Il senso della sfida tra Lega e FdI
di Stefano FolliNon sorprende che le lotte di potere interne al destra-centro tra la premier e Salvini, registrate dai sondaggi, erodano le percentuali di voto sia di FdI sia della Lega. Per la verità è il Carroccio ad avere la peggio, tanto che oggi appare piuttosto lontana quella soglia del 10 per cento considerata come la garanzia minima per la sopravvivenza politica del Capitano.
In ogni caso è presto per tirare le conclusioni: le elezioni europee sono vicine ma non vicinissime e in mezzo si conteranno eventi non tutti prevedibili.
Ci sono anche le elezioni in Sardegna, che per Salvini si profilano come una doppia sconfitta: sia perché la destra rischia di affermarsi dopo aver giubilato proprio il candidato leghista; sia perché l’eventuale vittoria se la intesterà Giorgia Meloni che ha imposto il nome giusto. Vedremo.
A questo punto, tuttavia, è più interessante capire il senso della contesa generale tra Lega e FdI. Non è solo uno scontro tra caratteri e una rivalità per le poltrone.
Sullo s…
Non sorprende che le lotte di potere interne al destra-centro tra la premier e Salvini, registrate dai sondaggi, erodano le percentuali di voto sia di FdI sia della Lega. Per la verità è il Carroccio ad avere la peggio, tanto che oggi appare piuttosto lontana quella soglia del 10 per cento considerata come la garanzia minima per la sopravvivenza politica del Capitano.
In ogni caso è presto per tirare le conclusioni: le elezioni europee sono vicine ma non vicinissime e in mezzo si conteranno eventi non tutti prevedibili.
Ci sono anche le elezioni in Sardegna, che per Salvini si profilano come una doppia sconfitta: sia perché la destra rischia di affermarsi dopo aver giubilato proprio il candidato leghista; sia perché l’eventuale vittoria se la intesterà Giorgia Meloni che ha imposto il nome giusto. Vedremo.
A questo punto, tuttavia, è più interessante capire il senso della contesa generale tra Lega e FdI. Non è solo uno scontro tra caratteri e una rivalità per le poltrone.
Sullo sfondo c’è di più, come testimonia il fatto che il conflitto nasce da una questione in apparenza minore: il tema del terzo mandato dei presidenti di Regione, non proprio una questione di vita e di morte in un momento in cui i problemi economici e sociali non mancano.
Ora, è vero che Meloni ha rinviato ogni decisione a dopo il voto per l’Europa. Ma la sostanza non cambia granché: l’obiettivo è pur sempre quello di degradare sul campo l’alleato-rivale Salvini, persino di delegittimarlo agli occhi dei suoi. Farlo apparire come chi non è riuscito nell’impresa basilare di difendere i suoi “governatori” perché troppo debole.
Del resto, fare di Zaia in Veneto un disoccupato significa colpire l’immagine di un personaggio molto popolare, naturale concorrente dell’attuale capo del Carroccio, trasformarlo anzi in un suo nemico dichiarato.
E qui la logica è chiara. La presidente del Consiglio non vuole annientare la Lega: non ne ricaverebbe alcuna utilità, semmai una crisi di governo. Vuole invece cancellare i sogni di premiership coltivati da Salvini.
Qui c’è tutta la differenza con Tajani, esponente del dopo-Berlusconi in chiave collaborativa, uomo che non pensa minimamente a sfidare Meloni e semmai si preoccupa di rafforzare il legame con i Popolari tedeschi (attività che non dispiace alla leader dei Conservatori).
Forza Italia trova, sia pure a fatica, un suo spazio modesto ma garantito nel mosaico della coalizione. Salvini invece è disomogeneo, la sua speranza di ascendere un giorno a Palazzo Chigi è ormai un controsenso e al tempo stesso costituisce una spina nel fianco.
Se la Lega fosse affidata un domani a Fedriga o a Zaia, nell’ottica di Palazzo Chigi si avrebbe un partito leale, contento di presidiare alcune roccaforti nordiste e lungi dal nutrire ambizioni nazionali. Il tema della leadership nel destra-centro sarebbe chiuso forse per sempre.
Si ha quindi la conferma che Giorgia Meloni ragiona oggi come se fossimo già in un sistema non solo bipolare, ma quasi bipartitico.
È la “vocazione maggioritaria” riscoperta a destra dopo essere stata abbandonata a sinistra. Una vocazione non proclamata a chiare lettere, ma costruita sul campo un passo alla volta. Se dovesse mai riuscire il ridimensionamento di Salvini, sarebbe ancora più evidente il percorso verso il premierato forte con una protagonista indiscussa.
Il nuovo modello sarebbe conforme a una certa visione del governo di cui l’attuale presidente del Consiglio, bisogna riconoscerlo, non ha mai fatto mistero.
Tra le righe, Meloni suggerisce alla sinistra di percorrere la stessa strada e di attrezzarsi per la sfida bipolare. Non tanto adesso, quanto nel prossimo futuro: quando saranno in palio gli equilibri del Parlamento nazionale.