La mia Russia non c’è più
di Mikhail ShishkinUna candela dava un po’ di luce nella tenebra di Putin. L’hanno spenta.
Secondo la versione ufficiale è “morto”. Tra “morto” e “assassinato” c’è un intero paese di differenza. Il mio paese non c’è più. La Russia che annienta i propri figli migliori in questo modo non può essere un paese di esseri umani. In una terra di esseri umani non c’è posto per questo regime di banditi. Questo Stato che pretende di chiamarsi Federazione Russa e che porta morte e male al mondo intero e alla propria popolazione semplicemente non dovrebbe esistere.
Navalny non poteva non essere assassinato. La dittatura implica il silenzio del popolo e il tripudio generale a ogni parola del leader. Il regime ha visto una minaccia per sé stesso nell’uomo che ha cercato di zittire condannandolo a oltre 20 anni di galera. Hanno cercato di avvelenarlo, senza riuscirci. Ora, il colpo di grazia.
Ufficialmente in Russia non c’è la pena di morte. C’è, eccola, e questo è solo l’inizio. A quel potere criminale è indifferente …
Una candela dava un po’ di luce nella tenebra di Putin. L’hanno spenta.
Secondo la versione ufficiale è “morto”. Tra “morto” e “assassinato” c’è un intero paese di differenza. Il mio paese non c’è più. La Russia che annienta i propri figli migliori in questo modo non può essere un paese di esseri umani. In una terra di esseri umani non c’è posto per questo regime di banditi. Questo Stato che pretende di chiamarsi Federazione Russa e che porta morte e male al mondo intero e alla propria popolazione semplicemente non dovrebbe esistere.
Navalny non poteva non essere assassinato. La dittatura implica il silenzio del popolo e il tripudio generale a ogni parola del leader. Il regime ha visto una minaccia per sé stesso nell’uomo che ha cercato di zittire condannandolo a oltre 20 anni di galera. Hanno cercato di avvelenarlo, senza riuscirci. Ora, il colpo di grazia.
Ufficialmente in Russia non c’è la pena di morte. C’è, eccola, e questo è solo l’inizio. A quel potere criminale è indifferente chi uccidere: gli ucraini, i propri giovani mobilitati come “carne da cannone”, i prigionieri politici. La “Ruota rossa” di cui scriveva Solženicyn è andata avanti.
Ora, dopo due anni di sanguinoso eccidio in Ucraina e un’opposizione completamente annientata in Russia, è difficile immaginare che solo pochi anni fa Navalny avrebbe potuto partecipare alla corsa per la presidenza e tenere comizi elettorali in tutto il Paese. Che presidente sarebbe stato? Non lo so. Magari eccelso, magari pessimo. C’è un solo modo per verificarlo: elezioni libere che avesse vinto. Ma per elezioni libere occorrono cittadini liberi. La democrazia ha inizio quando una persona si sente cittadino. La democrazia ha inizio con la dignità umana. La maggioranza della popolazione russa chi sente di essere?
Non dimenticherò mai quando, al termine di un comizio elettorale in una città russa di provincia, dopo il discorso di Navalny, uno gli si è avvicinato per dirgli: “Aleksej, mi piace quello che dice e come lo dice, lei mi piace. Ma prima diventi presidente, poi la voterò”.
Tutti si chiedono perché sia tornato in Russia, sapendo con certezza che sarebbe stato arrestato. Sì, lo sapeva. Era un combattente. Era un guerriero. Sapeva che bisogna andare fino in fondo. Ma non si trattava di un sacrificio per il gusto del sacrificio, non stava andando a immolarsi, stava andando a vincere. Credeva che avrebbe vinto e con questa fede contagiava tutti quanti, vicini e lontani. In Russia, a rovesciare il regime sono sempre stati quelli che il regime aveva messo in prigione. Così è stato anche nella rivoluzione del 1917, così è stato anche alla fine del potere sovietico. Il regime sovietico, che sembrava indistruttibile, è crollato sotto i libri di Solženicyn, un ex detenuto. L’esperienza carceraria è sempre un vantaggio per un politico russo: chi è stato in prigione è sempre più vicino alla “massa degli elettori” della patria, la cui intera vita è impregnata di “cultura” carceraria.
Il calcolo politico di Navalny si è rivelato errato. Penso che sarebbe stato un buon presidente per il paese, ma dove trovare la Russia in cui sarebbe potuto diventare presidente? Non esiste una Russia del genere.
Aleksej non conosceva veramente il paese a cui ha dedicato la sua vita. È cresciuto ed è diventato un politico dopo il collasso dell’Urss, in quel breve periodo storico in cui in Russia è arrivata la libertà, è iniziata la vita pubblica e politica, sono nati i partiti e una stampa libera. Per lui era questo il suo paese, un paese dove tutto è possibile. Era un politico di stampo occidentale con la consapevolezza che occorre lottare per ottenere voti, esporsi pubblicamente, apertamente, essere responsabili delle proprie parole.
La politica in Russia non funziona affatto così: per il potere si lotta non nelle elezioni, che possono comunque essere manipolate, per il potere si deve andare dove c’è il vero potere. Da tempo è nota la giusta definizione della lotta politica russa come una zuffa di bulldog sotto il tappeto. Navalny non poteva e non voleva essere uno di questi bulldog. Credeva che il popolo russo lo avrebbe seguito. Era una convinzione molto ingenua.
La vita politica attiva e libera in cui Aleksej si è tuffato negli anni ’90 era solo un’increspatura sulla superficie dell’oceano russo o della gigantesca palude russa, a seconda della metafora che piace di più.
Giudicava le persone a partire da se stesso. Pensava che se per lui i valori più importanti della vita erano i diritti umani, la libertà e la dignità, lo erano anche per gli altri. Credeva che le persone potessero essere persuase, ispirate, guidate. E lo hanno seguito in migliaia, decine di migliaia, soprattutto ragazzi e ragazze, giovani e belli. Ma il Paese andava nella direzione opposta.
Il sogno del regime è la rinascita dell’Urss. Il paese è governato da coloro che hanno costruito la propria carriera e la propria vita nel Kgb sovietico. Il loro sogno — la rinascita del paese della loro giovinezza — sta materializzandosi sotto i nostri occhi. In questo paese, la popolazione posa obbediente la testa sul patibolo, sospirando che lo zar la sa più lunga. In questo paese non c’è posto né per Navalny né per i giovani che vogliono costruire la loro vita non dentro un gulag, ma nella libertà.
Se Aleksej avesse saputo cosa sarebbe successo dopo il suo arresto, che l’opposizione avrebbe perso completamente, che il regime avrebbe iniziato una guerra infame contro l’Ucraina e che la maggioranza della popolazione avrebbe appoggiato questa infamia, avrebbe rifatto lo stesso passo e sarebbe tornato in Russia per andare in prigione e lasciarsi assassinare? Non lo so. Ma credo di sì. Perché ci sono sempre state, ci sono e ci saranno sempre persone per le quali esistono cose più importanti della vita.
Lui ha aiutato tutti noi. Con la sua volontà di non arrendersi e di andare fino in fondo, con la sua esistenza, ha dato a tutti noi una speranza. Ora noi siamo la sua speranza.
Traduzione dal russo di Emanuela Bonacorsi
Russki Mir: Guerra o pace?
21lettere, pagg. 368, euro 19