Riforme, l’Assemblea costituente e la grande politica
di Carlo GalliGrande idea quella dell’Assemblea costituente. Grande perché si riferisce alla più alta manifestazione di energia della politica moderna: l’atto con cui un popolo si fa legislatore di sé stesso, decide il proprio destino e il modo della propria esistenza politica. Un momento entusiasmante di discontinuità e di libertà. Di solito, un momento lungamente e dolorosamente maturato, che mette fine a un travaglio doloroso.
Così fu — per restare al Novecento — con l’Assemblea di Weimar che nel 1919 diede alla Germania sconfitta la sua prima costituzione democratica; fu così per l’Assemblea costituente che gli italiani elessero nel 1946, usciti dalla tragedia della guerra. Le Costituzioni a volte si pagano col sangue.
Il potere costituente del popolo è un concetto impegnativo, legato storicamente all’età delle rivoluzioni iniziata in Francia nel 1789. La nostra Costituzione — che pure ne è l’espressione — non ne prevede l’attivazione: il potere costituito, l’ordinamento istituzionale che su di…
Grande idea quella dell’Assemblea costituente. Grande perché si riferisce alla più alta manifestazione di energia della politica moderna: l’atto con cui un popolo si fa legislatore di sé stesso, decide il proprio destino e il modo della propria esistenza politica. Un momento entusiasmante di discontinuità e di libertà. Di solito, un momento lungamente e dolorosamente maturato, che mette fine a un travaglio doloroso.
Così fu — per restare al Novecento — con l’Assemblea di Weimar che nel 1919 diede alla Germania sconfitta la sua prima costituzione democratica; fu così per l’Assemblea costituente che gli italiani elessero nel 1946, usciti dalla tragedia della guerra. Le Costituzioni a volte si pagano col sangue.
Il potere costituente del popolo è un concetto impegnativo, legato storicamente all’età delle rivoluzioni iniziata in Francia nel 1789. La nostra Costituzione — che pure ne è l’espressione — non ne prevede l’attivazione: il potere costituito, l’ordinamento istituzionale che su di esso si fonda, non è più in discussione, è uscito dalla disponibilità dei cittadini.
La Costituzione è modificabile con le procedure dell’articolo 138, interne al Parlamento (con la possibilità di un referendum confermativo), nel senso che è revisionabile ma non alterabile sostanzialmente.
Eppure dopo il fallimento nel 1998 delle commissioni bicamerali per la riforma costituzionale, istituite a partire dal 1983 attraverso l’articolo 138, si è passati, dal 1999, all’utilizzazione diretta di questo articolo per importanti interventi di riscrittura della Carta — le più significative, la riforma Berlusconi del 2005 e la riforma Renzi del 2016, sono state bocciate in sede referendaria —.
E anche oggi la destra al governo sta cercando di modificare la forma di Stato — con legge ordinaria che dà un’interpretazione estremistica del regionalismo — mentre al contempo, con legge costituzionale, riscrive la forma di governo (il premierato elettivo).
Si tratta di riforme non condivise: una collaborazione — per restare alla riforma costituzionale vera e propria — sarebbe oggi fatalmente subalterna per la minoranza, che si trova davanti un testo già pensato e formalizzato da una sola parte politica.
Da qui la scelta dello scontro frontale e dell’affidamento al referendum. Una posizione meramente passiva e reattiva che ha come prospettiva o la piena sconfitta — il premierato elettivo passa, con il suo carico di intrinseco populismo e con la sua logica verticistica; e la destra diventa la madre unica della Seconda Repubblica — o il nulla di fatto: il popolo boccia la riforma, il che è una sconfitta per la destra, mentre il Paese resta con i suoi problemi.
Che non sono l’instabilità dei governi per colpa del prepotere dei partiti, come recita la narrazione della destra; ma che nascono al contrario dalla debolezza dell’intero sistema politico, causato anche dalla debolezza dei partiti, dal loro distacco dalla società.
Una crisi sistemica, quindi: la Costituzione vigente infatti disegna un regime parlamentare, con implicito rinvio all’energia politica dei partiti, e quando questa si è spenta, quaranta anni fa, non è stata rimpiazzata né dalle riforme elettorali né dalle mai realizzate riforme costituzionali.
Il premierato elettivo, con la connessa forzatura della riforma elettorale, è una toppa che rischia di cambiare surrettiziamente e radicalmente la forma della nostra democrazia, squilibrandola a favore del potere del governo, in pratica privo di contrappesi.
È evidente la necessità che la riforma complessiva della Costituzione passi invece attraverso una procedura più equilibrata e dialogante, e attraverso un’interpretazione non unilaterale delle esigenze del momento. Se non si vuole resuscitare il fantasma malaugurante della Bicamerale, e si vuole accedere alla ben più impegnativa Assemblea costituente, si dovrebbe sottolineare che questa, pur elettiva (a differenza della Bicamerale), non può essere onnipotente. Il suo atto istitutivo dovrebbe passare attraverso l’utilizzazione dell’articolo 138, i principi fondamentali della vigente Costituzione dovrebbero essere preservati, e l’attività legislativa ordinaria dovrebbe restare nel Parlamento.
Il risultato dei lavori della costituente (previsti tassativamente a scadenza) potrebbe invece essere definitivo, come nel 1947, e non richiedere conferma alcuna, dato che l’assemblea nasce con doppia legittimità: secondo la vecchia Costituzione, e secondo la volontà popolare che l’ha eletta.
Un passaggio troppo complesso? Non necessariamente, anche se sicuramente incorrerebbe nelle censure dei giuristi formalisti.
Ciò che può mancare, semmai, è la volontà politica dei partiti: la volontà della opposizione di sfidare la destra su questo terreno, e della destra di non rifare l’Italia con semplificazioni e forzature — così rinuncerebbe, certo, a un vantaggio ma in compenso si sottrarrebbe al rischio referendum —.
Ma è bello immaginare che la politica sappia trovare l’energia e il coraggio di mostrarsi, per una volta, “grande politica”.