu vannu scurdannu”. Tutto ponderato — commenta lo scrittore — mi pare che abbia ragione.

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