Cosa insegna il martirio di Navalny
di Roberto EspositoDella tragica morte di Aleksej Navalny in un carcere di Stato si è detto molto. Essa è strettamente legata alle vicende di un regime che, pur di eliminare un oppositore giudicato pericoloso, non ha esitato a mostrare al mondo la propria natura liberticida. Ma se distacchiamo per un momento lo sguardo dalle circostanze specifiche in cui è avvenuta, questa morte ci dice qualcosa di più universale sul rapporto tra sacrificio e verità.
Sappiamo che Navalny voleva vivere, per portare avanti, pur dalle strettoie di una cella ai confini del mondo, la sua battaglia a favore del popolo russo e di ogni popolo oppresso dai suoi stessi governanti. Eppure non poteva non sapere di rischiare la morte, puntualmente arrivata. In questo senso non è errato accostare la sua esperienza a quella di chiunque sacrifichi la vita per testimoniare una verità resa incontrovertibile dalla sua stessa morte.
È ciò che una lunga tradizione ha definito con il termine “martirio”. Se si ritorna alla sua etimolo…
Della tragica morte di Aleksej Navalny in un carcere di Stato si è detto molto. Essa è strettamente legata alle vicende di un regime che, pur di eliminare un oppositore giudicato pericoloso, non ha esitato a mostrare al mondo la propria natura liberticida. Ma se distacchiamo per un momento lo sguardo dalle circostanze specifiche in cui è avvenuta, questa morte ci dice qualcosa di più universale sul rapporto tra sacrificio e verità.
Sappiamo che Navalny voleva vivere, per portare avanti, pur dalle strettoie di una cella ai confini del mondo, la sua battaglia a favore del popolo russo e di ogni popolo oppresso dai suoi stessi governanti. Eppure non poteva non sapere di rischiare la morte, puntualmente arrivata. In questo senso non è errato accostare la sua esperienza a quella di chiunque sacrifichi la vita per testimoniare una verità resa incontrovertibile dalla sua stessa morte.
È ciò che una lunga tradizione ha definito con il termine “martirio”. Se si ritorna alla sua etimologia — martus in greco, martyr in latino — si incontra il significato di “testimonianza”. Originariamente intesa in senso giuridico, è stata tradotta dal cristianesimo in testimonianza di fede.
Il martire cristiano sacrifica se stesso per non tradire il proprio Dio. Poi, con la secolarizzazione moderna, il concetto di martirio si è esteso ad altri linguaggi — ci si può sacrificare per la religione, la patria, la scienza, la libertà. Ma al suo cuore è sempre la testimonianza di qualcosa destinata a scuotere le coscienze, a costringere all’ascolto. Perciò non ha senso pretendere dal martirio la certezza apodittica di una prova giudiziaria. La testimonianza non porta prove. Chiede un giudizio e reclama una decisione attraverso l’evidenza del sacrificio.
Ma testimonianza per chi, rivolta a chi? Certo, si testimonia anche per se stessi, quando si preferisce morire da liberi che vivere da servi di un potere corrotto. Ma anche per gli altri. La dimensione pubblica è essenziale per chi compie un gesto tanto estremo. Dal martire per la fede al resistente politico, quella che all’origine è una scelta personale acquista il suo senso pieno soltanto quando viene comunicata a una comunità, così resa consapevole.
Un gesto apparentemente impolitico rivela una forte valenza politica. Nel martirio un atto individuale diventa collettivo, impegnando coloro che vi assistono. Quando ciò accade l’impotenza del martire, rispetto al potente che gli strappa la vita, esercita anch’essa una forza di disvelamento e di sovversione. Mette in luce le crepe, le menzogne del potere.
Su questa dialettica tra potere e impotenza, singolarità e comunità, morte e verità riflette un libro appena pubblicato dalle Edizioni della Normale col titolo Martirio e testimonianza, a cura di Bianca Maria Esposito e Rita Fulco. Al suo centro la figura del martire ritrova tutta la complessità che la tradizione vi ha riconosciuto.
Egli da un lato è un testimone impolitico del regno escatologico, dall’altro un corpo sovrano, potenzialmente rivoluzionario, che irrompe nell’ordine della storia, spezzandone la continuità con un atto sovversivo. Portatore di una decisione estrema, si espone alla violenza, ma allo stesso tempo le sfugge. La violenza può spegnere una vita, ma non la testimonianza che da quella morte promana.
L’impotenza del martire si rovescia in paradossale potenza. La sua passività di fronte al tiranno diventa atto, gesto, presa di posizione radicale. Trasformando un evento privato in vicenda pubblica, egli diventa una figura limite del politico, situata allo stesso tempo dentro e fuori i suoi confini.
Come ben sapeva Carl Schmitt, il martirio è la linea d’ombra che insieme fonda e sfonda il politico. Interpella e decostruisce il potere, lo sollecita e lo sfida. Non per nulla nel Dramma barocco tedesco Benjamin vede nel martire l’altra faccia del sovrano, quella che ne rivela la dimensione mortale.
Come il re, si può dire che anche il martire abbia un doppio corpo — quello che giace nudo nella polvere e quello reso glorioso da ciò che testimonia, che il potere cerca di celare agli occhi di coloro che potrebbero decidere di seguirne l’esempio.
Certo, la figura del martire è un costrutto postumo, che vive solo nella memoria di chi ne ricorda il gesto. Per essere tale, la testimonianza della verità ha bisogno di essere a sua volta attestata da altri testimoni. Ma è proprio questa circolazione a caricarla di potenziale politico. Nel momento in cui agisce politicamente, attivando le coscienze degli altri, è come se si riunissero i due corpi del martire — quello finito, colpito a morte, e quello glorioso, che testimonia, con la propria morte, anche la fragilità del potere.