Sono quarant’anni che il sistema politico italiano si ostina senza successo a proporre riforme istituzionali e costituzionali. Non se ne può più. È il momento di cambiare prospettiva, per ritornare a riflettere sulla opportunità di giocare il «secondo tempo» della Assemblea costituente. Troppi leader si sono intestati riforme impossibili che i cittadini hanno rifiutato. Non c’è stata legislatura, a partire dalla IX (1983-1987), che non abbia pensato di essere una legislatura costituente. Ma i pochi interventi fatti sulla Carta del 1948 sono stati o marginali o, come nel caso della modifica del Titolo V e della riduzione del numero dei parlamentari, negativi e demagogici. Questo continuo accanirsi sulla Costituzione ha finito per delegittimare ulteriormente i partiti politici. Intanto il mondo è in guerra, il pianeta soffre, le ingiustizie dilagano e la tecnologia domina. Che cosa devono pensare i cittadini? O che le riforme siano un alibi per ingessare la dialettica politica — magari …
Sono quarant’anni che il sistema politico italiano si ostina senza successo a proporre riforme istituzionali e costituzionali. Non se ne può più. È il momento di cambiare prospettiva, per ritornare a riflettere sulla opportunità di giocare il «secondo tempo» della Assemblea costituente. Troppi leader si sono intestati riforme impossibili che i cittadini hanno rifiutato. Non c’è stata legislatura, a partire dalla IX (1983-1987), che non abbia pensato di essere una legislatura costituente. Ma i pochi interventi fatti sulla Carta del 1948 sono stati o marginali o, come nel caso della modifica del Titolo V e della riduzione del numero dei parlamentari, negativi e demagogici. Questo continuo accanirsi sulla Costituzione ha finito per delegittimare ulteriormente i partiti politici. Intanto il mondo è in guerra, il pianeta soffre, le ingiustizie dilagano e la tecnologia domina. Che cosa devono pensare i cittadini? O che le riforme siano un alibi per ingessare la dialettica politica — magari per sostenere maggioranze instabili — o per mettere in discussione l’equilibrio dei poteri. Che una Costituzione sia solida e capace di difendersi da colpi di mano o da avventurismi è giusto, ma che, in una situazione di emergenza democratica quale quella che l’Occidente sta attraversando, un sistema politico non sia in grado di unirsi e intervenire con precisione per riportare nella costituzione la soluzione di alcuni problemi, è il segno di una decadenza che ne ricorda altre, antiche. L’avvento al governo di una destra molto volitiva ha reso ancora più evidente la difficoltà in cui ci si dibatte. Il fatto che Fratelli d’Italia voglia un premierato forte è il segno della volontà di dimostrare che la destra riesce dove altri hanno fallito, ma la scelta dell’obiettivo è anche la manifestazione di un sentimento di rivincita che affascina tutti coloro che hanno avuto un rapporto ambiguo con la Resistenza e con la Costituzione del ’48. Inoltre, non è ancora chiaro se la richiesta del premierato sia davvero una scelta meditata o solo parte di una strategia elettorale. Intanto la Lega approfitta di questo protagonismo per introdurre una divisione della nazione su base regionale interpretando a modo suo i principi costituzionali di autonomia e sussidiarietà. Assistiamo così allo strabismo di una maggioranza che interviene sulla Costituzione in maniera contraddittoria. Non che nelle legislature precedenti si sia fatto meglio. Il balletto delle Sinistre intorno al mito della governabilità ha deliziato gli esperti ma ha suscitato nei cittadini un sentimento di fastidio per l’assoluta mancanza di serietà di una classe politica che in molti casi coltiva il populismo. Per combatterlo occorre spostare la sede del confronto politico su un livello di maggior dignità, dove non sono possibili ammiccamenti e manipolazioni. Non c’è strumento migliore che chiedere a questo Parlamento di votare una legge di revisione costituzionale affidando ad un’Assemblea costituente — eletta a suffragio universale e con metodo proporzionale aperto non soltanto ai partiti ma a tutti coloro che, associati a tal fine, mostrino di avere consenso sufficiente per esprimere dei rappresentanti — il compito di confermare e di aggiornare la nostra Costituzione. I trecento seggi tagliati recentemente al Parlamento possono essere rioccupati da eletti chiamati a lavorare nel rispetto dei vincoli posti dalla stessa Carta a difesa della Repubblica. I costituzionalisti sapranno trovare le formule. Le crepe del sistema istituzionale erano visibili fin dagli anni Settanta, quando comunque il Parlamento votò riforme civili e sociali importanti. Le intuizioni di Aldo Moro, assassinato nel 1978, e di Berlinguer, morto pochi anni dopo e attaccato a sinistra dai Movimenti, sulla necessità di aprire una nuova fase democratica richiedevano, per maturare, tempi lunghi, incompatibili con gli estremismi, la crisi finanziaria, il contesto internazionale, la sclerosi dei partiti. La caduta del muro di Berlino e i moti di Tangentopoli hanno fatto il resto.
Anche l’idea di Roberto Ruffilli, assassinato dalle Brigate rosse nel 1986, di favorire la democrazia dell’alternanza attraverso delle riforme elettorali, senza toccare la costituzione, si è rivelata un’illusione. Segni, Scoppola, Parisi e molti esponenti del cattolicesimo democratico, ma non solo di quel mondo, nei primi anni Novanta erano riusciti con un referendum ad abolire il mercimonio delle preferenze e a introdurre un sistema elettorale maggioritario che è durato però meno di dieci anni ed è stato sostituito da nuovi, ma indecenti, sistemi elettorali. La necessità di un «secondo tempo» dell’Assemblea costituente è evidente se solo si osserva che lo spirito della Costituzione appare oggi l’ultima àncora del Paese, l’unica formula ideale che ne difenda l’unità. Ciò anche grazie alla presenza del presidente Mattarella. La stima popolare che il Presidente intercetta è il sintomo che il paese in fondo vuole pace e chiarezza, almeno sul piano dei valori e dei diritti (da difendere e ampliare), e che ammira coloro che mostrano senso del dovere e rispetto per la competenza e l’onore. A fronte di questo sentimento comunitario, spesso compresso, sta invece lo spettacolo di una “costituzione aggredita” — la formula è di Leopoldo Elia — da attori spesso improvvisati. Chi un domani avrà l’onore di confrontarsi con il testo costituzionale non avrà più alle spalle un paese sconfitto, da ricostruire, e nemmeno un futuro tutto da inventare (allora era più facile), ma la storia di una Repubblica adulta ed europea. I nuovi costituenti saranno anche nani, ma sempre seduti sulle spalle di giganti. L’Italia odierna ha sentimenti e competenze sufficienti. Che le sinistre si sveglino, che le destre accettino la sfida, che i moderati mostrino ciò in cui credono. Se non ci si riuscirà, la Costituzione italiana non sarà solo aggredita, ma sbranata, e una nuova Costituzione, non semplicemente materiale, ma materialistica e brutale, prenderà il sopravvento. L’ipocrisia avrà vinto e il Paese si frantumerà.