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La protesta dei trattori: quel bivio tra salute e lavoro

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Il dilemma è più o meno questo: o loro o noi. O la loro sopravvivenza economica come categoria, o la nostra sopravvivenza fisica come specie
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Rozzamente, il dilemma a cui la protesta dei trattori ci mette di fronte è più o meno questo: o loro o noi. O la loro sopravvivenza economica come categoria, o la nostra sopravvivenza fisica come specie. (Specie, il genere umano, di cui la categoria degli agricoltori fa naturalmente parte, ma nel ricatto fra lavoro e salute chi non ha alternativa sempre antepone il lavoro alla salute. All’Ilva, a Piombino, in miniera, tra i fumi delle discariche, nelle vetrerie, nei campi).

Quindi più correttamente il dilemma è fra presente e futuro: o la sopravvivenza a lungo termine dell’intera specie, agricoltori compresi, o quella a breve termine fra chi lavora nei campi e chi del lavoro dei campi si nutre, sulla comune terra vive.

Teniamo un momento da parte le questioni economiche, pur assai rilevanti, tipo la riduzione dell’Iva e del prezzo del gasolio. I governi potrebbero garantire facilitazioni a chi lavora sui trattori, solo che costa: non hanno dove prendere quei soldi o non vogliono, pref…

Rozzamente, il dilemma a cui la protesta dei trattori ci mette di fronte è più o meno questo: o loro o noi. O la loro sopravvivenza economica come categoria, o la nostra sopravvivenza fisica come specie. (Specie, il genere umano, di cui la categoria degli agricoltori fa naturalmente parte, ma nel ricatto fra lavoro e salute chi non ha alternativa sempre antepone il lavoro alla salute. All’Ilva, a Piombino, in miniera, tra i fumi delle discariche, nelle vetrerie, nei campi).

Quindi più correttamente il dilemma è fra presente e futuro: o la sopravvivenza a lungo termine dell’intera specie, agricoltori compresi, o quella a breve termine fra chi lavora nei campi e chi del lavoro dei campi si nutre, sulla comune terra vive.

Teniamo un momento da parte le questioni economiche, pur assai rilevanti, tipo la riduzione dell’Iva e del prezzo del gasolio. I governi potrebbero garantire facilitazioni a chi lavora sui trattori, solo che costa: non hanno dove prendere quei soldi o non vogliono, preferiscono alzare la cartina fumogena della sovranità alimentare, una certa autarchia, e la retorica del sudato e nobile lavoro della terra.

Mettiamo a fuoco invece le questioni strategiche. Il piano quadriennale europeo — le Pac, politiche agricole comuni, per il periodo 2023-2027 — si propongono, è scritto chiaro, di garantire da un lato il reddito degli agricoltori e dall’altro la qualità del cibo, la salute, l’ambiente, i cambiamenti climatici. È un tentativo di conciliare l’interesse di chi lavora la terra MA ANCHE quello dell’intera umanità. Nella pratica, però, si traduce in un’alternativa: o/o.

Un paio di esempi. Pesticidi. Gli agricoltori chiedono l’abolizione immediata di vincoli sull’uso di insetticidi e repellenti. «Non che preferiscano usare la chimica — dice un loro rappresentate di categoria — è che è necessario»: la transizione verso il biologico è troppo lenta e costosa, guarda al domani ma non garantisce l’oggi, appunto.

Solo che quando ti viene un cancro, poniamo, una delle prime cose che ti proibiscono è di mangiare frutta e verdure coltivate coi pesticidi, polli e carni allevate a ormoni. Anche i pediatri, se ben ricordo, raccomandano di evitarle coi neonati, nello svezzamento.

Io non so se ormoni e pesticidi, ingeriti col cibo quotidiano, facciano venire il cancro. Non sono una scienziata, a loro il compito. So però che se quando ti ammali te li vietano, ai neonati non li raccomandano, un ingenuo sospetto mi sorge.

Secondo esempio. Che gli allevamenti intensivi di bovini inquinino aria, terra e acqua quanto e più dei peggiori fumi delle più mefitiche fabbriche è qualcosa che anni di studi e conseguenti report mostrano come evidenza. L’Europa tuttavia non se l’è sentita, non fino in fondo, di equiparare la tossicità degli uni a quella degli altri: troppi enormi interessi economici in gioco.

