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Il girotondo politico intorno a Navalny

Il punto di martedì 20 febbraio 2024
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Nel giorno in cui la vedova di Navalny lancia il suo appello affinché il popolo russo trovi il coraggio di ribellarsi, non si può che apprezzare la manifestazione del Campidoglio organizzata da Carlo Calenda, aperta a tutte le forze politiche. Almeno è un’iniziativa, un gesto concreto per esprimere indignazione. Se non ci fosse stata la fiaccolata, con tutti i suoi limiti, non avremmo avuto niente. Solo quei pochi che sono stati incredibilmente schedati dalla polizia per aver deposto qualche fiore in ricordo della vittima di Putin. Ed è successo in Italia, non a Mosca.

Poi, come è ovvio, si deve valutare il resto. Ad esempio il marchio partitico sulle fiaccole di Roma: come dire una porta spalancata sulle polemiche, condensate in altrettante battute per i telegiornali. In un certo senso, era inevitabile. Ma forse sarebbe stato meglio cogliere l’occasione di una riunione non certo oceanica per provare a elevare il profilo etico della nostra politica estera. Per dichiararsi con orgoglio cittadini occidentali, convinti dei valori liberali rappresentati in questa parte del mondo. Invece la tentazione a cui qualcuno ha ceduto è stata di dividere la piazza in tre settori: intransigenti nemici dell’autocrate; tiepidi anti-Putin in cerca di informazioni sulla morte del dissidente; amici di lunga data del dittatore desiderosi di rifarsi una verginità politica a buon mercato. Così il rappresentante della Lega, di cui è noto il patto di alleanza con il partito putiniano, è stato contestato e francamente sarebbe strano meravigliarsi.

L’impressione finale è di una certa, generale freddezza. L’Italia ha reagito alla morte di Navalny, con qualche manierismo di troppo e con algida prudenza. Ieri sera c’era Elly Schlein, ma non Conte e nemmeno Fratoianni. E forse non è un caso. A destra c’erano le seconde file. In definitiva, spiace dirlo, si coglieva più passione nello slancio con cui i centri sociali e gli estremismi di ogni colore si erano precipitati in strada dopo i primi bombardamenti israeliani su Gaza. Il pogrom del 7 ottobre era di fatto dimenticato, spesso nemmeno citato: l’odio delle piazze venate di antisemitismo era tutto per gli israeliani. La simpatia appena dissimulata per Hamas era evidente. E anche in quel caso, per nulla sorprendente.

In fondo si presentava l’opportunità, la seconda in un tempo ristretto, di manifestare contro l’Occidente. Prima c’erano stati gli ammiccamenti alla Russia contro l’Ucraina, con le forze politiche divise e il governo viceversa fermo nell’appoggio a Zelensky. Mentre la Lega filo-Putin e i 5S di Conte si ritrovavano perfettamente allineati alla linea anti-atlantica. Una frattura trasversale alle due coalizioni che aveva minato la credibilità dell’Italia nella cornice internazionale. Poi la guerra in Medio Oriente che ha riempito le piazze filo-palestinesi e ha devastato ancora una volta l’immagine di Israele nel mondo, nonostante la strage subita il 7 ottobre. Adesso la timidezza nel condannare gli orrori a cui è stato costretto Navalny fino alla morte.

Si avverte una singolare sintonia nel modo in cui la destra e i 5S hanno pescato le parole per tenersi distanti da Mosca. La frase chiave è: “vogliamo che sia fatta chiarezza”. In se stessa, un’espressione ineccepibile. Eppure non suona bene nel suo contesto. Si parla di un dissidente condannato per reati d’opinione e fatto morire in un carcere della Siberia. Fare chiarezza è una richiesta un po’ troppo asettica. In compenso assomiglia nel tono e nella sostanza alla dichiarazione di Trump, amico di Putin e possibile presidente degli Usa in novembre. Forse la destra italiana si sta già preparando alla svolta di Washington? Sarebbe una manifestazione di cinismo in anticipo sui tempi. E toglierebbe valore alla lunga campagna pro-Ucraina.

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