A volte sono i luoghi più remoti a diventare emblema di tragedie immense. È stato così per Gaziantep, per Raqqa, per Srebrenica, è stato così per molte altre aree del mondo che hanno improvvisamente dominato i titoli dei giornali, diventando oggetto di acceso dibattito, di generale preoccupazione, icona di un pezzo stesso di Storia, richiamato alla memoria da un toponimo che non avremmo immaginato di sentir nominare in una vita intera. Rafah, appena 64 chilometri quadrati in una striscia di terra, quella di Gaza, già di per sè minuscola e sovrappopolata, oggi ospita un milione e quattrocentomila persone. Dalle immagini satellitari è difficile vedere lo spazio di terra che separa una baracca dall’altra, strutture temporanee in mezzo alle poche preesistenti. Per chi vi ha trovato rifugio e deve farsi strada in cerca di provviste e servizi igienici altrettanto improvvisati, pare sia soprattutto difficile distinguere il fango dalle acque reflue. All’inizio la gente si era ripromessa di no…
A volte sono i luoghi più remoti a diventare emblema di tragedie immense. È stato così per Gaziantep, per Raqqa, per Srebrenica, è stato così per molte altre aree del mondo che hanno improvvisamente dominato i titoli dei giornali, diventando oggetto di acceso dibattito, di generale preoccupazione, icona di un pezzo stesso di Storia, richiamato alla memoria da un toponimo che non avremmo immaginato di sentir nominare in una vita intera. Rafah, appena 64 chilometri quadrati in una striscia di terra, quella di Gaza, già di per sè minuscola e sovrappopolata, oggi ospita un milione e quattrocentomila persone. Dalle immagini satellitari è difficile vedere lo spazio di terra che separa una baracca dall’altra, strutture temporanee in mezzo alle poche preesistenti. Per chi vi ha trovato rifugio e deve farsi strada in cerca di provviste e servizi igienici altrettanto improvvisati, pare sia soprattutto difficile distinguere il fango dalle acque reflue. All’inizio la gente si era ripromessa di non scappare. Uscire da Gaza significa cedere alla pulizia etnica, vuol dire non tornare mai più, significa chinare la testa al progetto della “Grande Israele”, cui Netanyahu ha aspirato da sempre e senza remore. Ma anche per i più temerari, messi di fronte ai rischi cui sono esposti i bambini, i familiari malati, gli anziani, la sfida diventa insostenibile. Il valico per accedere al Sinai è meno impenetrabile che in precedenza, ma il costo del transito, in continuo aumento, è soggetto all’arbitrio di trafficanti e varia dai sette ai quindici mila dollari a persona; e c’è chi, pur avendo pagato, non è riuscito a passare. Per ora gli sfollati sono accalcati nelle strutture dell’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees), ma l’agenzia istituita per aiutarli non è più in grado di farlo: più di 150 componenti del personale sono stati uccisi durante gli attacchi israeliani, gli aiuti sono stati bloccati da Israele e i governi occidentali hanno ritirato i finanziamenti da quando Israele ha accusato dodici membri dell’agenzia di aver partecipato all’attacco del 7 ottobre. A questo proposito, ancora una volta nessuna indagine internazionale, le inchieste giornalistiche sostituiscono quelle dei tribunali, le punizioni sono collettive invece che individuali. Israele propone di chiudere l’UNRWA.
Sono d’accordo, vi spiego perché. Istituita nel 1949 come agenzia di soccorso per oltre cinque milioni di rifugiati palestinesi dislocati in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza sarebbe dovuta essere temporanea. Invece non è solamente divenuta un’istituzione di fatto permanente, ma si è trasformata, come Hamas negli anni ottanta, in una specie di istituzione sociale, con tutta una serie di meccanismi e servizi a protezione di una popolazione alla sbando, che non ha potuto che progressivamente affidarsi per sopravvivere ad ausili caritatevoli. Si pensi che l’UNRWA è oggi la più grande agenzia delle Nazioni Unite e impiega oltre 30.000 dipendenti, il 99% dei quali palestinese, tutti reclutati localmente. Si tratta, nonostante tutto, di una risposta inadeguata. I rifugiati internazionali, tutti i rifugiati internazionali con la sola eccezione dei palestinesi, godono della protezione dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), in accordo con la Convenzione Onu del 1951. Uno degli obiettivi fondamentali della Convenzione è che al rifugiato debba essere garantito il diritto ad una soluzione durevole, in una delle tre seguenti modalità: integrazione nel Paese d’accoglienza, ritorno volontario nel Paese d’origine, o reinsediamento in un Paese terzo, qualora fosse impossibilitato a tornare nel proprio o a rimanere in quello d’accoglienza. I palestinesi, esclusi dalla Convenzione del 1951, non hanno diritto alla garanzia di una soluzione durevole e conseguentemente l’uscita dai territori della Palestina occupata li espone alle più gravi incognite. Queste sono le premesse essenziali per comprendere cosa significhi per un palestinese superare il valico di Rafah e lasciare Gaza. Se però l’UNRWA venisse chiusa, i palestinesi ricadrebbero automaticamente sotto la Convenzione del 1951 e acquisirebbero un diritto basilare di cui tutti gli altri rifugiati internazionali godono: il diritto di scappare, se in pericolo di vita, potendo contare su una cittadinanza alternativa e/o il diritto al ritorno. D’altra parte, se il proposito è quello di screditare l’Onu e le sue agenzie, con la sola intenzione di sottrarre diritti ai molti per colpire i pochi o, peggio, fingere di voler colpire i pochi avendo in realtà piena consapevolezza e intenzione di colpire i molti, allora l’allarme di tutti noi dovrebbe essere alto. Non sembra. Netanyahu precisa che l’attacco via terra è solo ritardato, gli Stati Uniti hanno bloccato la risoluzione Onu per la terza volta e questo perché prevale il desiderio di imporre condizioni che sono unilaterali alla volontà di interrompere subito il massacro umanitario che si sta consumando sotto gli occhi di tutti noi.