Bisogna resistere alla nostalgia, a quando la questione sociale era un disoccupato che minacciava di buttarsi giù dalla galleria del teatro Ariston e Pippo Baudo lo portava in salvo promettendogli di interessarsi al caso e risolverlo meglio di Dc e Cgil messe insieme, e al pubblico televisivo restava solo un dubbio: ma sarà stato tutto vero? O era una trovata degli autori di Baudo? Oggi invece è tutto vero, come può esserlo nell’era dei social e dei politici influencer, che amano risolvere le grane su Facebook ma stentano in Consiglio dei ministri, cosicché i problemi irrisolti dal governo finiscono davvero a Sanremo. Nell’Italia in cortocircuito di pulsioni anti-europee, i trattori che scavalcano Salvini che scavalca Meloni, c’è sempre un sovranista più sovranista che ti sovranizza, entra in gioco anche Amadeus che offre la platea del Festival ai leader della protesta agricola e sicuramente, dovessero accettare, non li piazzerà in scaletta all’una di notte come successe al videomessa…
Bisogna resistere alla nostalgia, a quando la questione sociale era un disoccupato che minacciava di buttarsi giù dalla galleria del teatro Ariston e Pippo Baudo lo portava in salvo promettendogli di interessarsi al caso e risolverlo meglio di Dc e Cgil messe insieme, e al pubblico televisivo restava solo un dubbio: ma sarà stato tutto vero? O era una trovata degli autori di Baudo? Oggi invece è tutto vero, come può esserlo nell’era dei social e dei politici influencer, che amano risolvere le grane su Facebook ma stentano in Consiglio dei ministri, cosicché i problemi irrisolti dal governo finiscono davvero a Sanremo. Nell’Italia in cortocircuito di pulsioni anti-europee, i trattori che scavalcano Salvini che scavalca Meloni, c’è sempre un sovranista più sovranista che ti sovranizza, entra in gioco anche Amadeus che offre la platea del Festival ai leader della protesta agricola e sicuramente, dovessero accettare, non li piazzerà in scaletta all’una di notte come successe al videomessaggio di Zelensky. A conferma di un’altra irrisolvibile contraddizione del sovranismo: la mia Patria conta più della tua, anche se la tua brucia sotto i missili del vicino.
A Meloni, disperatamente a caccia di soluzioni, non par vero di poter sincronizzare le raffazzonate risposte del governo alla protesta con la scaletta del Festival, in un perfetto crescendo di share e decreti, venerdì il Consiglio dei ministri dopo la serata dei duetti, quindi l’annuncio congiunto del vincitore canterino e del rinvenimento dei soldi che servono a ripristinare gli sgravi sull’Irpef degli agricoltori.
Nel frattempo i trattori scendono a Roma tramite via Cassia, l’unica consolare dove i pendolari rischiano di non avvertire alcuna differenza di scorrevolezza del traffico tra i giorni ordinari e quelli dei forconi, e il governo legge e ordine, molta legge e pochissimo ordine, ne accompagna la discesa e i blocchi con empatia e sostegno, poche settimane dopo aver varato un pacchetto di misure in cui mancava poco che i blocchi stradali fossero equiparati a un attentato terroristico. Ma quelle erano le misure per i giovani ecologisti. Alla guida di un trattore, o magari di un taxi, diventa lecito anzi auspicabile fare cose che ad altri dovrebbero costare anni di galera. È il senso della nostra destra per lo Stato, non per caso sta per mandare al voto del Parlamento una riforma delle istituzioni che trasforma le elezioni in una riffa personale e il presidente del Consiglio in un re taumaturgo, uno che come il megadirettore artistico Amadeus possa trasformare il governo del Paese nella scaletta di un spettacolo, modificabile a insindacabile decisione del conduttore, astenersi traduttori in latino del termine.
La corsa a rimediare un gruzzolo per tappare la falla agricola è troppo frenetica perché si discuta del cuore del problema e della mobilitazione transnazionale dei trattori, i costi della transizione ecologica e una strategia di lungo periodo per non scaricarli su lavoratori e ceto medio, questione su cui farebbe bene a interrogarsi in modo meno ideologico anche la sinistra, se non vuole rassegnarsi all’idea che il malcontento popolare assuma sempre e solo la forma di una Vandea facile alle peggiori infiltrazioni.
Dal Giappone Meloni si è affrettata a ricordare agli agricoltori l’approvazione del divieto di produzione e commercializzazione della carne sintetica, come fosse l’acconto del bonifico a venire, e soprattutto come se alcune delle questioni per cui gli agricoltori sono in rivolta non fossero anche figlie di altre promesse disattese della campagna elettorale e di una legge di bilancio gestita come il gioco delle tre carte o, se preferite, come i carri armati di Mussolini, spostati nella notte per simulare abbondanza di mezzi. Lo stesso gioco che Meloni ha provato fare con i fondi del Pnrr per il settore (“Li abbiamo portato da 5 a 8 miliardi”, ha rivendicato in questi giorni), simulando un improvviso aumento delle risorse destinate all’agricoltura che invece era già certificato due mesi fa, dopo la rinegoziazione del Piano con la Commissione europea, e per bocca del ministro competente, almeno in senso letterale, Francesco Lollobrigida. Ammirevole il tentativo di spacciarla per la risposta a una protesta scoppiata due mesi dopo, a Lollobrigida andrebbe riconosciuta quanto meno la preveggenza.
Resta per la presidente del Consiglio la beffa di vedersi la nazione messa a soqquadro dai coltivatori diretti, proprio lei che ha messo il più congiunto dei dirigenti di Fratelli d’Italia a capo di un ministero ribattezzato della Sovranità alimentare e che aveva scelto come prima uscita da presidente del Consiglio un giro al villaggio della Coldiretti al Castello sforzesco di Milano, promettendo tra una forma di grana e un culatello che nessuno avrebbe più potuto ignorare la voce dell’Italia. E dove la voce degli italiani si alza di più se non a Sanremo?