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Navalny, spirito e coraggio

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Aleksej aveva questa tempra. Era uno di quegli uomini di montagna che, senza esaltazione, con saggezza, si issano al di sopra di sé stessi e diventano vertiginosamente più alti di sé
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È tutto strano nella morte di Navalny. Le circostanze. La favoletta del malore durante la passeggiata quando si sa che nella colonia penale di Kharp non faceva passeggiate. Lo sguardo ridente e luminoso, anche se, a ben guardare, forse troppo azzurro, che alla vigilia della sua morte era ancora quello di un grande uomo vivo. Il corpo nascosto, ricomparso, svanito di nuovo e ancora invisibile nel momento in cui scrivo, tranne che per la madre.

E poi una ridda di ipotesi contraddittorie e mai del tutto convincenti: un avvelenamento, come nel 2020? Con effetto lento o fulminante? Un sicario sconosciuto infiltratosi in prigione? Un professionista del pugnale o dello strangolamento senza tracce? Perché allora le ecchimosi? E da dove è uscita la storia del “coagulo di sangue staccato” che, nella neolingua dei medici stipendiati dal Cremlino, sarebbe un’embolia?

E poi, chiaramente, ci sono le congetture folli e complottiste: non è davvero morto… o almeno non necessariamente… un Prigozhi…

È tutto strano nella morte di Navalny. Le circostanze. La favoletta del malore durante la passeggiata quando si sa che nella colonia penale di Kharp non faceva passeggiate. Lo sguardo ridente e luminoso, anche se, a ben guardare, forse troppo azzurro, che alla vigilia della sua morte era ancora quello di un grande uomo vivo. Il corpo nascosto, ricomparso, svanito di nuovo e ancora invisibile nel momento in cui scrivo, tranne che per la madre.

E poi una ridda di ipotesi contraddittorie e mai del tutto convincenti: un avvelenamento, come nel 2020? Con effetto lento o fulminante? Un sicario sconosciuto infiltratosi in prigione? Un professionista del pugnale o dello strangolamento senza tracce? Perché allora le ecchimosi? E da dove è uscita la storia del “coagulo di sangue staccato” che, nella neolingua dei medici stipendiati dal Cremlino, sarebbe un’embolia?

E poi, chiaramente, ci sono le congetture folli e complottiste: non è davvero morto… o almeno non necessariamente… un Prigozhin più puro, sepolto fra le nevi, le acque e le ceneri di quel Circolo polare artico diventato, nella nostra immaginazione, l’ultimo girone dell’inferno dantesco.

E poi la decisione di uccidere. Perché nessuno dubita che Putin abbia, se non fatto, almeno lasciato uccidere il più temibile dei suoi oppositori. Come del fatto che questa pubblica esecuzione sia un messaggio rivolto a coloro che, in Occidente quanto all’interno della Federazione russa, sono tentati di sfidare il suo potere, in fondo tanto vulnerabile.

Ma, se è così, perché? O per meglio dire: perché là e non altrove, perché oggi e non ieri? Perché in questo momento storico, dato che lo aveva in suo potere da tre anni? C’è un rapporto con l’Ucraina? Proprio il giorno in cui Zelensky fa un ritorno spettacolare sulla scena diplomatica europea?

O forse si tratta di una postilla insanguinata alle folli dichiarazioni di Mosca che agita, per la prima volta, lo spettro terrificante di una guerra stellare? Io, Vladimir Putin, parlo, anzi no, non parlo ma uccido e semino il terrore nel mondo. E la morte, quindi, di una delle grandi figure dell’opposizione sarebbe l’annuncio di un fuoco, di un temporale, di un turbine, di una tempesta.

A meno che le cose non siano ancora più semplici: l’avvicinarsi delle elezioni, alle quali — come tutti i tecnici del colpo di Stato alla Curzio Malaparte — l’ex agente del Kgb tiene paradossalmente più che a qualunque altra cosa, e l’operazione “Mezzogiorno contro Putin” per lui insopportabile, che Navalny aveva immaginato assieme a pochi altri e che invita gli elettori a recarsi alle urne in massa a mezzogiorno del 17 marzo, creando lunghe code, e a votare per un asino, un cavallo, un prestanome, chiunque tranne che lui.

Ma l’enigma più grande resta Navalny stesso. Lasciamo da parte il lato oscuro del personaggio, le ambiguità precedenti alla guerra contro l’Ucraina.

Dall’annuncio della sua morte, continuo a leggere e rileggere tutto ciò che viene pubblicato sugli ultimi momenti, gli ultimi giorni, della sua breve vita. Immagino la cella, l’isolamento, un nudo tavolato per terra. Le notti senza fine. Il ronzio che si sente nelle orecchie, dicono, dopo una settimana di isolamento. L’oscurità come un sudario. Il freddo come una bara. Il sapore del veleno nella zuppa cattiva, nella purea di patate, nell’uovo sodo comprato per 19 rubli e sbriciolato nel riso stracotto.

Il discorso di Putin trasmesso ad alto volume a ripetizione, come una tortura, notte e giorno, fra le quattro mura della cella di rigore. Chiudere gli occhi durante la perquisizione. Riaprirli sul volto inespressivo di quell’altro prigioniero a vita che è la guardia.

E poi, ancora più misteriosa, la domanda che ci siamo posti dopo il suo rientro volontario a Mosca, tre anni fa, quando si era appena ripreso dal primo avvelenamento con l’agente neurotossico Novichok: perché? Come? Che cosa può avere in testa uno che, invece di rimettersi in forma a Berlino e guidare l’opposizione da New York o da Parigi, si getta nelle fauci del lupo rientrando in Russia come un condannato diretto al patibolo?

Si trovano casi simili in Dostoevskij. C’è l’ingegnere Kirillov con il suo suicidio, prova di libertà suprema, che tanto ha colpito Gide e Kojève. Ci sono quei personaggi, metà santi e metà demoni, che, come Cristo quando gli dissero “se sei figlio di Dio salva te stesso”, rispondono: “se mi salvassi ti perderei; è per salvare te che sacrifico la mia vita”.

Ci sono i personaggi di Plutarco. Ci sono Du Guesclin, gli spartani di Leonida, Jean Moulin. Ci sono i Plyushch, gli Sharansky, i Danylo Shumuk, miracolati del gulag che, negli anni ’80 del secolo scorso, mi hanno tutti detto che niente, nemmeno la morte, è peggio di andare al martirio senza aver potuto testimoniare.

Ci sono gli eroi ucraini di oggi, anche loro mi hanno detto che morire non è niente, è come un tiro di sigaretta, una macchia di sangue un po’ più scuro che si allarga, il cielo color del fumo basso — e poi si diventa un tempio, un ricordo imperituro, una figura più viva da morta che da viva.

Navalny aveva questa tempra. Era uno di quegli uomini di montagna che, senza esaltazione, con saggezza, si issano al di sopra di sé stessi e diventano vertiginosamente più alti di sé. L’Acropoli, diceva André Malraux, il nostro Plutarco, è l’unico luogo al mondo in cui convivono allo stesso tempo spirito e coraggio. Non più. Da oggi c’è anche Kharp.

(Traduzione di Alessandra Neve)

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