Dove porta l’intesa bipartisan
di Francesco BeiNel frusto tessuto della politica italiana, sclerotizzata da mesi in un copione sempre uguale, si è prodotta ieri una novità rilevante. A differenza dell’invio di armi all’Ucraina — un terreno su cui Lega e M5S manifestano ogni volta la loro contrarietà — sulla guerra in Medio Oriente il Parlamento è riuscito a ritrovarsi su una linea bipartisan, che ha unito le principali forze politiche. Un risultato non scontato, rilevante sia per la politica estera italiana che sul versante domestico, visto che si tratta di un accordo frutto dell’incontro di volontà (e di convenienze) tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Proprio nel momento in cui lo scontro personale e politico fra le due leader sembrava più aspro.
La saldatura fra destra e sinistra avviene sulla richiesta, contenuta nella mozione del Pd, di «un immediato cessate il fuoco umanitario». Un passaggio su cui i 159 deputati del centrodestra si astengono, anziché votare contro come in altre occasioni. È una svolta significativa, dato c…
Nel frusto tessuto della politica italiana, sclerotizzata da mesi in un copione sempre uguale, si è prodotta ieri una novità rilevante. A differenza dell’invio di armi all’Ucraina — un terreno su cui Lega e M5S manifestano ogni volta la loro contrarietà — sulla guerra in Medio Oriente il Parlamento è riuscito a ritrovarsi su una linea bipartisan, che ha unito le principali forze politiche. Un risultato non scontato, rilevante sia per la politica estera italiana che sul versante domestico, visto che si tratta di un accordo frutto dell’incontro di volontà (e di convenienze) tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Proprio nel momento in cui lo scontro personale e politico fra le due leader sembrava più aspro.
La saldatura fra destra e sinistra avviene sulla richiesta, contenuta nella mozione del Pd, di «un immediato cessate il fuoco umanitario». Un passaggio su cui i 159 deputati del centrodestra si astengono, anziché votare contro come in altre occasioni. È una svolta significativa, dato che cambia la posizione a cui il governo e la maggioranza si sono sempre aggrappati fin dalla mattina del 7 Ottobre. Ovvero quel «riconoscimento del diritto di Israele all’autodifesa», contenuto infatti ancora ieri al primo punto della mozione di maggioranza, senza cenni a uno stop ai bombardamenti. Un cambiamento di linea che era nell’aria fin dalla mattina, quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani, per la prima volta, aveva usato toni molto duri nei confronti della strategia militare del governo Netanyahu: «A questo punto la reazione di Israele è sproporzionata, ci sono troppe vittime che non hanno nulla a che fare con Hamas».
Per Giorgia Meloni continuare a tenere la testa sotto la sabbia era diventato insostenibile. Anche perché, nel frattempo, tutto il mondo occidentale si stava riposizionando, dagli Usa alla Gran Bretagna, passando per la Francia e la Germania. Tutti Paesi alleati stretti di Israele ma sempre più a disagio per il costo umano dell’invasione di terra a Gaza.
Ecco, dunque, la convenienza di Meloni nell’accettare una posizione più equilibrata nel conflitto in corso: l’Italia non può restare alla finestra quando Washington e le altre capitali europee premono per un cambiamento di rotta e le stesse parti belligeranti sembrano più vicine a un’intesa. Al Cairo, infatti, i colloqui appaiono finalmente meno fumosi, c’è un grado maggiore di ottimismo e si lavora su un cessate il fuoco di sei settimane con il rilascio di tutti gli ostaggi. La trattativa in Egitto vede coinvolti in prima persona il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdul Rahman, il capo della Cia William Burns e i capi dell’intelligence israeliana. Ma è significativo che, in un primo momento, ieri era girata la voce che la delegazione di Hamas potesse essere guidata proprio dal super-ricercato Yahya Sinwar, regista del pogrom contro gli ebrei (in realtà alla fine era presente il suo braccio destro Khalil al-Hayya).
Il quadro è in rapido movimento, lo stesso Netanyahu ha detto che l’obiettivo è concludere le operazioni di terra entro la fine del mese. E l’Italia ha tutto l’interesse non solo a spegnere l’incendio nel suo “estero vicino”, ma anche a non apparire come l’ultimo giapponese a difesa di un governo di destra amico ma, al contrario, a presentarsi come un attore non ostile ai Paesi più sensibili alla “questione palestinese”, dalla Libia all’Algeria, dal Libano alla Turchia. Cessate il fuoco umanitario, questo l’elemento di compromesso che tiene insieme l’interesse nazionale, l’interesse politico di Meloni e Schlein e che ha consentito un’unità bipartisan. Al contrario del “riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’Ue”, una parte della mozione del Pd che non ha avuto il sostegno del governo e non è passata.
Anche per Elly Schlein, dunque, il bilancio è positivo. Contestata all’interno del Pd per l’eccesso di “pacifismo” da parte dell’ala riformista e attaccata da Conte per un presunto eccesso di “bellicismo”, la giornata di ieri segna un punto a suo favore. La premier l’ha scelta come interlocutrice e ha trattato con lei e non con gli altri leader dell’opposizione.
Le due donne si studiano, si parlano (anche più spesso di quanto non appaia) e si legittimano a vicenda come avversarie. È interesse comune che la politica estera non finisca nel quotidiano frullatore di insulti e delegittimazione reciproca. E se per un giorno Salvini e Conte sono rimasti in ombra, di sicuro a entrambe sarà scappato un sorriso.