L’intera storia della sinistra nel dopoguerra è segnata da un dato di fatto: l’Italia ha un’anima moderata, o se si preferisce conservatrice. Non di estrema destra, ma moderato-conservatrice. Le ragioni sono diverse: la storia post-unitaria, la “guerra fredda”, il partito comunista più grande dell’Occidente e la paura che incuteva, il Vaticano… Si potrebbe continuare. Il punto è che il “grande centro” della Dc ha dominato la scena fino a Tangentopoli, mentre il “fattore K” descritto da Alberto Ronchey contribuiva a rendere non praticabile l’alternativa. Altrimenti non si spiegano gli anni di Berlusconi, l’uomo che seppe parlare ai “moderati” il linguaggio che essi volevano sentire.
In seguito molte cose sono cambiate, tranne la sensazione che l’anima degli italiani continua a diffidare della sinistra, almeno in via tendenziale. I governi di un figlio della sinistra cattolica bolognese come Romano Prodi, seguace di Dossetti, furono il risultato di una faticosa scalata e si dimostraron…
L’intera storia della sinistra nel dopoguerra è segnata da un dato di fatto: l’Italia ha un’anima moderata, o se si preferisce conservatrice. Non di estrema destra, ma moderato-conservatrice. Le ragioni sono diverse: la storia post-unitaria, la “guerra fredda”, il partito comunista più grande dell’Occidente e la paura che incuteva, il Vaticano… Si potrebbe continuare. Il punto è che il “grande centro” della Dc ha dominato la scena fino a Tangentopoli, mentre il “fattore K” descritto da Alberto Ronchey contribuiva a rendere non praticabile l’alternativa. Altrimenti non si spiegano gli anni di Berlusconi, l’uomo che seppe parlare ai “moderati” il linguaggio che essi volevano sentire.
In seguito molte cose sono cambiate, tranne la sensazione che l’anima degli italiani continua a diffidare della sinistra, almeno in via tendenziale. I governi di un figlio della sinistra cattolica bolognese come Romano Prodi, seguace di Dossetti, furono il risultato di una faticosa scalata e si dimostrarono ben presto fragili. A maggior ragione, l’esecutivo guidato da Massimo D’Alema si preoccupò sempre di non irritare i sentimenti conservatori dell’elettorato. Ne fece quasi la priorità di quella stagione. Anche l’intervento militare in Kosovo nell’ambito della Nato servì allo scopo in chiave di politica interna. E gli eventi successivi non hanno mai realmente contraddetto tale verità di fondo. La stessa cavalcata trionfale dei Cinque Stelle “grillini”, interpreti di un populismo classico e spregiudicato, ha avuto ben poco di sinistra, soprattutto di quella sinistra riformatrice e rigorosa di cui si avverte la mancanza.
La novità dei tempi recenti è che sta venendo meno la consapevolezza che l’Italia è moderata, formidabile ostacolo per le ambizioni del centrosinistra. Dopo il voto in Sardegna predomina l’ottimismo sull’asse Schlein-Conte. È stato riproposto lo slogan d’esordio della segretaria del Pd (“non ci hanno visto arrivare”); e si insiste: “mettiamoci insieme, vinciamo e poi troveremo le soluzioni”. La conclusione implicita è che Giorgia Meloni è stata solo un incidente della storia, un’anomalia ormai quasi rimossa. In realtà le cose non stanno così. La Sardegna, è vero, ha messo in grave imbarazzo la destra, tanto che una seconda sconfitta in Abruzzo fra pochi giorni potrebbe avere conseguenze sugli assetti della maggioranza e in particolare sull’immagine già scalfita della presidente del Consiglio.
Tuttavia nulla autorizza a pensare che il destino abbia cambiato cavallo in via definitiva. Il cammino del centrosinistra per vincere le elezioni politiche è appena agli inizi. E dormire sugli allori rischia di preparare un brusco risveglio. Quel che colpisce non è tanto l’assenza di un programma comune fra Pd e 5S, quanto la tendenza a sottovalutare temi che dovrebbero costituire l’architrave dell’alleanza. La politica estera su tutti. Non basta dire che “gli amici di Putin sono altrove”, con palese e giustificata allusione a Salvini: il punto è che Conte non è da meno, aspetto inquietante in una fase di crescente tensione internazionale. Ma poi, di quale intesa si parla fra i due partiti? Finora Conte si considera “partner” di Elly Schlein solo quando può esercitare una sorta di leadership, a cominciare dalle candidature. Un passo dopo l’altro egli si sforza di spingere in secondo piano la leader del Pd, spesso riuscendovi. Si dirà che questa tattica può avere successo nel perimetro del centrosinistra, ma è improbabile nel confronto elettorale. Finora i 5S sono due passi dietro al Pd, segno che gli italiani sono più che guardinghi. Ma arriverà il momento in cui la Schlein dovrà impegnarsi per indicare chi comanda. Vincere le amministrative e perdere le politiche in un paese moderato è nel novero delle cose plausibili.