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Noi e gli smartphone: perché insegnare le tecnologie a scuola

(ansa)

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Non serve chiudere il cellulare nel cassetto: il tempo non smetterà di scorrere come per incanto. E la concentrazione degli adolescenti non tornerà come quella dei nonni
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«Per più di un secolo — ha scritto Cary Bazalgette — la maggior parte dei bambini del cosiddetto mondo sviluppato è entrata a scuola con un repertorio di idee, storie e informazioni ricavate dai mezzi di comunicazione di massa più popolari. Giornali, manifesti, fumetti, film, radio, tv, giochi elettronici e internet hanno contribuito a creare i primi elementi di conoscenza di intere generazioni. E nella maggior parte dei casi è stato considerato compito prioritario della scuola fare il possibile per cancellare e riscrivere quel tipo di nozione, sostituendola con una forma più “giusta” di conoscenza da ritrovare in media più rispettabili come i libri».

Cary Bazalgette è stata a capo del dipartimento educativo del British Film Institute ed è considerata una delle pioniere della media education nel mondo anglosassone.

Il suo approccio ha sempre consistito nel non mettere in opposizione i diversi media al fine di educare i ragazzi a vivere in modo naturale il passaggio fra di loro, acquis…

«Per più di un secolo — ha scritto Cary Bazalgette — la maggior parte dei bambini del cosiddetto mondo sviluppato è entrata a scuola con un repertorio di idee, storie e informazioni ricavate dai mezzi di comunicazione di massa più popolari. Giornali, manifesti, fumetti, film, radio, tv, giochi elettronici e internet hanno contribuito a creare i primi elementi di conoscenza di intere generazioni. E nella maggior parte dei casi è stato considerato compito prioritario della scuola fare il possibile per cancellare e riscrivere quel tipo di nozione, sostituendola con una forma più “giusta” di conoscenza da ritrovare in media più rispettabili come i libri».

Cary Bazalgette è stata a capo del dipartimento educativo del British Film Institute ed è considerata una delle pioniere della media education nel mondo anglosassone.

Il suo approccio ha sempre consistito nel non mettere in opposizione i diversi media al fine di educare i ragazzi a vivere in modo naturale il passaggio fra di loro, acquisendo competenze di base per usarli senza farsi usare.

Un approccio che Célestin Freinet avrebbe definito di «buon senso» e infatti negli anni Venti introdusse a scuola la tipografia che era, fra i media, quello che aveva a portata di mano. Negli anni ’50 altri avrebbero proseguito il suo lavoro con la radio a scuola e poi il cinema e la tv.

Oggi, senza dubbio, userebbero gli smartphone e i tablet per insegnare a scrivere e comunicare e a nessuno verrebbe in mente di dire che il problema è il medium e non come lo si introduce in un contesto educativo come la scuola.

Gianni Rodari aveva riflettuto su questi temi e molto aveva scritto: «Io ho cercato di scrivere dei libri per un mondo urbano, non per un’arcadia rurale che non c’è più. Il mondo parla oggi al bambino non solo attraverso le parole dei genitori ma attraverso le immagini, le macchine, e questo va trasformato in parole se si vuole fare un libro. Non bamboleggiando ma un gradino più in su perché al bambino piace salire perciò il linguaggio deve farlo crescere». Ogni linguaggio, anche quello informatico.

Era il 2006 quando il Parlamento europeo nelle sue raccomandazioni faceva riferimento alla necessità di una «alfabetizzazione universale» che tenesse in considerazione alcune competenze: fra queste la competenza digitale, «utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie».

Dimestichezza e spirito critico, capacità che si acquisiscono confrontandosi con le sfide, non facendo finta che non esistano o, peggio, stigmatizzandole.

Il sociologo Paolo Jedlowski in Fogli nella valigia. Sociologia, cultura, vita quotidiana (Il Mulino, 2003) parlava di «persone ricche di informazioni ma povere di esperienza». Un’immagine perfetta per descrivere la relazione di (quasi) tutti noi nei confronti degli smartphone, dai quali estrapoliamo informazioni che non riusciamo a sistematizzare. Ai quali rimaniamo agganciati quanto gli adolescenti perché non abbiamo gli strumenti per farli diventare in modo coerente e consapevole una parte della nostra esperienza.

Il sapere, ogni sapere, aggiungeva Jedlowski, è vitale se è collegato con le nostre operazioni quotidiane, con le nostre domande e i nostri vissuti, con la nostra esistenza.

In Tienilo acceso di Vera Gheno e Bruno Mastroianni (Longanesi 2018) i due autori scrivono: «L’online è una dimensione relazionale che abbiamo aggiunto alle altre nostre possibilità umane. C’è una profonda continuità tra online e offline, tra umano e tecnologico; è da questa continuità che si deve e si può ripartire».

Potrei andare avanti, ma mi fermo qui. Sono solo alcune indicazioni di lettura, strumenti di riflessioni, per chi crede che sia serio affrontare la questione delle tecnologie a scuola in modo difensivo o negandole.

Un approccio che è prossimo al pensiero magico: metto il cellulare nel cassetto e per incanto il tempo smetterà di scorrere e la concentrazione degli adolescenti tornerà ad essere quella dei miei nonni che però, purtroppo, lavoravano nei campi e badavano alle pecore e ai maiali fin da bambini e chissà di tutta quella concentrazione che cosa ne hanno fatto.

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