Alle prese con l’aggressione russa contro l’Ucraina e una guerra nel cuore del Vecchio Continente che dura da due anni, con la ripresa di un conflitto che sta destabilizzando Mediterraneo e Medio Oriente, con rischi di varia natura per la loro sicurezza, e traumatizzati dalle dichiarazioni di Trump che ha minacciato di abbandonare gli alleati europei della Nato al loro destino, gli europei stanno riscoprendo che devono fare di più per la loro difesa. Non è un tema nuovo e non è la prima volta che nel dibattito torna la difesa europea. Ma ora la questione è più urgente.
E questo spiega le dichiarazioni di rappresentanti di governi, esponenti politici e vertici delle istituzioni Ue, tutti apparentemente concordi sulla necessità che l’Europa faccia di più e meglio per la propria difesa. Ma in realtà si tratta di un obiettivo più facile da annunciare che da realizzare.
Dopo il fallimento del tentativo di creare una Comunità europea di Difesa nel 1954, l’idea di una difesa comune era …
Alle prese con l’aggressione russa contro l’Ucraina e una guerra nel cuore del Vecchio Continente che dura da due anni, con la ripresa di un conflitto che sta destabilizzando Mediterraneo e Medio Oriente, con rischi di varia natura per la loro sicurezza, e traumatizzati dalle dichiarazioni di Trump che ha minacciato di abbandonare gli alleati europei della Nato al loro destino, gli europei stanno riscoprendo che devono fare di più per la loro difesa. Non è un tema nuovo e non è la prima volta che nel dibattito torna la difesa europea. Ma ora la questione è più urgente.
E questo spiega le dichiarazioni di rappresentanti di governi, esponenti politici e vertici delle istituzioni Ue, tutti apparentemente concordi sulla necessità che l’Europa faccia di più e meglio per la propria difesa. Ma in realtà si tratta di un obiettivo più facile da annunciare che da realizzare.
Dopo il fallimento del tentativo di creare una Comunità europea di Difesa nel 1954, l’idea di una difesa comune era uscita dall’agenda. Per rientrarvi negli anni 2000, con un accordo sull’obiettivo, meno ambizioso, di dotare la Ue di un embrione di capacità militari comuni da utilizzare per interventi in situazioni di crisi fuori dai confini. Uno strumento al servizio della politica estera comune, ma niente a che vedere con l’idea di una difesa del proprio territorio.
Da allora il cantiere della difesa europea è avanzato con alti e bassi. In una prima fase la Ue ha partecipato a missioni di peace-keeping o peace-enforcing (da sola o con Nato e Onu). Si è concentrata sul consolidamento di capacità militari comuni. E sul sostegno allo sviluppo di una base industriale comune per la difesa, con un nuovo Fondo europeo per la Difesa, che utilizza risorse del bilancio Ue (circa 8 miliardi di euro nel 2021-2027) per supportare progetti multinazionali comuni nel settore dell’industria della difesa.
Ma l’obiettivo di realizzare una difesa comune resta ancora incompiuto per vari motivi. Per la natura del processo di integrazione europea, un disegno di natura economica che non aveva come vocazione l’obiettivo di trasformare la Ue in una alleanza militare.
E in parte per criticità dovute alla diversa collocazione dei Paesi membri rispetto alla Nato, e al diverso livello di impegno (anche in termini di bilancio) nella difesa. Sembrano superati i timori di competizione con la Nato, perché è ormai condivisa la convinzione che la Nato sia la principale garanzia per la sicurezza dell’Europa.
Oggi però la questione della difesa si ripropone con una nuova urgenza. Sia per le lezioni della guerra in Ucraina che, più in generale, per la necessità di disporre di strumenti efficaci per far fronte alle minacce tradizionali, non convenzionali e ibride.
Ma anche perché le garanzie americane, che avevano consentito all’Europa di crescere in un contesto di stabilità e sicurezza, non sono destinate a durare in eterno.
Il disimpegno Usa nei confronti della sicurezza dell’Europa potrebbe assumere una accelerazione nel caso di vittoria di Trump. Ma è una tendenza a cui gli europei si dovranno adattare anche con Biden.
Ben vengano quindi gli annunci di rinnovati impegni sul tema della difesa, ma con alcune note di cautela. In primo luogo, il processo di una maggiore autonomia dell’Europa nella difesa sarà lungo e incerto. Non tutti i Paesi sono pronti o hanno i mezzi per fare di più, anche perché migliorare le proprie capacità di difesa richiederà rilevanti risorse finanziarie.
È possibile e auspicabile che la Ue mobiliti risorse addizionali comuni. E lo vedremo già il 27 febbraio quando la Commissione svelerà i propri piani. Ma meglio non farsi illusioni, il bilancio Ue non potrà fare miracoli. Le risorse per la difesa nel breve termine saranno quindi soprattutto nazionali. Con la prospettiva che alcuni Paesi possano spendere più di altri, accentuando gli squilibri.
Infine, sarà utile sgombrare il campo da inutili equivoci sull’uso improprio di espressioni come esercito comune o forze armate comuni europee. Meglio pensare più realisticamente al rafforzamento di capacità nazionali da mettere al servizio di missioni definite in comune.
E nel breve-medio termine meglio impegnarsi sul rafforzamento del pilastro europeo della Nato. Incrementare sinergie fra forze armate nazionali. Razionalizzare le produzioni nazionali di armi per evitare sprechi e duplicazioni. Meglio rafforzare una base industriale comune ancora debole, stimolando le imprese del settore a collaborare fra loro.
Insomma, un programma ambizioso e necessario, ma dagli esiti tutt’altro che certi, che richiederà volontà politica e risorse finanziarie, oggi merce rara.