I corpi dei morti non se ne vanno, fanno la storia. Il corpo è sempre, del resto, un agente politico. Il corpo vivo convoca altri corpi alla relazione nell’unica dimensione di realtà superstite. C’è differenza, andiamo predicando temo invano noi ancora qui dal Novecento, fra una piazza, un teatro, un letto condiviso e uno zoom.
Mentre si moltiplicano, temo di nuovo invano, le cause contro i colossi proprietari di piattaforme che “generano dipendenza nei giovani”. Dipendenza, fragilità, frustrazione e senso di inadeguatezza rispetto all’eventualità di incontrare qualcuno di vivo, nei giorni, e di parlarci, toccarlo, discutere occhi negli occhi.
Per contro, proprio nel passaggio d’epoca in cui i corpi vivi perdono presenza sulla scena privata e pubblica, i corpi morti la riacquistano, la rafforzano, giganteggiano: sembrano essere rimasti l’unica diserzione possibile, opposizione potente.
Sono, i morti, atti d’accusa. Cartelli luminosi, frecce al neon che indicano con inesausta luce inte…
I corpi dei morti non se ne vanno, fanno la storia. Il corpo è sempre, del resto, un agente politico. Il corpo vivo convoca altri corpi alla relazione nell’unica dimensione di realtà superstite. C’è differenza, andiamo predicando temo invano noi ancora qui dal Novecento, fra una piazza, un teatro, un letto condiviso e uno zoom.
Mentre si moltiplicano, temo di nuovo invano, le cause contro i colossi proprietari di piattaforme che “generano dipendenza nei giovani”. Dipendenza, fragilità, frustrazione e senso di inadeguatezza rispetto all’eventualità di incontrare qualcuno di vivo, nei giorni, e di parlarci, toccarlo, discutere occhi negli occhi.
Per contro, proprio nel passaggio d’epoca in cui i corpi vivi perdono presenza sulla scena privata e pubblica, i corpi morti la riacquistano, la rafforzano, giganteggiano: sembrano essere rimasti l’unica diserzione possibile, opposizione potente.
Sono, i morti, atti d’accusa. Cartelli luminosi, frecce al neon che indicano con inesausta luce intermittente i grandi guasti del nostro tempo. Restano loro, gli uccisi, a mobilitare ancora in un sussulto di sdegno un’opinione pubblica sempre più anestetizzata, analfabeta, distratta.
A fare opposizione, verrebbe da dire. A fare dunque politica. Dissidenti, nuovi schiavi, invisibili, naufraghi lasciati morire a pochi metri dalla costa, donne assassinate, bambini bruciati, annegati.
Navalny, i morti sul lavoro, i detenuti suicidi, Giulia Cecchettin e le altre accoltellate avvelenate fatte a pezzi, le voci dei bambini nelle guerre, nelle barche prima che quelle voci non suonino più.
Di chi è la colpa, chi li ha uccisi: sarà mica anche la nostra inerzia, la distrazione, l’incapacità di ascoltare fino a che non c’è un cadavere a dire? Sui martiri, del resto, si sono costruite le cattedrali di ogni religione e non c’è niente di più persistente delle religioni.
E delle sette, certo, anche, che nel tempo debole proliferano e prosperano, ci ricordano le cronache: qualcosa in cui credere incondizionatamente in nome di una salvezza che non arriverà in questo mondo, dunque morire giova. Breve rassegna di rimandi fra cadaveri recenti.
Sono clandestini, stranieri, ci vengono a rubare il lavoro, sono barbari, sono minacce alla nostra superiore civiltà, però nessuno dice (qualche cantante, zittito, ogni tanto) che rendono più di quel che costano e che sfruttarli, i nuovi schiavi, conviene. Difatti.
Alcuni di quelli che riescono a sfuggire ai centri di detenzione detti ipocritamente di rimpatrio, alcuni di quelli che non si impiccano a vent’anni lasciando scritto “riportate il mio corpo a mia madre”, trovano lavoro, al nero ovviamente, nelle massime imprese nazionali. Una sessantina, quelli che concorrono alla costruzione del supermercato Esselunga di Firenze, città vanto e culla di italianità.
