Ci risiamo: il riconoscimento dello Stato palestinese torna in pole position. Il Medio Oriente è in vero subbuglio, l’ago della bilancia non ha ancora deciso da che parte pendere: l’America spinge verso una nuova area di pace e stabilità in cui mantenere la propria influenza; altre forze, con l’Iran in testa, puntano a destabilizzare ulteriormente la situazione a proprio vantaggio.Riconoscere lo Stato di Palestina sarebbe un dovere sacrosanto, ma per gli interessi che si giocano in quest’area del mondo - ed è in fondo sempre stato così - sembrerebbe configurarsi come un fatto in fondo marginale, una questione più simbolica che di sostanza.La comunità internazionale non ha mai avuto la reale intenzione, nè l'urgenza di riconoscere questo Stato. Il riconoscimento, infatti, è un atto politico unilaterale con cui uno Stato attribuisce la condizione di soggetto del diritto internazionale a un’ altra entità potenzialmente statuale. Il fatto che i negoziati tra palestinesi e Israele siano se…
Ci risiamo: il riconoscimento dello Stato palestinese torna in pole position. Il Medio Oriente è in vero subbuglio, l’ago della bilancia non ha ancora deciso da che parte pendere: l’America spinge verso una nuova area di pace e stabilità in cui mantenere la propria influenza; altre forze, con l’Iran in testa, puntano a destabilizzare ulteriormente la situazione a proprio vantaggio.Riconoscere lo Stato di Palestina sarebbe un dovere sacrosanto, ma per gli interessi che si giocano in quest’area del mondo - ed è in fondo sempre stato così - sembrerebbe configurarsi come un fatto in fondo marginale, una questione più simbolica che di sostanza.La comunità internazionale non ha mai avuto la reale intenzione, nè l'urgenza di riconoscere questo Stato. Il riconoscimento, infatti, è un atto politico unilaterale con cui uno Stato attribuisce la condizione di soggetto del diritto internazionale a un’ altra entità potenzialmente statuale. Il fatto che i negoziati tra palestinesi e Israele siano sempre stati posti dagli Stati Uniti come condizione al riconoscimento ha ragioni più strategiche che tecniche. Il risultato lo conosciamo. La sicurezza - o il pretesto della sicurezza - ha finito per colonizzare, e voglio usare proprio questo termine, ogni aspetto dell’esistenza di Israele, a scapito della pace, senza per altro garantire, alla lunga, neppure quella.I negoziati hanno di fatto camuffato l’imposizione di condizioni inaccettabili (discutibili?), offerte sempre e rigorosamente su un piatto d’argento alla parte più fragile, ma chiedendole di firmare la propria condanna( condizione minoritaria ?) e rinunciare ai termini stabiliti dalle Risoluzioni Onu, che già definivano le condizioni della convivenza tra palestinesi ed israeliani. Per non parlare della beffa, che ha accompagnato ogni processo di pace: è noto, infatti, che le maggiori accelerazioni dell’espansione degli insediamenti illegali sui territori palestinesi occupati, che cancellarono per sempre la contiguità territoriale tra le comunità palestinesi vanificando la reale possibilità di creare due Stati, avvennero sempre in coincidenza dei negoziati, come fu tra il 1993 e il 1999 durante la stipula degli Accordi di Oslo.I confini - che non sono muri, ma spesso funzionano con logiche simili - sono il principio che regola le nostre convivenze. Il nocciolo del problema sta nella concezione dello Stato-Nazione, per come lo abbiamo inteso finora quasi in tutto il mondo, ovvero come quel territorio cui corrisponde una comunità nazionale. In realtà sappiamo che non esiste Stato che sia veramente omogeneo per lingua, cultura e storia comuni. Eppure la popolazione di ogni Stato è considerata una nazione. Lo Stato nazionale, se mai è esistito nella forma di una comunità uniforme, è obsoleto. L’Europa, in questo, ha portato avanti la sua scommessa, mettendo in moto un processo di unificazione tra identità multiple, che la sottraesse alle logoranti guerre che hanno segnato il destino di generazioni per secoli.I primi sionisti erano ben consapevoli della complessità identitaria di questa terra. Dobbiamo ricordarci che i primi ebrei che vi migrarono avevano familiarità con le mescolanze, arrivavano infatti prevalentemente da realtà come l’impero austro ungarico e la Russia Zarista, dove la pluralità identitaria era la regola.Nel 1926 Jabotinsky, leader ideologico del sionismo revisionista, scrisse che non solo la Palestina, ma ogni paese dovrebbe adattare il proprio regime giuridico e diventare uno stato bi-tri o quadri-nazionale. Concetti che tutt’ora facciamo fatica a metabolizzare.
Oggi la possibilità di due Stati si presenta, da una parte, sempre più complicata, perché è venuto a mancare il principio territoriale di congruità e continuità, che permetta di delineare i confini di due entità distinte. Dall’altra, anche l’ipotesi di uno Stato unico, fin dagli albori molto controversa, ha ormai ceduto il passo alla deriva nazionalista. La legge approvata alla Knesset nel 2018 non lascia spazio a malintesi: Israele è la casa nazionale del popolo ebraico. E’ una affermazione che mal si concilia con la possibilità di uno stato bi-nazionale, senza contare che anche questa soluzione trascura da sempre un dettaglio non irrilevante e cioè che questo territorio ospita una realtà multipla, ben più complessa della semplice dicotomia palestinesi musulmani e ebrei.Non è forse tempo di superare il concetto stesso dello Stato-nazione e puntare ad una terza via? Non sono forse proprio le realtà più complesse e apparentemente irrisolvibili ad essere occasioni in cui coltivare le alternative più originali? Il problema vero di questo conflitto risiede nell’immobilità delle risorse messe in campo: dominano gli interessi degli Stati coinvolti a scapito della pace tra i popoli, dominano i concetti politici del passato e manca il coraggio - o la convenienza? - della comunità internazionale a imporre le regole che si è data e che non ha mai veramente reso universali e prevalenti nell’equilibrio tra gli Stati.Più che di un piano di pace o di negoziati, avremmo forse bisogno di progetti meno ambiziosi e più concreti, in grado di superare la stagnazione di ingiustizia e violenza che genera da decenni momenti di esplosione progressivamente ogni volta più allarmanti.Lo spazio per avanzare proposte è ampio. Inutile illudersi che non ci sarebbero molti ostacoli, ma quel che conta è far germogliare tentativi intenzionati non tanto a ripetere proposte già fallite, quanto piuttosto soluzioni che ci permettano di districarci dal pantano morale nel quale stiamo inesorabilmente sprofondando.