Anche Liliana Segre ha avuto la sua parte di contestazioni durante le manifestazioni pro-Palestina di sabato 2 marzo. Il che dice da solo quanto confusa sia la situazione perché la senatrice ha detto con parole nette il suo strazio sui bambini palestinesi e su tutti i bambini coinvolti nei combattimenti e nelle stragi; a partire da quelle del 7 ottobre, che hanno spalancato le porte all’orrore, fino a quelle che sono seguite nei giorni e nei mesi.
Le sue parole sono su Internet, chiunque può ascoltarle. Le manifestazioni di piazza però tagliano grosso, gli slogan ritmati e gridati si addicono alle situazioni dove sia possibile scegliere nettamente tra un sì e un no. Cioè il contrario di quanto richiederebbe la situazione medio-orientale: pazienza, distinguo, comprensione, cautela perché l’intrico è fitto, lunghissima la catena delle reciproche accuse.
Quasi tutti vogliono una Palestina e un Israele liberi e in pace. Ma è quel “quasi” a fare la differenza, di qua e di là. Conse…
Anche Liliana Segre ha avuto la sua parte di contestazioni durante le manifestazioni pro-Palestina di sabato 2 marzo. Il che dice da solo quanto confusa sia la situazione perché la senatrice ha detto con parole nette il suo strazio sui bambini palestinesi e su tutti i bambini coinvolti nei combattimenti e nelle stragi; a partire da quelle del 7 ottobre, che hanno spalancato le porte all’orrore, fino a quelle che sono seguite nei giorni e nei mesi.
Le sue parole sono su Internet, chiunque può ascoltarle. Le manifestazioni di piazza però tagliano grosso, gli slogan ritmati e gridati si addicono alle situazioni dove sia possibile scegliere nettamente tra un sì e un no. Cioè il contrario di quanto richiederebbe la situazione medio-orientale: pazienza, distinguo, comprensione, cautela perché l’intrico è fitto, lunghissima la catena delle reciproche accuse.
Quasi tutti vogliono una Palestina e un Israele liberi e in pace. Ma è quel “quasi” a fare la differenza, di qua e di là. Conservo la medaglia coniata dopo la pace tra Israele ed Egitto nel marzo 1979. Reca un versetto di Isaia che dice: “Spezzeranno le loro spade per farne aratri”. Breve illusione.
Per anni i Palestinesi di Gaza sono stati prigionieri degli assassini di Hamas; per un tempo lunghissimo gli israeliani hanno patito, e discusso, la presenza del governo Netanyahu dove ci sono ministri che di Palestina non vogliono nemmeno sentir parlare e s’ostinano a definire i territori della Cisgiordania “temporaneamente occupati” dopo la guerra del 1967 con le antiche denominazioni bibliche: Giudea e Samaria. Molti israeliani pensavano che la presenta di un territorio e di uno Stato, a partire dal 1948, fosse finalmente quella garanzia di stabilità e protezione che per secoli era stata cercata invano.
La selvaggia mattanza del 7 ottobre ha mandato in pezzi quella certezza. Come ha scritto David Grossman nei giorni scorsi: “In quel terribile sabato nero, è emerso che non solo Israele è ancora lontano dall’essere una casa nel senso pieno del termine, ma non sa nemmeno come essere una vera fortezza». E così, parafraso, quella nazione che nonostante i suoi enormi successi in tanti campi resta nel profondo una nazione di rifugiati, patisce ancora l’incubo di poter essere spazzata via dopo quasi 76 anni di sovranità.
Il trauma di quella scoperta ha segnato il tempo trascorso da allora con massacri e distruzioni intollerabili che a loro volta hanno riappiccato l’incendio. È qualcosa di unico, la facilità con la quale l’odio nei confronti di Israele possa riaccendersi e divampare nel mondo.
Quando Saddam Hussein uccise migliaia di curdi con le armi chimiche non ci furono appelli a demolire l’Iraq; quando le donne iraniane vengono bastonate o impiccate perché non indossano correttamente il velo, non ci sono cortei per invocare la dissoluzione di quel Paese.
Ma quando Israele reagisce con furia agli eccidi e agli stupri, si chiede non un cambio di governo e che il disastroso Benjamin Netanyahu ceda finalmente il passo, si chiede che quel Paese venga cancellato dalla faccia della terra.
Gira una petizione perché Israele venga addirittura escluso dalla prossima Biennale di Venezia. Migliaia di firme sono state raccolte in pochi giorni. Se l’iniziativa avesse successo, vorrebbe dire che intellettuali e artisti di quel Paese che soffrono e deprecano come noi quanto sta avvenendo a Gaza — e, non dimentichiamolo, nei territori occupati della Cisgiordania — sarebbero cacciati.
È come se il mondo avesse respinto intellettuali e artisti italiani che cercavano riparo durante il fascismo; è come se fosse stata accolta la delirante proposta di cancellare un corso universitario su Dostoevskij quando Putin invase due anni fa l’Ucraina. È così che una critica politica ragionevole, giustificata da quanto sta avvenendo, può cedere il passo alla retorica dell’odio dissimulandolo sotto motivazioni umanitarie.
S’è chiesto David Grossman nel suo intervento: «Dove indirizzeremo il nostro senso di colpa per ciò che abbiamo inflitto a palestinesi innocenti? Per le migliaia di bambini che abbiamo ucciso? Per le famiglie che abbiamo distrutto? Quale prezzo pagheremo per vivere in costante vicinanza e sospetto, in perenne paura?».
La mattanza del 7 ottobre e gli orrori che fino ad oggi ne sono seguiti, hanno cambiato la vita e il destino stesso d’Israele per un tempo certamente lungo, la cui durata non possiamo prevedere. Tuttavia, proprio l’enormità, la spietatezza dei fatti, potrebbe far balenare una soluzione che spezzi la catena delle vendette.
Ci sono circostanze in cui stanchezza, disgusto, disperazione possono più della speranza. Perché questa remota possibilità si verifichi è necessario che tutti nel mondo soffino su quelle macerie non per alimentare le fiamme ma per spegnere l’incendio. Se mai sarà possibile.