Musica e popolo, si dice. Il difficile viene dopo. Quale musica? Per quale popolo? Con Sanremo molti hanno scoperto il rapper Geolier, imperdonabile lacuna, personaggio di assoluta curiosità, contradittorio, colorito, buffo, a cominciare da quel nome d’arte in apparenza minaccioso, perché geolier in francese sta per secondino, carceriere, deriva da geôle che, in una lingua un po’ antiquata e letteraria, vale cella, prigione. Dunque, malavita? Probabilmente no, o fino a un certo punto. Mi ha spiegato un amico esperto che secondino sarebbe in realtà l’appellativo con il quale si definiscono e si chiamano i giovani di Secondigliano (troncato in Secondi’) abitanti di una delle realtà un po’ difficili intorno a Napoli dove il nostro fortunato rapper è nato e ha avuto l’idea di portare in francese l’appellativo secondi’. Lo definisco fortunato per l’enorme popolarità che ha ottenuto con i suoi rap, per la diffusione dei suoi dischi che non si limita alla Campania e al Mezzogiorno pare anzi …
Musica e popolo, si dice. Il difficile viene dopo. Quale musica? Per quale popolo? Con Sanremo molti hanno scoperto il rapper Geolier, imperdonabile lacuna, personaggio di assoluta curiosità, contradittorio, colorito, buffo, a cominciare da quel nome d’arte in apparenza minaccioso, perché geolier in francese sta per secondino, carceriere, deriva da geôle che, in una lingua un po’ antiquata e letteraria, vale cella, prigione. Dunque, malavita? Probabilmente no, o fino a un certo punto. Mi ha spiegato un amico esperto che secondino sarebbe in realtà l’appellativo con il quale si definiscono e si chiamano i giovani di Secondigliano (troncato in Secondi’) abitanti di una delle realtà un po’ difficili intorno a Napoli dove il nostro fortunato rapper è nato e ha avuto l’idea di portare in francese l’appellativo secondi’. Lo definisco fortunato per l’enorme popolarità che ha ottenuto con i suoi rap, per la diffusione dei suoi dischi che non si limita alla Campania e al Mezzogiorno pare anzi che sia ancora più ampia in Lombardia e, mi dicono, perfino in Valle d’Aosta, che non nella sua terra d’origine. Geolier compone brani bonari, perfino moralistici a tratti, parlati, agiti, in un dialetto così stretto da risultare incomprensibili. Il che diventa un pregio, anzi un motivo di fascino, allo stesso modo in cui – mi suggeriva il sapiente collega Ernesto Assante – si ascoltava da ragazzi Bob Dylan senza capire una parola, soggiogati dalla voce e dalla cantilena. Il rap ha abolito anche la cantilena, delle varie componenti della musica ha conservato solo la scansione ritmica ridotta ad un sillabato di confusi fonemi. Solo alla fine d’ogni strofa si ode un embrione melodico subito soffocato dall’attacco della strofa successiva.
Musica e popolo, dicevamo. Per quale “popolo” canta (meglio: rappa) Geolier? Sicuramente per i giovani, i quali hanno bisogno più d’ascoltare buoni consigli che buona musica. Geolier non parla di rubare, uccidere, sparare. A Secondigliano sono argomenti che affiorano spesso nelle cronache, eppure il nostro in una delle sue “rappate” scrive: «Nu guaglione me facette spará. Jette â casa, c’’o dicette a papà. Isso ricette: “Nn’ce vonno ‘e palle a ffá ‘e reate. Ce vonno ‘e palle a faticá ...». In italiano corrente sarebbe: un ragazzo mi ha fatto sparare, tornato a casa l’ho detto a papà che mi ha risposto: non ci vuole molto coraggio a fare reati, il coraggio vero è quello di lavorare». Diciamo che siamo più o meno nell’atmosfera evocata dal “muratorino” nel libro Cuore di De Amicis. Non conosco molto altro di questo autore che ho qualche difficoltà a definire cantante perché i rapper sono sicuramente narratori o menestrelli, però a loro modo, hanno poco a che vedere con la musica – nel senso di emissione sonora intonata secondo regole certe.
Del resto, c’è un popolo giovanile che segue con passione il rap ovunque nel mondo occidentale, essendo futile polemizzare con la contemporaneità, chi non fa parte di quel “popolo”, come il sottoscritto, si deve limitare a constatarne l’esistenza, sussurrando al più, senza pretesa d’ascolto, che non è facile chiamare musica una “musica” senza musica.
I menestrelli sono esistiti per secoli, hanno intonato serenate, canti d’amore, di nostalgia e di guerra, sono sopravvissuti ai cambiamenti dell’economia e dei regimi politici, sono arrivati gagliardamente al Novecento e ai nostri giorni per esempio con Georges Brassens, Fabrizio De André, Paolo Conte. Accompagnava il loro canto uno strumento adatto, per i casi citati la chitarra o il pianoforte, bello, spesso molto bello, il canto, ben trovati gli accordi. Le loro storie erano argute, significative, toccanti, provocatorie, il loro popolo, più indifferenziato di quello dei rapper, includeva la borghesia colta, diciamo con qualche azzardo quella “di sinistra”.
Infatti, ogni tipo di musica comprendendovi (un po’ controvoglia) il rap, seleziona da sé il suo popolo. Franz Joseph Haydn riservava il suo immenso talento alla corte dei principi Esterhazy presso i quali serviva indossando la relativa livrea e mangiando alla mensa dei domestici. Maestro di cappella era il nome del suo ufficio, nella cappella e nel salone dovevano essere eseguite le sue composizioni, quello era il suo popolo. Poi sono arrivati i teatri e le sale da concerto con pubblico pagante, poi i concerti all’aperto sui prati e negli stadi, infine è arrivato Sanremo capace di radunare una folla sterminata di milioni e milioni, ognuno isolato a casa sua davanti a uno schermo. Il pubblico cresceva ma la componente musicale di pari passo diminuiva, fino ad arrivare al rap che della musica propriamente detta sa fare a meno ma piace al suo popolo, dunque bene così.