Siamo di nuovo alla scelta fra soldi e salute. Forse, però, compito dei governi potrebbe essere quello di educare a diverse abitudini alimentari. Non dico proibire il consumo di carne, ci mancherebbe altro che un governo ci imponga cosa mettere nel piatto, è una libera scelta. Informare sui rischi però sì. Fare campagne che illustrino benefici e conseguenze. Educare a un consumo più ragionevole, magari alternato, evitare sprechi anziché fotografarsi alla sagra della salsiccia come manifesto di italianità.

D’altra parte la retorica dell’uomo rude viene da lontano, mussolinianamente parlando: il maschio a torso nudo dei campi, l’epica del sudore, Andreotti (che non aveva mai piantato neppure una pianta di basilico in terrazzo) faceva campagna elettorale nell’Agro pontino, in giacca tra i coloni. All’epica irresistibile del trattore nemmeno Antonio Di Pietro, magistrato, si è sottratto. Era per dire, in quel caso: veniamo tutti dalla terra e in effetti sì, tutti da lì veniamo.

L’Italia al principio del secolo scorso era “un Paese a prevalente vocazione agricola”, è scritto nei sussidiari delle elementari. Che poi vocazione, neanche fosse una chiamata divina: era necessità, lo stato dei fatti.

Siamo tutti discendenti di contadini, tutti tranne due tre famiglie di industriali trattate in questo Paese come fossero case regnanti e a parte gli aristocratici, appunto, che da alcuni secoli campano di rendita sulle ricchezze che antichi feudatari costruirono sul lavoro dei campi dei loro servi.

Siccome è bene esporre la propria biografia per aver titolo di esprimersi su un argomento, mi ha insegnato l’altro giorno una sociologa dell’Internet, aggiungerò che anche io (come buona parte dell’attuale piccola e media borghesia delle professioni, gente che vive della cosiddetta opera dell’ingegno) sono cresciuta nel podere dei miei nonni: so come si scuoia un coniglio e come si tira il collo a una gallina, mi impressionava ma ho assistito e imparato.

Non ho terrazze dove bere champagne, vivo al piano terra e non consumo bevande alcoliche, mi procurano dolori di stomaco. Posso dunque, spero, continuare queste righe pur non essendo titolare di trattore ma nipote di titolari.

L’Italia non è più il Paese dei nostri nonni, i bacini elettorali non sono più quelli che furono della Democrazia Cristiana, della Cisl e dei patronati. Tuttavia ogni categoria è ancora un bacino elettorale. Ogni difesa di categoria — tassisti, balneari — tiene in ostaggio la politica: tutela della non concorrenza in cambio di consensi.

Siamo alla vigilia delle Europee, in Italia delle Regionali. È molto rischioso inimicarsi interi settori. La destra cavalca i trattori, come appunto i tassisti e i balneari, e la sinistra al solito arranca.

È paradossale, però, che si tutelino le categorie per proteggerle dalla concorrenza in un sistema capitalistico fondato sul libero mercato in cui ciascuno corre per sé, gli influencer sovrani insegnano.

La ragione per cui cibi sintetici e farine alternative sono ostacolate come il demonio è (anche) che attenterebbero al monopolio dei pomodori coltivati a Rosarno da immigrati tenuti in schiavitù e altre realtà produttive locali, dico senza ironia, sovrane. Anche qui.

Non ho nessuna personale simpatia per la farina di grillo ma sarebbe interessante avere partiti e governi che ci dessero un quadro preciso, obiettivo, della direzione verso la quale tutti insieme, noi umanità, stiamo andando anziché pensare a quanti voti porterà loro al prossimo giro la tutela di questo o quello.

Se convenga avvelenarci tutti insieme per destinare a qualcuno un seggio in Parlamento. Se il reddito mensile di chi coltiva kiwi o alleva mucche debba necessariamente passare dal rassegnarsi a mangiare cibi che ci avvelenano o se ci sia una possibilità di trovare un equilibrio, una soluzione certo complessa ma forse possibile che garantisca tutti. Non o/o, ma anche.

Una visione, insomma. Un’idea di futuro che tenga insieme i trattori, il genere umano, Matteo Salvini, i bambini, i sani e i malati, il pianeta.

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