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Sanremo, riflesso del Paese

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E’ stato il festival dei record e ha riscoperto i giovani anche come spettatori
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È stato davvero il Festival dei record: per il numero di televisori accessi, per la quantità di votanti nello scrutinio finale, per l’interesse suscitato sui canali social, per la mobilitazione onnipervasiva di tutti i media, da quelli tradizionali ai nuovi e ai nuovissimi. E per la partecipazione, come mai in passato, di un pubblico di giovani e giovanissimi. È questo, probabilmente, il dato più significativo: la società italiana è fatta anche di una ampia platea di non-anziani, che ha voluto riunirsi davanti agli schermi (di tivù, computer e cellulari) per condividere la celebrazione del rito del Rinnovamento intorno a una istituzione — Sanremo, appunto — nata appena qualche anno dopo la nostra Carta Costituzionale.

Dunque, Amadeus ha vinto e, come si dirà, ha vinto l’incoercibile natura nazional-popolare del Festival. Resta da compiere, ne converrete, l’ultimissimo atto: chiamare lo stesso Amadeus a condurre il dibattito televisivo tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Dopodiché…

È stato davvero il Festival dei record: per il numero di televisori accessi, per la quantità di votanti nello scrutinio finale, per l’interesse suscitato sui canali social, per la mobilitazione onnipervasiva di tutti i media, da quelli tradizionali ai nuovi e ai nuovissimi. E per la partecipazione, come mai in passato, di un pubblico di giovani e giovanissimi. È questo, probabilmente, il dato più significativo: la società italiana è fatta anche di una ampia platea di non-anziani, che ha voluto riunirsi davanti agli schermi (di tivù, computer e cellulari) per condividere la celebrazione del rito del Rinnovamento intorno a una istituzione — Sanremo, appunto — nata appena qualche anno dopo la nostra Carta Costituzionale.

Dunque, Amadeus ha vinto e, come si dirà, ha vinto l’incoercibile natura nazional-popolare del Festival. Resta da compiere, ne converrete, l’ultimissimo atto: chiamare lo stesso Amadeus a condurre il dibattito televisivo tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Dopodiché, non si può ignorare la dimensione politica che il Festival è sempre destinato ad assumere. Si può partire da un episodio minore.

La reazione di una parte della destra di fronte all’innocentissima «manifestazione antifascista» di Amadeus e Marco Mengoni, con un accenno alle prime note di Bella ciao, ha qualcosa di irresistibilmente comico. E, allo stesso tempo, rivela il cronico complesso di inferiorità che affligge quello schieramento politico-culturale. Il Festival di Sanremo conferma infatti una implacabile verità. Ciò che in particolare Fratelli d’Italia e la Lega temono non è la cultura di sinistra, bensì né più né meno che la modernità. È essa che — trattenuta, contenuta, ristretta — finisce con lo sfuggire di qua e di là, sguscia fuori, occhieggia tra una canzone e uno spot. Sarà per la militanza queer di BigMama o perché Eros Ramazzotti, a sessant’anni suonati, scopre la sua vocazione pacifista o perché, infine, non si può impedire a Gianni Morandi di cantare contro quello «strumento che sempre dà / La stessa nota / Ra-ta-ta-ta».

Insomma, se il Festival — come incredibilmente sembrano pensare gli ideologi di destra — fosse un terreno privilegiato di scontro per l’egemonia culturale, beh, Giorgia Meloni avrebbe già perso. Purtroppo non è affatto così, perché la più profonda egemonia culturale, oggi, è quella che produce senso comune e milioni di voti e che ha portato al trionfo di Meloni nel 2022.

Non di meno Sanremo offre spunti assai interessanti e da sempre. Basta porsi una domanda: è più licenzioso per la morale corrente l’atto di sodomia mimato tra Fedez e Rosa Chemical nel 2023, oppure, rispetto all’Italia del 1959, l’amplesso cui alludeva la seducente gestualità di Jula De Palma? Il che equivale a dire che ogni Festival ha il suo scandalo ed è proprio questo che contribuisce a fare di Sanremo una rappresentazione perfetta del nazional-popolare. Che è una categoria culturale dove trovano spazio conservazione e innovazione, tradizione e sovversione, disciplina e trasgressione: tutte ricomposte e riconciliate da un senso comune consumistico che si esprime nell’idealtipo italiano.

Dunque, andrebbe riconosciuto che il grande sdegno dell’edizione dell’anno scorso e il clima ansiogeno di quella appena conclusa sono stati perfettamente vani. Lo ha rivelato da subito lo scandaletto suscitato dalla pubblicità del marchio di cosmetici Pupa, che — secondo la componente integralista della maggioranza — inneggerebbe ai rapporti omosessuali: una sposa che fugge dall’altare per inseguire un amore lesbico. Non poteva bastare, certo, una più occhiuta censura per impedire quello che evidentemente non è l’esito di un perverso disegno del callido Amadeus, bensì nient’altro che un effetto di quella stessa modernità.

Insomma, tranquillizziamoci. Amadeus non è la quinta colonna dell’Internazionale Socialista e Fiorello non è un infiltrato della comunità Lgbtqia+: registrano ciò che accade nel mondo e, volenti o nolenti, lo mettono in scena. D’altra parte, quello spot non solo è una eco delle trasformazioni in atto negli stili di vita e nelle forme di relazione, ma segue i mutamenti del mercato e l’esigenza di estendere l’area dei consumi e la platea dei consumatori. Ma, come si diceva, ogni tempo ha il suo strapparsi le vesti.

Furono proprio le vesti e i movimenti di Jula De Palma — cantante dalle morbide cadenze jazz — a provocare le prime richieste di censura e di sanzione, dal momento che la sua interpretazione di Tua apparve troppo «realistica». E ventisette anni dopo fu ancora una veste, quella che lasciava scoperto lo sfrontato ombelico di Anna Oxa, a determinare un moto di eretismo nella sensibilità mascolina della nazione. E anche questo faceva parte, che piaccia o no, dei processi di modernizzazione dei costumi e della loro massificazione.

E, a conferma della dimensione profondamente nazional-popolare del Festival, va ricordato che Sanremo fu anche sede di tragedie. Il suicidio di Luigi Tenco, nel 1967, fu l’occasione di un intenso lutto collettivo, proprio per l’acuto contrasto tra la fastosa futilità del Festival e lo smarrimento di quell’uomo schivo e umbratile. E sempre in quel 1967 — ahi, la politica — ecco i brani La rivoluzione e Proposta (Mettete dei fiori nei vostri cannoni).

Per tutte queste ragioni Sanremo non ha mai potuto sottrarsi alla Realtà, decidendo di volta in volta se subirla o accoglierla. Nel 1984 una delegazione di operai dell’Italsider di Genova prese la parola in quella sede per denunciare il piano di licenziamenti dell’azienda. Come è evidente, non si inventa nulla e, quest’anno, l’ipotesi di un bel trattore sul palcoscenico dell’Ariston era tutt’altro che campata in aria. Peccato. All’epoca, ad accogliere gli operai dell’Italsider fu, manco a dirlo, Pippo Baudo, che anni dopo avrebbe allestito una classica scena madre: corre — letteralmente corre — a salvare l’aspirante suicida Pino Pagano, che minaccia di buttarsi dalla balconata della galleria. Qui il nazional-popolare diventa letteratura di genere e, so di esagerare un po’, autobiografia della nazione: dietro ogni dramma fa capolino il grottesco.

Come affermava il titolo di un film di Gottfried Reinhardt del 1965, oltre che il pensiero disincantato di Ennio Flaiano, la situazione è disperata ma non seria.

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