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Caso Ilaria Salis, cosa può cambiare

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Giorgia Meloni è la presidente della prigioniera e la fraterna amica del carceriere, Viktor Orbán. Uno che usa le catene per umiliare una giovane antifascista, dentro una prigione di cui è il capo. E lo fa di fronte alla leader, sapendo di poterlo fare
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La storia di Ilaria Salis è uno di quei tornanti politici che possono cambiare tutto. Camminavamo infatti tristi sul fondo di un destino che, dopo la vittoria della Resistenza, ci era sembrato immeritato.

Eravamo caduti nell’Italia di Giorgia Meloni, che ha scelto subito, come fraterno alleato, l’unico leader d’Europa che non avrebbe lasciato spazio o tolleranza all’antifascismo.

Erano brutti tempi perché continuamente e freneticamente attraversati dalle iniziative persecutorie di Salvini, uno dei personaggi più avversi a ogni forma di libertà e di civiltà del Dopoguerra italiano.

Erano i giorni in cui il Consiglio dei ministri aveva appena approvato una grossa cifra per celebrare le Foibe, una brutale vendetta politica contro italiani che erano stati mandati a occupare terre straniere, da contrapporre al Giorno della Memoria.

Poi, in questi stessi giorni, ci hanno fatto vedere in televisione l’immagine di una giovane donna in catene, mani, piedi e guinzaglio, tenuta in quella condizi…

La storia di Ilaria Salis è uno di quei tornanti politici che possono cambiare tutto. Camminavamo infatti tristi sul fondo di un destino che, dopo la vittoria della Resistenza, ci era sembrato immeritato.

Eravamo caduti nell’Italia di Giorgia Meloni, che ha scelto subito, come fraterno alleato, l’unico leader d’Europa che non avrebbe lasciato spazio o tolleranza all’antifascismo.

Erano brutti tempi perché continuamente e freneticamente attraversati dalle iniziative persecutorie di Salvini, uno dei personaggi più avversi a ogni forma di libertà e di civiltà del Dopoguerra italiano.

Erano i giorni in cui il Consiglio dei ministri aveva appena approvato una grossa cifra per celebrare le Foibe, una brutale vendetta politica contro italiani che erano stati mandati a occupare terre straniere, da contrapporre al Giorno della Memoria.

Poi, in questi stessi giorni, ci hanno fatto vedere in televisione l’immagine di una giovane donna in catene, mani, piedi e guinzaglio, tenuta in quella condizione davanti a un giudice e davanti alle telecamere del mondo.

Il luogo è l’Unione europea, il Paese è orgogliosamente fascista e si dichiara nemico dell’Europa, di cui fa parte. Il leader è Viktor Orbán, più volte presentato da Giorgia Meloni come il suo miglior amico e collaboratore politico più stretto.

Giorgia Meloni è dunque la presidente della prigioniera e la fraterna amica del carceriere, uno che usa le catene per umiliare una giovane antifascista, presunta colpevole di minimi reati, dentro una prigione di cui è il capo, e lo fa di fronte alla leader amica, sapendo di poterlo fare.

È qui che cambia la storia e niente, benché fosse già al peggio, sarà più come prima. Infatti si snoda, da questo punto in avanti una serie di eventi fino a un momento prima inimmaginabile. Numerarli ci aiuta.

Uno: la giovane donna è Ilaria Salis, una antifascista italiana arrestata in uno scontro con fascisti ungheresi, senza conseguenze (non ci sono state denunce o querele).

Due: non è stata fermata o arrestata nei limiti immaginabili dato il modesto evento. È stata portata in una prigione gelida e fatiscente, lasciata senza vestiti e solo dopo abbiamo saputo che sarebbe restata in quelle condizioni per un anno.

Tre: qualcuno sapeva della situazione di orrore. Il padre della giovane donna, Roberto Salis, ha potuto sapere e raccontare tutto fin dall’inizio. Dunque Giorgia Meloni sapeva dal primo giorno e non si è mossa. Il tempo passa nelle condizioni che Ilaria racconta nei suoi orrendi dettagli di vita, nella cella infestata dagli insetti, per un periodo lungo un anno e tutto arriva sul tavolo della premier.

Quarto: l’attività di Meloni per Salis o per il padre (che non ha mai incontrato) si divide in due parti. Nella prima c’è solo silenzio. Nella seconda, improvvisamente raddolcita dopo lo scandalo della donna in catene, annuncia che si sta dedicando a una mediazione. Impossibile non domandarsi come fai a mediare per la tua cittadina messa in catene, mentre ne devi chiedere ed esigere l’immediata liberazione.

Quinto: resta memorabile la frase detta dalla presidente Meloni il 2 febbraio, ovvero che «anche altri usano le catene» e che confidava «in un processo rapido». In un simile governo non può mancare un ministro della Giustizia che dice: «Più si sta zitti, più si risolve».

Per queste ragioni, credo la vicenda Salis avrà per Meloni delle conseguenze che, al momento, non siamo in grado di apprezzare in tutta la loro portata.

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