L’Ue e il conflitto in Ucraina: l’inizio di una difesa comune
di Michele ValensiseAlla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dove diciassette anni fa Vladimir Putin proferì con chiarezza le sue minacce e l’Occidente ne ignorò la pericolosità, Volodymyr Zelensky riannoda i fili della collaborazione europea. Intanto la guerra scatenata da Mosca contro l’Ucraina continua a mietere vittime tra distruzioni immani e la vita di Aleksej Navalny, l’eroe nemico di Putin e della sua guerra, viene spenta in carcere come una candela consumata dai suoi aguzzini.
Non c’è luce in fondo al tunnel, il Cremlino ripete senza pudore la cantilena grottesca della “denazificazione”, in realtà dell’annientamento, di un intero Paese. E punta su tempi lunghi per fiaccare la fibra degli ucraini e la solidarietà di quanti li aiutano a difendersi, non solo nell’interesse di Kiev.
Per un momento, si può mettere da parte la fatica autentica di chi resiste in trincea e quella fasulla di chi dal divano di casa confonde la pace possibile con una resa improponibile. Prescindiamo dal rischio che …
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dove diciassette anni fa Vladimir Putin proferì con chiarezza le sue minacce e l’Occidente ne ignorò la pericolosità, Volodymyr Zelensky riannoda i fili della collaborazione europea. Intanto la guerra scatenata da Mosca contro l’Ucraina continua a mietere vittime tra distruzioni immani e la vita di Aleksej Navalny, l’eroe nemico di Putin e della sua guerra, viene spenta in carcere come una candela consumata dai suoi aguzzini.
Non c’è luce in fondo al tunnel, il Cremlino ripete senza pudore la cantilena grottesca della “denazificazione”, in realtà dell’annientamento, di un intero Paese. E punta su tempi lunghi per fiaccare la fibra degli ucraini e la solidarietà di quanti li aiutano a difendersi, non solo nell’interesse di Kiev.
Per un momento, si può mettere da parte la fatica autentica di chi resiste in trincea e quella fasulla di chi dal divano di casa confonde la pace possibile con una resa improponibile. Prescindiamo dal rischio che l’America volti le spalle all’Ucraina o che l’eventuale vittoria di Donald Trump stravolga il quadro a favore di Putin.
E sorvoliamo sull’incoraggiamento di Trump alla Russia di fare “il diavolo che vuole” con i Paesi Nato ritenuti morosi, demolendo i cardini dell’Alleanza atlantica e l’articolo 5. Resta il fatto che per Zelensky sostegni e garanzie sono vitali e l’immobilismo non è un’opzione. Infatti, qualcosa si muove.
Prima di Monaco, Zelensky aveva firmato a Berlino, con Olaf Scholz, un accordo “per aiutare l’Ucraina a difendersi e a ristabilire la sua integrità territoriale nei confini riconosciuti”. Sono previste per dieci anni forniture militari, formazione, aiuti economici per ricostruzione e lotta alla corruzione.
Analoga intesa aveva sottoscritto a Parigi con Emmanuel Macron, come a Londra a gennaio: impegni bilaterali pesanti, che confermano la determinazione di tre Paesi consapevoli che l’adesione di Kiev alla Nato non è definita e lontana.
Scholz, parco di parole, definisce «storica» l’intesa bilaterale con l’Ucraina, non una compensazione per quel che oggi non può avvenire nel quadro atlantico, ma un segnale chiaro, specie se letto con i dati sul sostegno tedesco all’Ucraina.
Il rapporto dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel (Ifw) è cristallino. La Germania è il primo contributore europeo in valore assoluto (17,7 miliardi di euro), secondo dopo gli Stati Uniti, con un impegno dello 0,48% del suo Pil. In percentuale è notevole lo sforzo di Finlandia (0,64%), Polonia (0,51%) e Regno Unito (0,34%). Molto distanziate figurano Italia (0,04%), Francia (0,03%) e Spagna (0,03%).
Ci sarà pure riserbo sulle effettive forniture, ma il divario è enorme e non sfugge agli alleati: gli aiuti della sola Danimarca superano quelli di Italia, Francia e Spagna insieme. Non è sostenibile, se la difesa dell’Ucraina è una necessità condivisa. L’Italia valuterà certo capacità e vincoli.
Si colloca qui lo scambio tra Parigi e Berlino su una deterrenza nucleare europea, dall’idea francese poco gradita dal Cancelliere tedesco per il quale la deterrenza Usa basta e avanza. Sì, ma fino a quando?
La Germania è irriconoscibile rispetto a due anni fa sulle questioni di difesa, oggi affrontate da governo e opinione pubblica con più realismo e meno ideologia, e l’interesse a verificare l’offerta francese è trasversale (nella Cdu Wolfgang Schäuble prima di morire, il verde Joschka Fischer, il liberale Christian Lindner, fino alla Spitzenkandidatin socialista alle elezioni europee Katarina Barley).
Nel cambiamento epocale — indipendentemente dalle bordate di Trump, che allarmano più che altrove — Berlino potrebbe essere pronta a ragionare su una partecipazione operativa e finanziaria alla deterrenza francese (290 testate, a fronte delle 100 Usa in Europa).
Con un paradosso della storia, proprio dalla Francia, che settanta anni fa affondò la Comunità europea di difesa, oggi potrebbe svilupparsi così un embrione di difesa comune (e il Regno Unito?) dal capitolo nucleare, il più complesso e speriamo tutti il più teorico.
Intanto, il passo essenziale resta quello di un’integrazione di programmi e approvvigionamenti europei, per tutelarsi su una scena in cui gli Stati Uniti saranno comunque meno presenti e la Russia rischia di essere più minacciosa.
Sarebbe un passo più importante del Commissario Ue alla Difesa, prospettato da Ursula von der Leyen, soggetto ai limiti del metodo intergovernativo in mancanza di una politica di difesa comune.