Sarà lunga l’indagine. Difficile ricostruire appalti e subappalti, scambi di accuse. Mentre scrivo non è stata smentita la notizia che almeno due tra gli operai morti nel crollo fossero irregolari senza permesso di soggiorno.
C’erano e non ci sono più Luigi Coclite, 60, Mohamed Toukabri, 54, tunisino, Mohamed El Farhane, 24 e Taoukfik Haidar, 45, marocchini, uno ancora disperso. Gli stranieri, dicono i testimoni, non li conosceva nessuno: erano arrivati da quindici giorni, non si sa da dove. Lavoravano tuttavia per ditte italiane che li avevano reclutati per pochi soldi e illegalmente.
I loro corpi sono lì a dirci guarda come sono utili, questi clandestini, quanto poco costano, quanto rendono e quanto rischiano pur di campare. C’è chi ci guadagna, con evidenza. È tutto a posto?
Su Aleksej Navalny, morto in Siberia in un carcere-gulag in cui era costretto a sedere dieci ore al giorno su una panca a fissare un ritratto di Putin, si indigna il mondo intero. Era rientrato in Russia di sua volontà dalla Germania, dopo l’avvelenamento. Sapeva esattamente che andava incontro alla morte, tornando.
Aveva detto: «Se decidono di uccidermi significa che siamo incredibilmente forti e dobbiamo usare questo potere. L’unica cosa necessaria al trionfo del male è che le persone buone non facciano nulla. Non siate inattivi». Cosa c’è di più potente che mettere la propria morte al servizio di una causa.
C’è un lungo e magnifico reportage di Die Zeit tradotto da Internazionale che racconta come cresca nell’India ultranazionalista del premier Narendra Modi il culto di Nathuram Godse, l’assassino di Gandhi. Tre colpi di pistola, era il 30 gennaio 1948, che, disse l’omicida, avrebbero «evitato la distruzione del mio popolo». Un delirio ideologico che fa oggi un crescente numero di adepti. (Intanto una ragazza di 17 anni in Sicilia partecipa all’omicidio della sua famiglia per purificare il mondo dai demoni, per “fare del bene”).
Gandhi predicava la Satyagraha, l’insistenza sulla propria verità e la volontà di farla valere anche a costo di essere picchiati, arrestati, uccisi. La sathya, la verità, diceva, «non fa altro che rafforzarsi a ogni attacco di un avversario che dal canto suo risulta indebolito dalla superiorità morale di chi ha di fronte». È difatti il peggior nemico di Putin, oggi, il corpo morto di Navalny.
Giulia Cecchettin, la dottoressa Cecchettin, ha portato in piazza decine di migliaia di persone e qualcosa da quel giorno è cambiato. Le ragazzine scrivono temi in cui denunciano violenza, le bambine chiamano al telefono il numero che hanno visto in tv in un servizio su di lei, c’è papà che strilla forte a mamma, venite. Sarebbe stato assai meglio avere qui Giulia viva. Il suo potere è mille volte più grande, oggi, però. La prodigiosa eredità della vittima.
È stato diffuso l’audio di Sultan Elmoki, 6 anni, che dal barcone naufragato a Cutro manda un vocale a suo padre in Germania: «Papà non preoccuparti, sto arrivando. Sto bene papà, siamo in Italia», ride. La costa è in vista.
La responsabilità orribile e immensa di chi non ha fatto approdare a terra quel bambino e i trentaquattro che erano con lui, avevano meno di 12 anni, trentaquattro bambini su novantaquattro morti. La pagina più nera di questo governo, la voce di Sulman ci chiama a non «essere inattivi».
Come la voce di Hind Rajab, 6 anni anche lei, che telefona a sua madre prima di essere carbonizzata, a Gaza City. Il corpo del neonato sulla spiaggia di Lesbo, le immagini dei bambini si incidono nella retina e tornano nel sonno.
I corpi delle vittime, i cadaveri che si fanno simboli, non ci lasciano. Scrivono la storia, fanno politica, ci convocano.