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Benzina sul fuoco

La presidente del Consiglio crea un mondo al contrario, perché gli italiani stimano le forze dell’ordine
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Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti”. Chissà se qualcuno a Palazzo Chigi ricorda queste frasi scritte da Francesco Cossiga nel 2008. L’ex presidente, e soprattutto ex ministro dell’Interno degli Anni di Piombo, inoltrò una lettera aperta all’allora capo della polizia dopo le tensioni per gli scontri tra agenti e studenti: disse che era stato “un grave errore strategico reagire con cariche d’alleggerimento, usando gli sfollagente e ferendo qualche manifestante”. Sembra la fotocopia di quello che è accaduto a Pisa la scorsa settimana, quando un corteo spontaneo di ragazzini è stato preso a manganellate, con una violenza così gratuita da provocare anche l’intervento dell’odierno capo dello Stato Sergio Mattarella.

Attenzione però. Quelle parole servivano a Cossiga, in una fase visionaria e luciferina della sua vita, per introdurre una lezione di sp…

Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti”. Chissà se qualcuno a Palazzo Chigi ricorda queste frasi scritte da Francesco Cossiga nel 2008. L’ex presidente, e soprattutto ex ministro dell’Interno degli Anni di Piombo, inoltrò una lettera aperta all’allora capo della polizia dopo le tensioni per gli scontri tra agenti e studenti: disse che era stato “un grave errore strategico reagire con cariche d’alleggerimento, usando gli sfollagente e ferendo qualche manifestante”. Sembra la fotocopia di quello che è accaduto a Pisa la scorsa settimana, quando un corteo spontaneo di ragazzini è stato preso a manganellate, con una violenza così gratuita da provocare anche l’intervento dell’odierno capo dello Stato Sergio Mattarella.

Attenzione però. Quelle parole servivano a Cossiga, in una fase visionaria e luciferina della sua vita, per introdurre una lezione di spietata realpolitik: “L’ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita”. Ed ecco il suo consiglio: per costruire il consenso bisogna far crescere nella gente “la paura dei manifestanti e con la paura l’odio verso di essi e i loro mandanti o chi da qualche loft o da qualche redazione li sorregge”.

La lezione di Cossiga è magistrale e mette a nudo il disegno di Giorgia Meloni e dei suoi ministri: non solo negare qualsiasi eccesso nell’uso della forza, ma trasformare la difesa in attacco e inventare un complotto per delegittimare la polizia. L’obiettivo è fin troppo chiaro: impugnare ancora una volta la bandiera securitaria come elemento identitario di una maggioranza altrimenti divisa su tutto. La coalizione ha issato un muro di scudi per nascondere la disfatta sarda e la paralisi dell’azione di governo, tornando a ribadire il mantra di “legge e ordine” come panacea per i mali del centrodestra al potere. Quanto il copione ricalchi quello tratteggiato dall’ex presidente Picconatore lo si intuisce persino nel lessico: lui sosteneva la necessità di spingere all’odio contro “i loft”; oggi Antonio Tajani lo fa nei confronti dei “radical chic”, offrendo così un bersaglio di facile presa al populismo più spiccio. Ma perché sia possibile la costruzione del consenso attraverso la violenza di piazza è necessario un elemento fondamentale: avere un nemico.

Si tratta di un altro canone dell’agire politico di Giorgia Meloni, anche in questo caso in costante competizione con Matteo Salvini: devono sempre invocare un nemico. Il loro problema è che i liceali pisani indebitamente bastonati non fanno paura. Così come non la fanno i pensionati dell’Anpi o i ragazzini dei centri sociali caricati a Milano in un altro raduno non autorizzato. E neppure le donne con la teste insanguinate per le manganellate davanti alle sedi Rai suscitano odio. Non sono i black bloc in tenuta da battaglia, né l’avanguardia estremista del movimento No Tav: non possono essere loro l’avversario di cui il governo ha urgenza in questo momento di difficoltà.

Ed ecco che la radicalizzazione del confronto con la protesta rischia di diventare veramente pericolosa. Nel 2008 Cossiga, da vecchio maestro delle trame, suggeriva di provocare la violenza dei cortei usando gli infiltrati, sottolineando persino di avere sfruttato questa tecnica negli anni Settanta. Oggi potrebbe non essere necessario perché le tensioni che si stanno accumulando nel Paese sono talmente forti da rappresentare una miscela esplosiva. La mobilitazione per la guerra di Gaza continua ad allargarsi, con un sostegno spontaneo che diventa però terreno di facile strumentalizzazione per chi vuole trasformare il dissenso pacifico in scontro. Ci sono inoltre gli effetti sociali di tante crisi che serpeggiano nella Penisola, dalle persone rimaste senza lavoro per la chiusura di aziende a quelle che non ricevono aiuti per i disastri climatici: rivoli tumultuosi dell’impoverimento crescente degli italiani a cui questo governo non riesce a dare risposte e che si fa ogni giorno più drammatico.

«Penso che sia molto pericoloso — ha dichiarato la premier — togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra: è un gioco che può diventare molto pericoloso». Il gioco veramente pericoloso è quello dell’esecutivo, che oggi cerca nella piazza il nemico di cui ha disperatamente bisogno.

La presidente del Consiglio crea — questo sì — un mondo al contrario, perché gli italiani stimano le forze dell’ordine, come viene testimoniato da qualsiasi sondaggio. E anche chi come questo giornale dal G8 di Genova chiede riforme per rendere più selettivo l’uso della violenza, spesso necessaria, nella gestione dell’ordine pubblico e ha criticato i fatti di Pisa, non ha mai mancato di sottolineare l’apprezzamento verso polizia, carabinieri, finanzieri. Vale la pena di ricordare come invece il viceministro di FdI Galeazzo Bignami un mese fa a Forlì abbia contestato i dirigenti della polizia che non avevano allontanato una manifestazione degli alluvionati romagnoli durante l’incontro tra Meloni e von der Leyen. Chi è che scredita gli uomini in divisa?

Nel 2011, in una fase di durissima crisi economica e di proteste incandescenti, un altro presidente della Repubblica ed ex ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano aveva lanciato un monito di grande attualità: «Le tensioni vanno affrontate con forte attitudine all’ascolto e alla mediazione. Il governo operi serenamente, le forze politiche non ricadano in meschini e convulsi calcoli di convenienze». E aveva ricordato cosa prevede la legge: “La polizia esercita le proprie funzioni al servizio delle istituzioni democratiche e dei cittadini sollecitandone la collaborazione. Essa tutela l’esercizio delle libertà e dei diritti dei cittadini”. Ascolto, mediazione, collaborazione: quello di cui oggi ha bisogno il Paese, non repressione e manganelli.

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